critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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lunedì 11 dicembre 2017

L'ALIBI DELLA CRISI DEI VALORI E IL DESIGN COME MOTORE SIMBOLICO

In questo post vorrei mostrare come l’idea popolare di una ‘crisi di valori’, parallela alla ‘crisi dell’economia’, si sia finalmente mostrata per ciò che è: un alibi semplificativo che ci ha spinto a negare la necessità di una diffusa riprogrammazione della cultura e della critica di fronte a quelle esperienze di self-healing e urbanismo tattico, che nelle periferie del mondo coinvolgono sia le strutture produttive che quelle sociali e urbane.

Queste esperienze, spesso informali, difficilmente possono rientrare nei canoni disciplinari, in quanto ibridano strategie e processi economici, politici, sociali, di design urbano. Esse generano, sperimentandoli, nuovi processi e nuovi valori (simbolici ed economici) che erano stati esclusi dal main-stream del passato sistema culturale: sussidiarietà, beni  comuni, partecipazione, cooperativismo, comunitarismo, network design, civic design, funzioni temporanee, ecc. La loro rilevanza economica li ha fatti uscire dall’ambito del naive, senza ancora accoglierli appieno nel gotha delle discipline, avendo scarse possibilità di appello per varcarne i confini.

Dovremo considerare accuratamente il nostro contesto culturale post-industriale, comprendendo come si stia evolvendo verso forme dinamiche organizzate in modo reticolare grazie alle tecnologie dell’informazione. Per tale ragione l’informalità di alcune sperimentazioni (dalla pianificazione al design architettonico) non va ridotta ad una carenza di ordine, ma all'espressione di una cultura fatta e prodotta in modo reticolare e non gerarchica.

Il fatto che non si possano catalogare le nuove esperienze secondo una specificità disciplinare non comporta  poi che non esistano più valori di riferimento, anzi. Ci sembra sempre più chiaro come ci sia stato un fraintendimento generalizzato e diffuso, un abbaglio dovuto alla quantità di differenze che sono emerse tra le fratture del sistema gerarchico ed economico degli inizi del XXI secolo. Abbiamo tutti ritenuto (complice la crisi dell’economia globale del 2007-2008) che il problema strutturale della nostra società civile fosse l’assenza di valori, o quanto meno di quei valori che erano riconosciuti dal capitalismo avanzato e dal tardo capitalismo. Abbiamo a lungo pensato (sono passati ormai 10 anni) che fosse entrato in crisi un certo meccanismo di produzione dei valori, lo stesso che negli ultimi secoli ha garantito il consolidamento di paradigmi sociali, estetici e scientifici alla nostra civiltà moderna.

Fortunatamente, passata una prima fase sperimentale, alcune iniziative locali hanno mostrato tutta la loro capacità produttiva. Per citarne alcuni: La High Line di New York, la passerella Luchtsingel a Rotterdam, la rifunzionalizzazione delle ex Officine Ansaldo a Milano, la Cultural Farm a Favara (Agrigento), De Ceuvel progettato da Space&Matter ad Amsterdam. Sono tutti progetti accomunati dall’ibridazione di ruoli, competenze, responsabilità, processi. Quando questo approccio sperimentale, tipico del service design thinking, è stato applicato ad una scala maggiore, a Manhattan, dall’allora assessore ai trasporti Jannette Sadik-Kahn, ha potuto mostrare tutta la sua efficacia (nel contribuire al piano strategico Greater Greaner NYC) ed efficienza (nell'ottimizzare il rapporto costi-benefici, grazie a specifici indici di misura stabiliti a monte delle iniziative). Dobbiamo a questo approccio la pedonalizzazione di Times Square e la rete di piste ciclabili collegate Citi Bike, il bike sharing attivo dal 2013. Come poter dunque sostenere che coesistano, simultaneamente, una crisi dei valori e una straordinaria produzione di prototipi, strategie e nuove prassi innovative senza riconoscere, quantomeno, delle lacune nell'interpretazione del nostro tempo?

Per questo possiamo finalmente vedere il bluff della crisi dei valori per quello che è: un alibi che ci permette di addossare alla società civile, come fosse l’ultimo capro espiatorio universale,  la responsabilità di una nostra individuale ritrosia a riprogrammare le nostre competenze e le nostre prassi, in gran parte consolidatesi nei decenni passati. Come ci ricorda Latour, questo doppio gioco è caratteristico della modernità, abituata filosoficamente a defilarsi dalle proprie responsabilità. Purtroppo ora che il mondo è divenuto più piccolo perché interconnesso, adottare alibi potrebbe essere addirittura controproducente.

Innovazione, diffusione e consolidamento dei valori (d'uso e cognitivi) - E.Lain 2017


Oggi i valori sono prodotti e percepiti secondo dinamiche variabili. Essi non appartengono più alla sfera degli universali, non possono essere più separati dal mondo per esserne fondamento (come IL bello, L’ordinato, L’economico, ecc…). Ne sono un palese sintomo tutte le start-up, germogli di aziende che devono al contempo produrre valore economico e valori non economici (sociali, estetici, etici, ecc…), dovendosi assumere parte dei compiti che un tempo appartenevano alla sfera della politica, dell’educazione, delle istituzioni pubbliche. Qualche mese fa ho cercato di sintetizzare in un unico diagramma i meccanismi dell'innovazione che ruotano attorno alla creazione di nuovi valori: veniva così evidenziata la fatica segreta di questi ultimi ad emergere oltre le barriere dello status quo locale per arrivare ai rapidi flussi della globalizzazione. L'isolamento e l'interconnessione convivono infatti simultaneamente nel nostro tempo.

Il caso emblematico locale è H-Farm, che sta creando in modo autonomo (e non necessariamente autoreferenziale) il proprio ecosistema, realizzando edifici e percorsi dedicati alla didattica a partire dai 3 anni, col loro Primary Years Programme. E’ una prassi necessaria, consolidata anche in altre realtà territoriali, come gli istituti tecnici a Maranello, sovvenzionati dalla Ferrari, o la scuola artigianale voluta a Solomeo dall’imprenditore del cashmere Brunello Cucinelli. La comunicazione dei valori prodotti dalle aziende brandizza dunque anche i valori sociali di riferimento, seguendo un filo rosso che Naomi Klein ha ben delineato nel suo No Logo (2000). Tuttavia la sua lettura politica ed etica non poteva tenere ancora conto dell’inestricabile sovrapposizione tra social network e network society, esplosa in questi ultimi dieci anni. Ogni tentativo di ricostruire una gerarchia di valori sarà vano all’interno di un paradigma reticolare come quello in cui siamo immersi. Quello che sosteniamo qui è che l’assenza di tale gerarchia non implica anche un’assenza di valori. Scrive a tal proposito Manuel Castells:

La produttività e la competitività sono assai intensificate da questa forma a network di produzione, distribuzione e management. Siccome i network della new economy si espandono in tutto il mondo, facendo scomparire attraverso la competizione forme di organizzazione meno efficienti, la nuova economia in network diventa ovunque dominante. I territori, le unità economiche e le persone che non funzionano bene in questa economia e che non presentano un potenziale interesse per questi network dominanti, vengono tagliati fuori. D’altra parte, qualsiasi fonte potenziale di valore, in qualsiasi luogo e per qualsiasi motivo, viene connessa e programmata nei network produttivi della new economy. (…) Sì, esiste la vita al di fuori della network society: nelle comunità culturali fondamentalistiche che respingono i valori dominanti e costruiscono autonomamente le fonti del loro significato; talvolta intorno a nuove utopie alternative; più spesso a partire dalle verità trascendenti di Dio, Nazione, Famiglia, Etnia e Territorialità. (Castells 2001)

Dunque i network hanno, intrinsecamente, il compito di far circolare tutti i possibili valori a disposizione, rimescolandone le vecchie gerarchie e valutandoli secondo produttività e interesse. Si tratta ancora di un meccanismo culturale tipico del capitalismo e dell’industrializzazione, ma è diventato così pervasivo da essere divenuto parte delle nostre esistenze. Così, mentre la logica culturale del postmoderno aveva scoperto nel desiderio il proprio motore economico, oggi, in questo periodo che chiamo “simultaneo”, il motore primo sembra essere l’interesse. Si tratta di un motore ancora più fragile del desiderio, incapace di spingere processi di medio e lungo termine. Il tempo diviene ancora più frammentario, essendo ritmato da finalità immediate, a brevissimo termine ma di grande interesse momentaneo. Assistiamo così ad una generale e diffusa decostruzione della cultura in frammenti di interesse, sostenuti da un rifluire di valori molteplici.

Il risultato di questa generale fluidificazione e frammentazione delle passate strutture moderne mette potenzialmente in risalto, per contrasto, quegli agenti in grado di “addensare” ciò che è fluido, creando momentanei centri di interesse. Questi processi appartengono tutti alla medesima categoria: quella del progetto (o, internazionalmente, design). In una molteplicità di valori potenziali e reali senza gerarchie (universali, estetiche, etiche o filosofiche), il design diviene al contempo processo e prodotto, un assemblatore di interesse e valori, oltre che di forme. Esso travalica i confini d’azione che il moderno gli aveva assegnato come interfaccia tra creatività, materia, strumenti e funzioni, divenendo esso stesso motore simbolico.

La lettura che Castells dà alla città quanto sistema di comunicazione, porta il sociologo catalano a sottolineare con enfasi il ruolo che l’architettura contemporanea dovrebbe avere all’interno dei contesti urbani:

Nella crisi comunicativa che ha colpito la realtà urbana, il compito fondamentale è quello di recuperare il valore simbolico. Un ruolo che da sempre è stato diretto appannaggio dell’architettura e che oggi diventa più importante che mai. L’architettura , in ogni sua forma, è la nostra salvezza, in grado di restituire un senso ai luoghi fisici immersi nello spazio dei flussi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una rinascita del simbolismo architettonico, che in alcuni casi ha significativamente dato nuova linfa alle città e alle aree in cui esse si inseriscono, non solo dal punto di vista culturale ma anche economico. (…) La mancata integrazione tra quest’architettura e dei flussi e lo spazio pubblico è una giustapposizione tra marcatura simbolica e anonimato metropolitano. Ecco perché bisogna conciliare architettura, design urbano e progettazione. Ogni opera architettonica ha un suo linguaggio, un suo progetto, che non si può ridurre a una funzione o a una forma. Il senso spaziale è ancora una costruzione culturale. Ma il significato finale dipenderà dalla messa in relazione dell’opera con l’esistenza quotidiana dello spazio pubblico urbano. (Castells 2001)


Una volta sgombrato il campo della produzione e della critica dagli alibi esogeni, non rimane che accogliere la necessaria riprogrammazione, delle prassi, delle professioni legate al design, degli ambiti, e delle discipline. Educazione e apprendimento sono, oggi, essi stessi oggetti di design, come lo sono le civiche e le politiche economiche locali. Il ruolo di noi designer assume sempre più una connotazione civile, e dovremo comprendere che il design contemporaneo non conduce sempre alla definizione di una forma o di un oggetto. Probabilmente questo fa di noi delle avanguardie naturali, costretti ad esplorare contesti ibridi senza il comodo riparo delle consuetudini e delle teorie consolidate dalla storia e dalle discipline. 

giovedì 27 luglio 2017

DESIGN DELL'ARCHITETTURA E GLOBALIZZAZIONE

L'affannosa ricerca dell'architettura per un'autoreferenzialità di carattere estetico e tecnico sembra aver causato oggi, e come conseguenza forse inattesa, l'isolamento delle opere dai loro contesti urbani.
Dico "sembra" perché è una critica che si usa rivolgere alle opere di architettura contemporanea, e che rientra nella tradizionale critica a tutte le opere della contemporaneità.La contemporaneità, infatti, è normalmente fuori contesto, e oggi, digerita la sbornia ironico-ludico-depressiva della postmodernità, essa può finalmente liberarsi del fardello più critico del design: il presente.
Il prezzo di questa libertà condizionale, in cui l'architettura ha perduto la sua spinta politica, è la costrizione a ripetere gli stilemi estetici della prima metà del novecento, sdoganando tetti piani e facciate stereometriche e bianche fin nella profonda provincia extraurbana.
Quando anche l'ultima villetta a tetto piano sarà costruita avremo finalmente compiuto l'opera di dissoluzione culturale del patrimonio razionalista novecentesco.
Questa generale assenza di ricerca al di fuori dell'estetico, come cercherò di mostrare, non dipende solo dal percorso interno alla disciplina (o dall'egoreferenzialità di alcuni architetti), ma da un complesso di pulsioni che faticano sempre più a prendere corpo nell'architettura contemporanea, lasciandola così alla periferia dei dibattiti globali. La questione, come detto, non si esaurisce nelle forme delle opere (più curve o più spigolose), e nemmeno nel loro rapporto coi contesti (con opere più memoriali o più aliene, più energivore o più sostenibili): ne emerge anche un lento indebolimento della progettualità, di quel processo di sintesi delle pulsioni, interne ed esterne, che, poco tempo fa, l'architettura cercava ancora di includere nei propri processi compositivi e costruttivi.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, torniamo a quanto scriveva, in piena postmodernità, il grande architetto Rafael Moneo (critico, studioso e progettista d'eccellenza, vincitore del Pritzker Price nel 1996): "sembra che al tipo, oggi, si accompagni la frammentazione. E' questa, in ultima analisi, la sola arma rimasta all'architetto da quando, abbandonato l'oggetto in quanto tale, ha fatto del progetto la ragione d'essere dell'opera d'architettura". 

diagramma della ricerca dell'unità interna dell'architettura nella modernità (E. Lain)

La sintesi finale di Moneo nasceva da una breve analisi della ricerca di unità da parte dell'architettura moderna, partendo dal [tipo+idea] di De Quincy (XVII secolo), passando per il [tipo+spazio] del Movimento Moderno, transitando per Venturi e la sua architettura automimetica e dunque caratterizzata dal [tipo+immagine] e arrivando, infine, al [tipo+memoria] di Aldo Rossi. 
La ricerca di unità attraverso i secoli, secondo Moneo, aveva purtroppo portato l'architettura a indebolire il tipo (che potremmo delineare come la sottile metafisica interna dell'architettura, il suo quasi-DNA, abbastanza presente da impedire che il delirio della forma qualsiasi e abbastanza articolato da permettere il progetto di qualsiasi forma), dovendolo così affiancare ad altre forme di universalità, ovvero la natura, la funzionalità, l'estetica e la tecnica.
La modernità e la postmodernità hanno da parte loro dimostrato come il tipo architettonico non potesse ricucire quel perturbante senso di straniamento che l'uomo prova come conseguenza stessa della formalizzazione delle Discipline, delle Culture e dei Poteri, dunque a partire dalla Rivoluzione francese e dall'Illuminismo. Come riporta Vidler "lo straniamento urbano era una conseguenza dello stato centralizzato e della concentrazione del potere politico e culturale, dove le consuetudini locali e i legami comunitari erano brutalmente recisi" (Vidler, 1992). Da allora ogni avanguardia dovrà così porsi in equilibrio tra la rimozione della storia (il passato prossimo) e il recupero di quella dimensione pre-storica (originaria) capace di colmare momentaneamente il senso di straniamento in cui la classe borghese è (secondo Vidler) destinata a vivere dal XVIII secolo in poi.
La rimozione del passato prossimo e il primitivismo originario, in campo urbano, porteranno allo sgombero dei territori occupati. "Il compito di colmare tali vuoti diviene appannaggio dell'architettura, la quale è costretta, in mancanza di un passato vissuto, a cercare un terreno poststorico su cui basare una autentica dimora per la società". (E. Bloch, 1959).
In tre secoli l'architettura aveva lottato strenuamente per la propria unità, fino alla resa silenziosa delle opere di Aldo Rossi, in cui l'architettura della città si riduce a 'testimone muto' di fronte alle perturbazioni morfologiche e sociali. Di lì a poco il destino dell'architettura sembrava quello di rimanere lingua morta o di divenire completamente autoreferenziale.


Passate le contaminazioni postmoderne, all'alba del XXI secolo l'architettura ritrova l'urgenza di consolidare la propria unità, sia disciplinare che estetica. Gli scritti (e le affermazioni pubbliche) di Patrik Schumacher, soprattutto dopo la recente scomparsa di Zaha Hadid, lasciano trapelare questo struggimento interno ad una disciplina che oggi più che mai ha bisogno di alleati forti. In fondo, in epoca pre-globale, il binomio unità-identità consentiva alle opere d'architettura di essere media tra i 'corpi-identità' (fisici e culturali) e le metafisiche in lotta per il dominio sul mondo (il Potere, l'Estetica, la Natura, la Società, la Scienza, la Cultura, la Tecnica, le principali). In questo ruolo mediale l'architettura si manteneva in una sorta di equilibrio dinamico, abile maestra della trattativa del dare-e-prendere-corpo, sempre al servizio di una metafisica contro le altre. Idee sociali venivano mutate in tipi edilizi, principi igienici divenivano regole estetiche, tecniche costruttive divenivano occasione per realizzare edifici prima di conoscerne le funzioni: la modernità ha prodotto occasioni di negoziazione e sperimentazioni (e fallimenti), consumando al contempo il DNA stesso dell'architettura, corroso nella continua negoziazione tra populismo ed estetica, arrivato esausto in piena epoca globale. 
L'equilibrio dinamico tra le forze centrifughe (le metafisiche rivali) e centripete (tese a sostenere e alimentare la costruzione dell'unità disciplinare nell'opera di architettura) era garantito proprio dall'estrema resilienza del tipo, la vera pietra filosofale dell'architettura moderna, capace di mutare rimanendo sempre identico a se stesso, dunque radicalmente conflittuale e indefinibile. Di fronte all'esaurimento della capacità unificante del tipo, passando attraverso il breve periodo degli/delle starchitects, siamo giunti oggi a non avere più alcuna teoria unitaria della disciplina dell'architettura, al punto che un critico (Schumacher) ha dovuto fondare e alimentare, in solitaria, una corrente estetico-critica (il Parametricismo) nel tentativo di raccogliere i residui di ricerca formale della nostra disciplina in epoca contemporanea. Il Parametricismo si pone come unica alternativa teorica possibile al vuoto critico, trasformando le opere in corpi tecnicamente unici e irripetibili, realizzabili solo grazie a un controllo serrato dei processi compositivi e produttivi con software programmabili, nega il ruolo mediale dell'architettura (e in questo è radicalmente oltre la modernità, definitivamente autoreferenziale), senza riuscire a garantire alla disciplina un valido sostituto al tipo
In altre parole, mentre l'architettura della modernità lottava per la propria unità, mantenendo in vita la propria identità oltre la matericità delle opere realizzate, oggi, in piena globalizzazione, l'architettura si fonde sempre più intimamente con le opere di architettura. Oggi chiamiamo 'architettura' sia la disciplina che l'opera che essa produce, e ogni opera d'architettura anela ad essere la 'prima', cosa che non accadeva, ad esempio, un secolo fa, con l'International Style, in cui un altro critico e progettista, Philip Johnson, aveva raccolto in una mostra opere di differenti architetti di nazionalità diverse, progettate in quegli anni e con caratteri sostanzialmente identici.

architettura e mondo globalizzato: dimensione glocale del progetto contemporaneo (E. Lain)
Se i corpi delle architetture a firma ZHA sono ormai riconoscibili in tutto il mondo (certamente con l'esclusione di Tokyo) dobbiamo comprendere che la 'solitudine' degli edifici di cui parlava Moneo è divenuta, se possibile, ancora più radicale. In piena globalizzazione, l'opera di architettura è un ibrido sperimentale, e, dunque, privo di un DNA in grado di renderlo riproducibile. La ricerca di Le Corbusier per l'industrializzazione derivante dall'uso del calcestruzzo è storia passata, superata da possibilità produttive capaci di materializzare (quasi) qualsiasi forma grazie al sostanziale cortocircuito tra processi di design e processi di produzione: tendiamo ad usare gli stessi software per il design e per controllare la produzione degli edifici (si veda ad esempio il webinar sul Morpheus Hotel di ZHA).
Questo anomalo ripiegamento dei processi tende dunque ad elidere la durata del processo di design, spingendolo ad essere simultaneamente processo produttivo. Ne emerge così la condizione contemporanea che (altrove) ho definito, per l'appunto, simultaneo: non esistendo più forze centrifughe e centripete poste in equilibrio dal rapporto duale dei processi di design e di produzione, il design di architettura si trova immerso in un indistinto orizzonte degli eventi senza alcun potenziale ordine metafisico (nemmeno la società sembra avere più un reale peso in questo). 
In tale condizione globale, la possibile alternativa all'autismo progettuale, sembra essere, per l'architettura, un ritrovato interesse per la sperimentazione progettuale, costringendosi alla durata come alternativa al simultaneità, ibridando i fondamenti disciplinari senza ibridare le forme, in modo che tornino ad essere occasione di apprendimento e diffusione di idee. 


mercoledì 25 febbraio 2015

LEARNING FROM LEFEBVRE, ripensare la forma urbana



L'architettura è una disciplina sopravvissuta per migliaia di anni, l'urbanistica è relativamente molto più recente. Mi ricorderò a lungo di quello che considero l'ultimo 'testamento spirituale e disciplinare' di Bernardo Secchi, ovvero
"l'urbanistica ha forti, precise responsabilità nell'aggravarsi delle disuguaglianze. Siamo di fronte auna nuova questione urbana che è causa non secondaria della crisi che oggi attraversano le principali economie del pianeta" (Secchi, 2013). 
Le forme che la città ha avuto nel tempo sono state sempre il risultato di dinamiche complesse, spesso debitrici di organizzazione sociale, organizzazione del lavoro, applicazione di tecnologie.
Spesso accade che si preferisca riconoscere specifiche forme di organizzazione urbana (principalmente nell'ambito dell'uso e della proprietà dei suoli) piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche interne. Nessuno ha coscientemente imposto questa dualità, probabilmente è stata una conseguenza dei flosofemi greco-classici (che hanno preferito in certa misura la separatezza tra forma e contenuto), ma anche di una generale difficoltà occidentale di fronte al pensiero dell'unità.
Eppure la città (per quanto complessa) è ancora un concetto unitario, indipendentemente dalla sua reale estensione territoriale, o morfologia insediativa o differenze funzionali interne: la pensiamo come unità. E spesso facciamo di questa unità un uso fuorviante, non riconoscendo la sua funzionalità e sussidiarietà per le analisi urbane. In altre parole pensare la città come unità permette di semplificare alcune prassi operative.
Questa sintesi (che non è solo morfologica, ma anche sociologica) è uno dei principali problemi da affrontare (e non solo dal punto di vista disciplinare): a chi spetta?

Un riedito Diritto alla città di H. Lefebvre affida questa sintesi ai soli cittadini, dubitando di ogni lettura legata a semiologie e a estetiche, poiché "spesso capita che uomini di talento credano di progredire nella conoscenza e nell'esperienza mentre in realtà restano confinati all'interno di un sistema di grafismi, di proiezioni sulla carta, di visualizzazioni".
Ecco che, per un rinnovato sguardo sulla città, Lefebvre raccoglie alcune indicazioni critiche e operative. Eccone qui alcune:
1- "Il sistema è di moda, tanto nel pensiero quanto nelle terminologie e nel linguaggio. Ma ogni sistema tende a bloccare la riflessione, a chiudere l'orizzonte. (...) A una riflessione che tende al formalismo, si oppone un pensiero che tende all'apertura."
2- "La città e la realtà urbana dipendono dal valore d'uso. Il valore di scambio e la generalizzazione della merce prodotta dall'industrializzazione tendono a distruggere, subordinandole a sé, la città e la realtà urbana (...)"
3- "Nella teoria, il concetto di città (di realtà urbana) si compone di fatti, di valori e immagini mutuate dalla città antica (preindustriale, precapitalista) ma in corso di trasformazione e rielaborazione. Nella pratica, il nucleo urbano (parte fondamentale dell'immagine e del concetto di città) scricchiola ma resiste (...)"
4- "Con la 'periferizzazione' inizia un processo di decentramento della città. Allontanato dalla città, il proletariato finirà col perdere il SENSO DELL'OPERA. Allontanato dai luoghi della produzione e costretto a muoversi dal luogo di residenza per raggiungere i centri produttivi sparsi sul territorio, il proletariato lascerà assopire nella propria coscienza la CAPACITA' CREATIVA. La coscienza urbana scompare."
5- "Per la ragione dialettica, i contenuti trascendono la forma e la forma dà accesso ai contenuti. Così la forma conduce ad una doppia esistenza: E' e NON E'; è reale solo nei contenuti e tuttavia se ne libera. Ha un'esistenza mentale e un'esistenza sociale. (...) Socialmente, la forma regola innumerevoli situazioni e attività, conferendo loro una struttura, sostenendole e persino valorizzandole, in quanto implica una valutazione e produce un 'consenso'. (...) La forma (soprattutto quella urbana) permette dunque di mostrare un contenuto, o meglio, i contenuti".

Se la città che conosciamo (e a noi simultanea) è il risultato dell'interazione (mai armonica, sempre conflittuale) tra layer che divengono simultanei grazie al grande device urbano, allora un solo mutamento sistemico (come ad esempio l'introduzione di nuovi sistemi di mobilità driverless) è in grado di attivare nuove configurazioni morfologiche. Perché la città sta divenendo molto più reattiva di quanto noi possiamo immaginarla o descriverla.
Probabilmente il momento della lettura e quello del progetto dovranno instaurare rapporti sempre più stretti e interdipendenti (come già accade nelle prassi di ricerca azione partecipata), così come si richiede sempre più urgentemente lo sforzo immaginativo da parte dei creativi urbani, per proporre visioni in grado di generare un futuro urbano.
"Che l'immaginazione si manifesti; non la fantasia che alimenta la fuga e l'evasione, che veicola le ideologie, ma quella che si impegna nell'appropriazione (del tempo, dello spazio, della vita fisiologica, del desiderio). (...) Ogni audacia è concessa. Perché limitare le proposte alla sola morfologia dello spazio e del tempo? Non è escluso che alcune di esse riguardino lo stile di vita, il modo di vivere la città, lo sviluppo dell'urbano in relazione a tali dimensioni." (H.L., 1970)

giovedì 11 settembre 2014

WORLD CRAFT 02, attrezzi per costruire un mondo


scena dal film Star Trek, di J.J. Abrams (da trekmovie.com)

Mi è capitato di ritrovare di recente un testo di Marcuse, Eros e Civiltà. L'ho acquistato per 3€ in versione book-book (tanto per citare l'IKEA e la sua recentissima pubblicità), con tanto di pagine ingiallite (gratis).
Il flusso estivo mi ha portato a quest'ultimo testo, dopo L'Architettura della Sopravvivenza di Friedman e Sorvegliare e Punire di Foucault. Li rileggo, senza mai finirli, perdendomi nelle loro profondità. Ma per la prima volta mi sono reso conto che tutti scrivevano in merito alla possibilità stessa di ripensare il mondo dopo una lunga sbronza millenaria, in cui ci siamo illusi di essere dominatori del pianeta (e di essere, per questo, liberi), mentre di fatto gli strumenti stessi del dominio altro non erano che gabbie (di ogni tipo: concettuali, disciplinari, psicologiche, ecc...) che ci hanno reso prigionieri più o meno consapevoli. 
Ovviamente è più facile sentirsi liberi nel comfort di una cella virtualmente invisibile, piuttosto che immersi nella solitudine dell'esploratore affaticato, in transito per territori sconosciuti e pericolosi.
Innumerevoli pellicole cinematografiche hanno rappresentato questa dualità, ancora debitrice di quella visione paranoide del segreto nascosto dalla società dello spettacolo debordiano. Ogni paranoia ha tuttavia (anche nella fiction) un punto fermo: qualcuno da qualche parte è consapevole della verità e della realtà conseguente.
Come ci ha insegnato Platone più di 2000 anni or sono occorre svelare il segreto, perché la sua esistenza è fuori discussione. Chiamatelo iperuranio, metafisica, principio di realtà, essere, ma siate certi che esiste. E' la base di tutto il nostro Occidente, del suo intrinseco miscuglio di religione, filosofia, tecniche, politiche. Il dominio del pianeta è infatti possibile poiché da qualche parte esiste un principio di ordine e verità, che si rispecchia nel mondo grazie ad alcune figure-chiave. 
Ogni livello sociale e civile, in ogni tempo, aspira a queste figure chiave, in primis cognitive (che conoscono il segreto dell'ordine universale) e poi autoritarie/demiurgiche (che operano per trasferire/realizzare quest'ordine nel mondo). Nel mezzo troviamo le tecniche e le discipline.

In Matrix (per estrema ironia?) il ruolo del demiurgo è stato affidato ad una Intelligenza Artificiale nominata Architetto. Ma l'ordine imposto al mondo degli umani non aveva funzionato, al punto di dover ristabilire la mistica del segreto (e dunque la possibilità, per gli uomini, di riappropriarsi del dominio del sistema, anche se tale disponibilità era solo illusoria). Fondamentale non era tanto la creazione di un nuovo ordine, quanto garantire l'esistenza di quella classe demiurgica in grado di assicurare agli uomini l'illusione di potere, anche se per delega. Senza la figura di Cristo, del poeta, del genio non potrebbe esistere la storia: essa è IL racconto di un'umanità in corsa per il dominio.

Altre pellicole (Strange Days e Cosmopolis) mostrano invece un'altra interpretazione del nostro rapporto con la realtà e la segretezza della verità: non ci è rimasto più alcun demiurgo in cui avere fiducia, non esiste più una storia, ma infinite storie. La metafisica è evaporata, e ci accorgiamo che l'ordine universale era esso stesso un'illusione, elaborata (e rimossa) per dare una direzione alla cultura e alla civiltà. In Cosmopolis il protagonista è quasi costretto a compiere atti di libero (ed efferato) arbitrio per non perdere la propria identità di soggetto. Ecco cosa accade quanto ci accorgiamo che allo svelamento non segue alcuna verità

Il rafforzamento (in queste ultime due decadi) del ruolo demiurgico dell'architetto (e parlo dell'invenzione dello starchitect) va forse letto in questa prospettiva: le archistar sono l'ultimo baluardo della modernità e della sua logica di dominio demiurgico del mondo. Le architetture ideate da questa classe demiurgica sono formalmente specifiche, pietre miliari non solo del proprio tempo, ma di una metatemporalità sospesa. In altre parole tentano di ricostruire quella metafisica evaporata, di essere come aleph di tutti i tempi futuri possibili. Esse raddensano il possibile, lo accumulano, in alcuni casi lo divorano, per farne principio di esistenza. Sono così immaginifiche da spingere gli uomini a smettere di immaginare altre forme di futuro. Le tecniche che le rendono possibili sono intrise di aura magica per ricostruire l'illusione di un ordine metafisico. 
Il loro intrinseco punto debole è l'eccesso di visibilità. Le metafisiche sono più potenti, infatti, se sono invisibili, se hanno abbandonato l'uomo con la giusta distanza del desiderio di ricerca. Eppure queste opere di architettura devono, simultaneamente, mostrarsi, moltiplicarsi nelle rappresentazioni, abbracciare gli strumenti della comunicazione più disparati (dalla metafora al render) per ricostruire i simboli del dominio tecnico del mondo. Per questo l'architettura contemporanea è così affaticata, ipernarrativa, semanticamente esuberante, formalmente complessa: in essa materia (costruttiva e tecnica) e anti-materia (metafisica) si scontrano, facendo collassare la struttura stessa della storia e critica dell'architettura.

Se leggiamo (alla luce di queste generalissime considerazioni collaterali) il recentissimo video in cui B. Ingels descrive l'architettura come principale tool di (ri)costruzione del mondo (world craft), potremmo pure sorridere, sornioni, per la placida arroganza dell'architetto danese (il più mediatico del pianeta, col suo BIG). Ma ritengo che Ingels sia strategicamente sensibile al mondo (come è stato, tempo fa, Le Corbusier, o, fino a ieri, Rem Koolhaas), e abbia intuito che noi non abbiamo più gli strumenti per accettare la fine delle metafisiche del mondo. Se Koolhaas ci raccontava la cruda realtà con un cinismo iconoclasta anni '80, Ingels ci dice che l'architettura può ancora molto (forse tutto), per realizzare i sogni pan-mondiali della fantascienza demagogica anni '60 (quella di Star Trek di Roddenberry, per intenderci).

Ma in quel caso tutto cominciava dopo la guerra atomica e solo dopo aver appreso dell'esistenza di altre razze nella galassia. Quello che manca a BIG è quindi una pacifica invasione aliena.

lunedì 12 maggio 2014

ISOLE NELLA RETE, il superamento del virtuale

continuo/discontinuo - diagramma di E. Lain (maggio 2014)

Siamo arrivati al 100° post di questo blog dedicato alle micronarrazioni e alle storie trasversali tra architettura, città, critica e società.

Sono convinto infatti che non esista più un ordine sistemico generale (e forse non è nemmeno mai esistito), ma che emergano, di contro, numerosi indizi interconnessi in modo debole, tramite i quali alcuni di noi possono ricostruire frammenti sistemici simultanei (ovvero con una valenza simile ad un'istantanea nel campo della rappresentazione), come se alla luce di un flash si potesse intuire qualcosa in più del mondo che ci circonda.
Un mondo in cui siamo sempre meno abitanti e sempre più users. Questa è una considerazione priva di sottintesi ideologici, certifica solo uno scollamento (diffuso e generalmente accettato) tra una cittadinanza autoreferenziata e un territorio-mondo a cui viene chiesto di fornire input specifici alle nostre esistenze (dati, informazioni, residenza, cibo, connettività, turismo).

Recentemente mi hanno chiesto di riflettere sulla smartizzazione (non sulla smart city, ma sui processi che la sottendono), e non ho potuto evitare il maelstrom di un pensiero fisso, quello del rapporto tra continuo e discontinuo.
Tutta la nostra storia (intendo tutta, sia delle scienze, che delle filosofie, ma anche quella legata ai rapporti di potere e al consolidamento dei confini nazionali) è dominata da un filo rosso che abbiamo definito modernità.
La modernità crea discontinuità.
La discontinuità permette gerarchie artificiali che si sostituiscono ai rapporti naturali tra gli elementi. Ad essere più specifici prima della modernità non esistevano elementi, ma sistemi ed ecosistemi...
Alcuni hanno ricondotto la modernità al linguaggio: da quando abbiamo iniziato a parlare, scrivere e descrivere il mondo abbiamo iniziato a ridurlo ad elementi. Attraverso la scala abbiamo codificato sempre di più il micro e il macro. Questo in sé non è stato negativo, ci ha permesso di costruire strumenti e di replicare processi.
Gli insediamenti umani nascono con un profondo senso archetipico di questa discontinuità. La condizione urbana, fin dalle sue origini, è dunque discontinua. Per molto tempo si considerò questa condizione in modo oppositivo  (la città era opposta alla campagna, come l'artificiale era opposto al naturale).
Allo stesso modo anche i rapporti di potere e territoriali (tra città, prima, e tra stati nazionali, poi) si codificarono secondo opposizione: la geopolitica ha mostrato come ogni identità nazionale sia fondata in opposizione ad un altro, che spesso è pure nemico.

Il controllo dei rapporti oppositivi è divenuto poi un mercato prolifico, oligarchico, assai specifico. Al punto che i sistemi di controllo sono divenuti molto più importanti degli elementi territoriali da sottoporre a controllo.
Il meccanismo che regola l'emergere dei sistemi di controllo globali si potrebbe genericamente definire come deterritorializzazione. In essa Deleuze vedeva la possibilità (per quella che definiva macchina da guerra nomade) di assumere il controllo della discontinuità. Ma Deleuze non aveva ancora assistito allo sviluppo e al radicamento della globalizzazione, reputava pertanto che la fissità del sistema derivasse da un sistema di poteri territoriali (gli stati nazionali).
Oggi, al contrario, i regimi linguistici deleuziani si sono moltiplicati esponenzialmente, si sono addirittura nidificati e hanno superato i vecchi confini nazionali.
Oggi le logiche oppositive non riguardano pertanto gli stati nazionali, le città o le economie. Non esistono schieramenti individuabili, i rapporti di forza sono fluidi, e così le alleanze. In uno scontro globale non è più possibile ricondurre le dinamiche alla semplice opposizione. Occorre pertanto alzare lo sguardo al livello superiore: la discontinuità moderna è definitivamente tramontata come prassi diffusa; le emergenze dimostrano come ad essa si cerca di sostituire la prassi della continuità.

Il mio diagramma tenta di raccontare questo rapporto di conflittualità debole tra la discontinuità delle città (e degli stati-nazione) e la continuità dei territori. Nel mezzo l'architettura continua a colmare vuoti sistemici, riferendosi ad un sistema di continuità fittizia, ovvero il sistema globale.
Ora, rispondendo alla domanda in cosa consiste la smartizzazione?, potremmo affermare che essa raccoglie e sistematizza localmente le prassi che conducono a ridurre i gradi di discontinuità dell'urbanità, con una tendenza sistemica alla continuità e una tendenza scalare di tipo territoriale.
Non tutte le prassi sono utili o efficienti.
Non tutte le città presentano la medesima discontinuità.
Molto dipende dalla codifica del modello di transito (discontinuo->continuo).

L'Herald Press fornisce un link ad una ripresa del cantiere dei Google Barges (http://www.pressherald.com/news/Barges_bear_high-tech_clues_about_mystery_structures_.html)

Nel frattempo accade che circolino rumors attorno ai Google Stores dedicati alla prossima vendita di Google Glasses. Quotidiani locali e stranieri mostrano grandi chiatte su cui stanno sorgendo edifici-prototipo realizzati con container (dunque blindati alle frequenze elettromagnetiche). Alcuni sostengono che questi edifici-isola saranno dedicati alla vendita dei glasses offrendo la garanzia di un'esperienza di realtà aumentata che non sarebbe possibile in luoghi territoriali. Altri (più paranoici) sostengono che siano in realtà dei caveau galleggianti per dati. Bruce Sterling (nel suo vecchio Isole nella Rete) li chiamava covi-dati, in cui pirati-di-dati depositavano il frutto delle loro intrusioni nelle banche-dati planetarie.
Ma si tratta ovviamente solo di rumors....

Sta di fatto, per noi sistemisti del simultaneo, che il mantenimento della discontinuità è divenuto meccanismo stesso di pianificazione: si realizzano isole artificiali e semoventi in un triplo salto mortale idealtipico, che unisce la fantascienza, il virtuale e il reale, da Atlantide, passando per il Nautilus, l'isola di Morel, la vecchia portaerei di R. Hubbard, il più recente Snow Crash e il recentissimo Lost.

Il potere economico sta forzando la mano, realizzando sogni futuribili (dalle megacittà cinesi ai paradisi artificiali nei deserti medio orientali) che indeboliranno sempre più l'immaginario e la nostra capacità di progettare il futuro.
E questa privatizzazione dell'immaginario collettivo dimostra che davvero siamo anni luce oltre la modernità. Siamo di fatto senza paradigmi ideal-tipici (come capitalismo, marxismo, fordismo, evoluzionismo, ecc...) e forse proprio nel momento in cui ne abbiamo più urgentemente bisogno....

mercoledì 5 marzo 2014

I LIMITI DELL'INNOVAZIONE

immagine tratta da http://catallassi.wordpress.com/tag/complessita/

La mente gioca strani scherzi, a volte. Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2014 io e l'amico Alessio Barollo discutevamo nella mia cucina, troppo stanchi per dormire e colmi di adrenalina per la prima edizione del Festival per l'Innovazione (FIRST), a cui avevamo lavorato a lungo (e che era ancora in corso).
Non aiutava certo l'eco delle parole di Giuseppe Longhi, sentito la mattina e col quale avevamo pranzato poche ore prima: l'ecosistema dell'innovazione non può crescere in un paese in cui le rendite di posizione sono prevalenti e determinano sia le politiche che le strategie industriali.
La bottiglia semivuota sul tavolo bianco liberava le menti, ma imbastardiva le lingue. Ci ritrovammo così su due posizioni diverse, similmente opposte.
Alessio, con un paradigma cibernetico di straordinaria positività, sosteneva (se non ricordo male) che la connettività avrebbe garantito non solo la ridistribuzione di valori (culturali ed economici), ma pure l'emergere di raddensamenti in grado di forzare al cambio di paradigma. Io, appesantito da anni di metafisiche e gerarchie storicistiche, ribadivo che il sistema-mondo non avrebbe potuto evolvere senza cedere alla rappresentanza (anche politica, e dunque gerarchica) il suo proprio ruolo di promotore e guida nella normalizzazione del sistema stesso.
Verso le due decidemmo che avevamo sprecato troppe parole, e ci salutammo.

Il Festival poi finì, e rimanemmo vagamente perplessi di fronte a quello che Alessio chiamò poi 'effetto LIKE': in molti si erano infatti prenotati per gli eventi del FIRST, ma più del 60% degli iscritti rimasero poi a casa propria, lasciando che le proposte culturali scivolassero indenni negli archivi e nei social network, pronti ad altri LIKE. Dal solo punto di vista quantitativo il FIRST funzionava on-line, mentre soffriva per partecipazione off-line. C'era qualcosa che non avevamo capito prima: le dinamiche dei sistemi (web e offline) sono differenti, non sono certo una la rappresentazione dell'altra. Ma come procedere quindi per l'edizione 2015? Su quali principi previsionali basare i nostri progetti futuri?

Mi venne in mente così, con un senso di vertigine, di quelle che ti spingono a cercare riparo dagli sguardi per collassare in silenzio, il limite del caos. Quel sottile diaframma che fa combaciare la confusione con un ordine estremamente complesso è di fatto l'ultima rappresentazione possibile. Ma è pure l'ultima rappresentazione del possibile, ovvero il limite estremo della previsione e del progetto, prima che l'intuizione collassi in un universo caotico di segni non più significativi. Il limite del caos è la punta estrema della temporalità umana, e forse non appartiene già più all'uomo. Perché nel limite del caos la potenza di calcolo necessaria è tale che solo i sistemi automatici sono in grado di rappresentare la dinamica del sistema: non esiste un prima o un dopo, non esistono stati di equilibrio, ma solo un flusso continuo di cambiamenti.

Il sabato mi ritrovai a dire ad Alessio che all'aumentare della connettività del sistema (e dunque della sua sensibilità al cambiamento) il ricircolo dei feedback avrebbe aperto la strada all'imprevedibile (oltre che all'imprevisto). Anche l'ordine rientrava in questa imprevedibilità (come caso particolare), al punto che (come dimostrano gli studi con gli automi cellulari) variabili infinitesimali potevano guadagnare pesi determinanti nel far evolvere il sistema dinamico in una direzione o in un'altra.
Certamente la connettività permette di opporre alla fissità del sistema delle rendite una capacità di aggregazione di significati e valori estremamente più interessante, ma questo non è sufficiente per passare dalla rappresentazione/lettura del sistema all'azione sul sistema (e sul paradigma).
Manuel Castells scrisse che: le nuove tecnologie dell'informazione della nostra epoca (...) hanno dato origine ad un nuovo paradigma tecnologico sulla base di tre importanti caratteristiche distintive:
- la loro capacità autoespansiva di elaborazione, nei termini di volume, complessità e velocità
- la loro capacità ricombinante
- la loro flessibilità distributiva
Nella mia mente si è così fissata l'idea che il paradigma di cui parla Castells sia la trasposizione di un in vitro (come era quello degli automi cellulari) nella realtà. Noi tutti (più o meno connessi, spesso in modo passivo) ci ritroveremmo così ad essere cellule di un sistema sempre più dinamicamente turbolento. La rassomiglianza è pure algoritmica: anche per gli automi cellulari valgono le semplici regole di vivere, mangiare e riprodursi, e su queste semplici premesse (ma in un elevato numero di interazioni) essi costruiscono (a volte) un ordine stabile.
Volete sapere qual è il primo nemico di una cellula di un automa cellulare? L'altra cellula. Perché entrambe agiscono in un ecosistema limitato, in cui lo spazio rappresenta la principale conquista e il primo alimento per crescere.
E così, di metafora in metafora, mi ritrovo a pensare alla situazione paradossale in cui ci troviamo: da un lato le rendite di posizione sono asimmetriche, ma garantiscono in un certo senso la tenuta dell'ecosistema, impedendo, con i loro monopoli, la proliferazione (incontrollata?) di innumerevoli cellule antagoniste; dall'altro lato senza differenze di potenziale (come la creatività e l'innovazione) le stesse rendite di posizione stanno comprendendo che la loro stessa esistenza ne verrebbe compromessa.
Ed ecco il quid ultimo della questione: le rendite di posizione sono utili per la loro capacità di mantenere intatta nel tempo la struttura del reale, ma solo in una quantità necessaria a questo fine specifico. La stessa cosa si può dire delle cellule (dinamiche, aggreganti e ricombinanti) che alimentano l'ecosistema dell'innovazione: esiste anche per esse un limite quantitativo.
Sono i due numeri di Reynolds del nostro attuale sistema globale, quelli che sanciscono il passaggio da un moto stratificato e gerarchizzato ad uno di tipo turbolento e imprevedibile. Se (per fare un esempio concreto) si superassero un numero x di acceleratori di impresa, probabilmente si innescherebbe tra loro una necessaria rivalità, che limiterebbe la loro stessa efficacia. Anche per innovatori e startupper si potrebbe dire lo stesso! Ecco che prima o poi sarebbe necessaria una stabilità lavorativa per togliere dall'arena molta parte di ex-innovatori, ormai stabilizzati e in grado di contribuire (nonostante eventuali differenze ideologiche) alla stabilità gerarchica dei bordi dell'arena stessa.
(Oppure una guerra, di vario tipo e genere. O una migrazione planetaria. O....)
E' un bel limite, non vi pare?
Io e Alessio avremmo dovuto finire quella bottiglia.

giovedì 30 gennaio 2014

LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, non allevate makers, fateli lavorare!


Questo è un post inevitabilmente polemico. Chiarisco subito la mia posizione: i makers vanno rispettati, ascoltati e tutelati da leggi nazionali specifiche. Tutto il resto (ideologia, promesse, slogan, ottimismo artificioso) è sostanzialmente inutile, anche se ci aiuta a dormire il sonno del giusto. La rivoluzione (ovviamente pacifica, se ci sarà) nascerà anche da una consapevolezza civile, non solo da capacità innovative e creative. Oltre a fare, connettere, collaborare è necessario che il mondo dei makers abbia una sua adeguata rappresentanza politica-amministrativa. E per questo occorre imparare strategie vecchie per costruirne di nuove (e subito).

Innanzitutto dovremmo parlare di Quarta Rivoluzione industriale, non di Terza (ma l'infosfera è spesso imprecisa). Citando Wikipedia:

La rivoluzione industriale è un processo di evoluzione economica o industrializzazione della società che da sistema agricolo-artigianale-commerciale conduce ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall'utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili), il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica e accompagnato da fenomeni di crescita, sviluppo economico e profonde modificazioni socio-culturali.

Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico con l'introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore nell'arco cronologico solitamente compreso tra il 1780 e il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta convenzionalmente partire dal 1870 con l'introduzione dell'elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell'introduzione massiccia dell'elettronica, delle telecomunicazioni e dell'informatica nell'industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970.


Ecco il punto: la Terza Rivoluzione industriale poteva esser fatta in Italia in molte occasioni.
Le italiane Olivetti e FIAT (da oggi FIA) mostrano, con la loro storia aziendale, come la capacità di segnare nuove direzioni imprenditoriali non appartenga a soggetti di grandi dimensioni, a meno di non scendere a patti scellerati con una classe politica (quella italiana) che ha l'innata capacità di rimasticare il già detto e il già fatto per non correre alcun rischio. L'Olivetti è un caso tutto italiano di sconfitta dell'ideologia imprenditoriale, quando (qualche decennio fa) il suo consiglio di amministrazione ritenne che il personal computer non era il futuro e che il team di 'cervelli' che se ne stava occupando (in anticipo planetario su tutti) andava dirottato su business più ragionevoli e competitivi.

Ecco: grazie, a nome di tutti.

In una cosa non siamo secondi a nessuno: ripetiamo pedissequamente gli stessi errori.
Ritenere che l'industria automobilistica sia ancora il secondo 'motore' del PIL italiano (e nazionale, generalmente in cordata con l'edilizia), anche se il mercato ciclistico ha superato (come quantità) quello delle quattro ruote, significa accettare ancora le strategie di quel patto segreto che Ford e la General Motors siglarono con le amministrazioni USA per garantire la carrabilità delle metropoli americane e l'accettazione della disumanizzazione del lavoro nella catena di montaggio. Se non ne siete convinti potete guardarvi il trailer To New Horizons su Futurama (non il cartone simpsoniano, ma la fiera mondiale di New York del 1939, sponsorizzata dalla G.M.), o il noto film di Chaplin Modern Times. A chi ha visto pure Minority Report e la sua rappresentazione del futuro prossimo non sarà sfuggito come Spielberg abbia rappresentato ancora un'urbanità automobilistica, nel rispetto di questo patto di vecchia data.
Fortunatamente il noto Massimo Banzi (che lavorava in Olivetti, prima di sviluppare Arduino, il primo hardware open-source che contribuì a sdoganare i geek a livello planetario per farli diventare maker) ha rappresentato uno dei primi singulti nazionali all'indigestione di incapacità amministrativa e gestionale della nostra classe dirigente. Se non sapete chi è Banzi (e non avete mai sentito nominare Arduino) non è un problema. La rete vi dirà tutto (qui, ad esempio), ma voi dovrete capire che cosa rappresentano (unitamente a best practice nostrane che continuano a pensare che aspettare, oggi, è peggio di credere in una salvezza calata dall'alto della piramide amministrativa.
E poi Arduino e i makers possono pure garantire un discreto successo nelle chiacchiere da aperitivo, meglio senz'altro del calcio e delle macchine sportive. Anche perché i makers non si distinguono per età, sesso o credo, dunque potrebbe accadervi di scoprire che l'argomento gode pure di un interesse diffuso!
Tuttavia la diffusione e la consapevolezza del fenomeno generale non potrà garantire alla suddetta Terza Rivoluzione Industriale di affermarsi in quanto tale. E' una condizione senz'altro necessaria, ma non è certamente sufficiente.

Cito ancora la medesima voce di Wikipedia, al paragrafo successivo:
La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l'intero sistema sociale. L'apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale,imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira a incrementare il profitto della propria attività.
Esistono vari ordini di problemi da risolvere, e ne intuisco solo alcuni, come sempre in ordine sparso:
- le strategie che emergono dal basso (bottom-up) sono di dimostrata efficacia solo in contesti localizzati. Questo non significa che siano inefficaci in sè, ma che la loro adozione su scala più ampia deve essere sostenuta e perseguita da una classe dirigente, non è sufficiente il numero di like o di retweet ottenuti sui social network;
- la classe dirigente dimostra di avere anticorpi feroci nei confronti dell'innovazione: si chiama potere oligarchico, e solitamente paga per le campagne elettorali (e dunque si aspetta che i propri eletti mantengano lo status quo nella ripartizione di potere e quattrini). La classe dirigente resisterà anche ai collassi nazionali peggiori (ricordate chi si salva nel film 2012?);
- le precedenti rivoluzioni industriali (il telaio meccanico, il petrolio e l'elettricità, l'informatica e l'elettronica) avevano trasformato in modo prorompente gli assetti sociali, al punto che anche la classe dirigente era stata costretta a dare rappresentanza alle nuove figure sociali (operaio e imprenditore su tutti). La divisione del lavoro e la disparità sociale avevano squilibrato la società, al punto che le innovazioni sociali vennero applicate come welfare necessario per evitare che nelle città esplodesse la guerra civile;
- il peso della tecnica nelle rivoluzioni industriali è un dato essenziale: più la tecnologia è ingombrante, rumorosa, o clamorosamente sublime da entrare in una Esposizione Internazionale, tanto più sarà semplice imporre un cambiamento sociale nel nome di un progresso evidente e popolare. Il miraggio di un futuro (capace di far dimenticare tutte le inefficienze sociali che la medesima tecnologia potrebbe causare) è un'arma straordinaria nelle mani dei leader più attenti. Chissà cosa sarebbe diventato Steve Jobs se non fosse morto? Leader democratico o repubblicano?



A ben vedere la pretestuosa Terza Rivoluzione (diciamo quella del do it yourself o dei makers, o dell'apertura dei sistemi informativi, o della rete di oggetti intelligenti, o....?), se paragonata i paradigmi e alle trasformazioni che rendono identificabili le rivoluzioni precedenti, dimostra quanto segue:
- non si basa più sull'ideologia del progresso (dunque non è più moderna), semplicemente lo propone in modo pratico e fattuale (dunque in modo ideologicamente depotenziato)
- è regressiva sia socialmente che urbanisticamente, ovvero non spinge all'inurbamento o alla creazione di nuove classi sociali. Anzi sponsorizza una contaminazione tra generi, saperi, classi sociali, il che preclude alla possibilità di creare una massa politicamente critica che ponga il vecchio sistema in crisi
- è autolimitante e autoreferenziale, poiché tendenzialmente non ha la necessità di avere un appoggio concreto da parte della classe dirigente esistente per poter esistere. La classe dirigente sta infatti mostrandosi attenta a sfruttare l'efficacia e l'ottimismo della 'cultura makers' per rinverdire vecchie strategie con un belletto giovanilistico
- opera e si sviluppa grazie a una massa di lavoro non retribuito, perché 'la speranza è l'ultima a morire'. Questo pone una questione sociale non di poco conto, poiché è saltata (nella prassi, per lo meno) la già fragile corrispondenza (ed equità) tra lavoro e retribuzione. Inoltre il tipo di lavoro non è ancora stato codificato (si tratta di design, di arte, di meccanica, di consulenza, o di cosa?) e non si capisce ancora esattamente quanto debba essere retribuito
- come in Matrix accade poi che i talenti (inventori, creativi, geek, autoformati, autopromossi, senza essere dunque un costo sociale) vengano mantenuti in stand-by in un clima di perenne classe emergente attraverso il controllo di incubatori (!), acceleratori d'impresa, coworking e simili, senza che la legge nazionale (o i regolamenti amministrativi locali) traccino l'equità di questo allevamento. E' accaduta la stessa cosa con il Terzo Settore e il volontariato (che vent'anni fa rappresentava il medesimo grado di innovazione sociale degli attuali makers), per il quale si è preferito non redigere una specifica regolamentazione nazionale per non ledere il sotterraneo transito di beni e servizi (pagati dalla collettività ma spesso gestiti in modo personalistico e finalizzato a sostenere sotterraneamente, ancora, la classe politica nazionale). Il terzo settore (almeno qui in Veneto) è un pezzo importante del welfare e del mondo delle imprese sociali, ma ancora spreca molta energia per l'assenza di una normativa adeguata.
Aggiungo infine il fatto che crearsi lavoro (alla stregua di inventarsene uno) è una necessità derivante da un'incapacità del vertice della gerarchia politica e amministrativa. Non è certo una sconfitta sociale essere costretti a credere nelle proprie capacità per tentare di cambiare il proprio presente, ma il rischio è che questo si traduca in uno stand-by generazionale (al pari della laurea universitaria) che potrebbe consumare anche l'ultimo respiro del morente (l'Italia).
La marcia deve essere innestata, altrimenti la frizione si brucerà e le ruote non gireranno più.
Smettiamo di essere solo ottimisti, cominciamo ad essere anche consapevoli.
Ghiande rosse per tutti!

lunedì 13 gennaio 2014

SIMULTANEITA' E INTUIZIONE, note a margine di Bergson


Make Space (John Wiley & Sons, 2012)  "is a new book based on the work at the Stanford University d.school and its Environments Collaborative Initiative. It is a tool for helping people intentionally manipulate space to ignite creativity."
Da qualche tempo mi sto annotando alcune riflessioni (in ordine più o meno sparso) in merito alla simultaneità. L'idea che mi sto facendo è che l'onda generale di connettività stia rimescolando molti paradigmi, prima di tutto quelli legati alla nostra interpretazione del reale e all'uso che facciamo dell'intelligenza. Ci siamo costruiti nel tempo una cultura che necessita di una certa distanza critica dal mondo, e cosa accadrebbe in un possibile eccesso di accesso e di connettività? Naturalmente non ci interessano direttamente le possibili conseguenze psicologiche o sociologiche (ne ho già accennato altrove, da incompetente), ma la ricaduta sul nostro contatto artigiano con il mondo. Devo spiegarmi ulteriormente: se il rapporto con il mondo è stato caratterizzato dalla sua disponibilità fisica ad essere cambiato dalle nostre azioni, cosa accade nel momento in cui la nostra vitalità non si esplica più mediante l'azione ma attraverso una pura dimostrazione di tendenze senza azione?

Personalmente definisco questa condizione simultaneità.

Essa, superficialmente, è caratterizzata da un eccesso di rappresentazione. La nostra capacità tecnica di prefigurare e rappresentare ogni cosa (comprese le infografiche e i diagrammi) sta amplificando a dismisura la 'pressione' mnemonica sul nostro presente: un passato che accumula terabyte di ricordi e rappresentazioni, nella sua perentoria eternità (la Rete non dimentica nulla) incombe sul nostro momento 'zero', quello in cui l'azione ha bisogno di libertà, resistendo localmente alla durata della memoria. Il nostro 'prendere decisioni' soffre dunque di eccesso analogico: nella simultaneità tutte le decisioni si assomigliano. Infatti la decisione impone un senso del tempo (un prima e un dopo), che viene depotenziato in un sistema di rappresentazione globale che ci cristallizza in un presente con troppo passato e nessuna disponibilità all'azione futura.
Queste considerazioni non sono una critica 'morale' alla nostra condizione, ma solo una lettura di essa alla luce di una prospettiva interessata all'impulso vitale, così come interessava al filosofo francese Henri Bergson. La filosofia di Bergson (che era fisico di formazione) ha un taglio particolarissimo, sembra addirittura pre-platonica, naturalista, dato il suo interesse per la vita, gli organismi, l'evoluzione e l'uomo.
Nel mio personale glossario filosofico Bergson ha un posto privilegiato, essendo forse il primo a scrivere del virtuale come una dimensione/caratteristica non necessariamente contrapposta al reale. Anche per questo, per il sottoscritto, Bergson propone una filosofia immersiva, mediale, fuzzy, completamente anti-sistemica. Si tratta di riflessioni esplorative, indagatorie, come si trattasse di non dare nulla per scontato. Per Bergson era più interessante porsi delle domande giuste, piuttosto che illudersi di ottenere risposte da paradigmi errati. Ecco, Bergson è probabilmente il più completo meta-filosofo che si possa leggere nel tentativo di pensare al simultaneo in modo positivo.

Perché, per molti versi, il simultaneo sembra opposto alla durata bergsoniana, apparentemente immerso in un costante istante privo di passato. Ma se il passato (e la memoria) rappresentano il virtuale (il nostro vissuto depotenziato poiché non più attuale), allora un eccesso di virtualità (intesa in modo contemporaneo) potrebbe indicare che, oggi, ogni istante è pericolosamente saturo di passato, e quindi impone al soggetto un carico emotivo e memoriale che gli impedisce di prefigurare liberamente il futuro. Nella sovrapposizione continuativa tra rappresentazione e mondo, tra virtuale e attuale, tra memoria e azione, ma anche di rimescolamento delle memorie soggettive e individuali in un grande mosaico sconclusionato, la condizione della simultaneità è la spazializzazione completa del mondo e della cultura, poiché, nel simultaneo, il senso del tempo e della durata vengono sostituiti da un presente simulativo che impone la rimozione completa della durata stessa. Questo potrebbe avere ricadute negative, come ad esempio la perdita della correlazione di causa-effetto, o della finalità. A noi che scriviamo di architettura interessa sottolineare che nella simultaneità il rischio è la perdita della capacità progettuale.

Oppure, senza perderci nei timori di rischi e ricercando invece le ricadute positive, poteremmo tentare una lettura più profonda del simultaneo, seguendo ancora il filosofo francese.

La critica ha già operato un primo avvicinamento tra l'architettura e Bergson, proprio per le sue riflessioni sul virtuale (ricordo uno splendido numero di ANY http://en.wikipedia.org/wiki/ANY_(magazine) dedicato a Bergson), e avvenne nel momento (1993-2000) in cui l'architettura sperimentava la vertigine di una dimensione non-costruita non necessariamente di stampo utopistico (come era avvenuto invece nel Rinascimento e nell'Illuminismo). Diremmo che per molti versi l'architettura virtuale è stata figlia delle sperimentazioni eterotopiche degli anni '60, nonché del fortunato incontro (sempre di quegli anni) tra architettura e arte.
Questo sodalizio (che da allora faticherà a sfaldarsi) rappresenta un intreccio ben più profondo delle esplicite analogie formali che possiamo comunemente riscontrare (che ne so, tra Buren e Vacchini, ad esempio; oppure tra Mies e Merz), poiché arte e architettura vanno forse pensate al di fuori dello schema preromantico kantiano (per il quale l'arte è senza finalità e l'architettura è composta da struttura e ornamento applicato). Intendo dire che le ragioni di Kant di mettere ordine tra oggetto e soggetto, ma anche tra arbitrio e obbiettività (e dunque tra particolare e universale) sono certamente utili per una didattica immediata del romanticismo, ma andrebbero riviste alla luce delle riflessioni bergsoniane in merito a intelletto ed intuizione.
Perché ci sembra interessante parlarne? Per il semplice motivo che Bergson propone una prospettiva differente nel rapporto tra le due facoltà umane/animali di leggere la realtà, e tale inquadratura della questione ha un taglio non-oppositivo (dunque non afferma che intelletto e intuizione siano opposti l'uno all'altro) e non-duale (pertanto non intende che le due facoltà siano una necessaria all'altra). Bergson è un po' così: tende a fondere insieme le opposizioni per tracciare nuove direttrici di pensiero. 

L'intelligenza, secondo Bergson, si occupa della materia, e ad essa impone (o in essa ricerca) forme. Dunque l'intelligenza è esterna alla ragione delle cose e della vita, si posa sulla superficie degli oggetti, tanto le basta per identificarli e applicare ad essi il linguaggio. L'intelligenza è massimamente finalizzata alla fabbricazione: per tale ragione la materia è vista come un continuo da poter ritagliare in forme. E tali forme (inevitabilmente discontinue) saranno le sole cose che l'intelligenza potrà capire.
Va da sé che per Bergson il massimo risultato dell'intelligenza è la scienza, la quale produce bordature sulla realtà per tradurla in formule, le quali tuttavia possono operare (per quanto detto) solo sul discontinuo, e dunque sull'inanimato
Ma l'intelligenza può operare, secondo Bergson, solamente sulla materia inerte, essendone per certi versi cogenerata: entrambe (materia e intelletto) si pongono al di qua della dissoluzione dell'istinto vitale, entrambe rimettono insieme i frammenti defunti derivanti dagli intrecci tra materia e vita, entrambe operano necessariamente al di fuori della durata (in cui tutto si differenzia senza soluzione di continuità) e nel recinto specifico della linearità dei rapporti di causa ed effetto.
La previsione (per l'intelletto) opererà in termini strettamente logici e pre-visionali, basandosi tuttavia sull'esperienza e sull'efficacia di ciò che è già stato, senza possibilità alcuna di affrontare sintesi più ricche di contenuti (spostandosi quindi nell'imprevedibile e nell'immaginabile, e, perché no?, nel creativo). La memoria quindi si porrebbe come un archivio de-potenziato che supporta sia la materia che l'intelletto (e per questa ragione Bergson chiama indifferentemente immagini sia gli oggetti-mondo che i soggetti-intelletto). Non sono le immagini ad essere interessanti, quanto i meccanismi (processi) che ne sanciscono connettività e connessione.

"In modern concurrent engineering product lifecycles, massive data streams of product data are produced and consumed between arbitrary phases of the product lifecycle". (immagine da Smart Vortex )
Nel simultaneo ci troveremmo dunque (ora, adesso, oggi, ma anche in futuro) nel campo di una doppia novità: novità di scopo e novità di paradigmi di lettura/interpretazione. Non sembra (per ora) poter operare alcuna distinzione tra i due, non oggi. Fissiamo istantaneamente (tramite intuizione e non intelletto) strategie e paradigmi contestuali e fragili, istantanei. Corriamo rischi, ingaggiamo sfide continue, necessitiamo di costruire per questo reti fiduciali, che ci permettano di raccogliere e condividere informazioni in tempo reale, non certo per ansia di connettività ma, intimamente, per avere una garanzia aleatoria che il nostro decision making possa avere almeno un sentore di universalità. Un tempo l'universale aveva infatti un suo regime linguistico e archetipale (la classicità), oggi operiamo (anche nell'interpretazione) per prototipi aggreganti.

Aggiungo che l'intuizione è forse la capacità umana di operare secondo una condizione puramente meta-contestuale (sia rispetto allo spazio che rispetto al tempo), dunque senza le necessità strutturali e sintagmatiche della funzione e della fisicità. L'intuizione è la controparte positiva dell'aleph borgesiano.


giovedì 9 gennaio 2014

MAPPATURE SIMULTANEE

diagrammi di studio sul tema dello shifting (EL aprile 2006)
E' da un po' che non scrivo. Alcune cose urgenti per il 2014, occasioni (date un occhio a www.padovafirst.it e capirete).
Ma alcuni pensieri continuano a rifluire, quindi occorre fissarli qui... Mi sono chiesto recentemente se fosse possibile ricostruire una sovrapposizione di come i differenti gradi di residenzialità urbana vedono la città. E di lì (senza prendere la direzione poetica dell'autoritratto di Borges) capire se è possibile mappare la città, darne rappresentazione progettuale.

Prima di tutto, però, occorre partire dal livello più basso (e maggiormente determinante) del rapporto tra l'uomo e il mondo.

Il rapporto tra soggetto ed oggetto rappresenta appunto per molti versi una sintesi locale e sinestetica dell'interazione uomo/mondo. Se siamo animali la nostra finalità primaria è l'azione (ovviamente appiattendo tutta la soggettività a quella propensione vitale che la differenzia dagli altri regni). L'azione contribuisce a determinare anche le nostre finalità (quando vogliamo fare qualcosa valutiamo in anticipo difficoltà, strategie, obiettivi), e di conseguenza creiamo strumenti.
Il mondo degli oggetti (e l'insieme ristretto degli strumenti) è sempre stato sottoposto (con efficacia variabile, nelle epoche) all'azione e all'interpretazione da parte del soggetto. Il martello è nato per la mano, ma forse, al contempo, la mano ha perfezionato il suo funzionamento 'attorno' al martello. Ecco che mano/martello è una dualità che si determina reciprocamente. Non abbiamo mai compreso questa unità profonda fino a quando le due entità non hanno cominciato a entrare in frizione (e le sperimentazioni patafisiche hanno avuto il loro ruolo, ben prima della postmodernità e il suo atteggiamento pop).

Lo shifting è la formalizzazione di un rapporto dinamico tra soggetto e oggetto, ovvero cosa può generarsi nei significati e nelle rappresentazioni del mondo quando entrambi (soggetto e oggetto) divengono autoreferenziali (al punto che alcuni oggetti configurano il soggetto in modo unidirezionale).

Se il logos greco classico (dunque una visione del mondo come realizzazione parziale di un ordine immutabile e comprensibile in modo completo) imponeva una visione tassonomica, formale al mondo (con molti 'scarti', frammenti, incompiuti) lo shifting rimette in moto tutta la produzione di senso, dissolvendo ogni tassonomia in una rete dinamica di relazioni deboli, come si trattasse di una soluzione.



Se il dominio del logos aveva portato la matematica e le discipline scientifiche ad essere principali lettrici, interpreti e rappresentanti del mondo fisico, l'emergere dello shifting valorizza invece le letture dinamiche e le condensazioni puntuali, ovvero i processi creativi e le micronarrazioni locali.

Annotavo (ancora nell'aprile del 2006) alcune parole di Girard: 'dal punto di vista del desiderio mimetico l'individuo esiste: è colui che va contro la massa per motivi non legati agli aspetti negativi del desiderio mimetico. E' colui che è in grado di resistere all'unanimità della folla'. Girard sosteneva che la differenziazione tra un soggetto e un altro dipende da un continuo 'voler esser altro' (questo è il desiderio mimetico), ma oggi le occasioni di differenziazione si moltiplicano nella direzione di uno sgretolamento di paradigmi e sistemi di senso. 

La nostra civiltà è sempre stata una lotta tra opposizioni, siamo una cosa e vorremmo al contempo esserne un'altra. La cultura si genera nel mezzo, esplicitando i tentativi di equilibrio (che non sono verità, ma interpretazioni). Attualmente stiamo assistendo a qualcosa che supera i processi di formazione culturale 'tradizionali' (imitazione, opposizione, decostruzione, contaminazione, interazione). Lo avevo chiamato 'shifting' nel 2006, ma ora mi accorgo che quando non esiste distinguibilità tra soggetto e oggetto accade che non possono più esistere quei limiti strutturali (e culturali) che identificavano l'OPERA come sistema significante saturo e completo (dal punto di vista formale e logico, non certo di genere). 

In altri termini ci ritroviamo in un istante profondamente denso, all'interno del quale è sempre più difficile concretizzare apparati di lettura, perché sono in continua modificazione.

E' come l'esplosione di una stella in nana bianca, che lotta fino all'ultimo per mantenere la propria unità fino a collassare all'INTERNO. E le densità inimmaginabili forse rappresentano un ritorno alla caverna primordiale, e, di là, finalmente l'abbandono degli ultimi residui del platonismo, vero patrigno di di tutta la modernità passata. 
Tutto è illuminato, tutto è ombra. Questo (ancora una volta) è il simultaneo.
'Solo col tempo di conquista il tempo' TS Eliot 

martedì 15 ottobre 2013

WASTE-LOGIC, l'indifferenziato architettonico contemporaneo

Memorial 911, NYC - particolare (E.Lain 2013)

Il rifiuto è un tema-ombrello attualissimo, alla stregua dell'attributo smart-. Penso che esso sia probabilmente il concetto che raccoglie con più efficacia le numerose istanze attorno alla dualità principale della città contemporanea, ovvero la coppia pubblico/privato.
Questa dualità (differente da quella città/campagna della città del Novecento scorso) è il centro della smart city, o di quella che più in generale (e in un gergo meno tecnicistico) è la nuova urbanità, su cui molti (me compreso) stanno raccogliendo istanze, riflessioni, commenti.
Nel rifiuto vengono condensati significati, prassi, ma anche dinamiche urbane e sociali. Il rifiuto è il prodotto principale della mancanza di fiducia di cui parlava Giddens, prima ancora di essere il risultato di un'economia sociale volta a generare consumatori piuttosto che produttori. Il rifiuto è un non-oggetto, se consideriamo la funzione come caratteristica comune a oggetti e strumenti. E' l'impronta antropologica sul pianeta. Per estensione esso accomuna i paradigmi che hanno tentato di sistematizzare (e semplificare con metafore) la città, dalla città-macchina-fabbrica alla città-organismo-tessuto, ma rappresenta bene anche l'emergere di una soggettività-liquida senza localizzazione o radicamento, che rifiuta il legame sociale come premessa della propria identità. Causa o conseguenza dei nonluoghi forse non ci sarà dato di saperlo mai con certezza: rimane un generale senso di transito tra un qualcosa che valeva nel XX secolo e un qualcosa che vale nel XXI secolo.
Grazie ai recenti business legati al riciclo dei rifiuti, si è perfino giunti ad una rivalutazione positiva del rifiuto e dei paradigmi che in esso sono concettualmente confluiti.
Ed ecco che il rifiuto è divenuto materia virtuosa, propriamente smart poiché innovativa rispetto ai paradigmi dell'economia urbana novecentesca.
Forse un nuovo tipo di materialità porterà anche ad un nuovo tipo di carattere architettonico? Non lo sappiamo ancora, ma di certo nei tagli all'urbanità (economici, sociali, politici, ma anche morfologici e insediativi) si è ravvisata un'evidenza culturale: anche l'architettura può divenire rifiuto.
A Buffalo hanno demolito edifici di F.L. Wright, con buona pace di chi continua a sostenere che esista un valore assoluto nel patrimonio storico-architettonico, che prescinde dalle correlazioni d'uso o sociali. Si tratta semplicemente di un alibi culturale, che dovremo (noi italiani, soprattutto) superare, elaborandone il lutto. Il valore è un dato relativo, o appartiene ad un ciclo attivo o è puramente convenzionale (dunque una voce negativa di bilancio). E l'architettura (realizzata) è sottoposta a tempi di obsolescenza sempre più ristretti, poiché (a volte anche per sole ragioni di costo) si realizzano edifici su misura, con programmi funzionali specifici, a scarsissima resilienza urbana.
Cosa accade poi per l'architettura da realizzare? Alcuni pretendono di scorgere una pericolosa connivenza tra architettura e industrial design (che noi chiamiamo, un po' cafonamente, design), ravvisando il rischio di una prevalenza della forma sul carattere degli edifici. In termini comuni: un tempo l'edificio aveva un involucro esterno in pietra, con una composizione ordinata, e questo carattere permetteva all'edificio di affacciarsi al convivio dell'urbanità (come un frac in una sera all'Opera). Nessuno andrebbe all'Opera in jeans o con una maglietta da geek (in cui una Morte Nera mangia come pac-man i pianeti, ad esempio). Ed ecco perché non sembra consono che un edificio rinunci alle sue stereometrie e si presenti come un gigantesco qualcosa di forma seducente, possibilmente bianco come un iPhone.
Anche in questo caso si tratta di rifiuti incrociati. Gli architetti in frac rifiutano il fatto che l'edificio debba evidenziarsi rispetto alla città. Per loro va bene che tutti abbiano il frac, nero, come le macchine di Ford (potete scegliere una macchina di qualsiasi colore, purché sia nero, pare dicesse proprio Ford, che possiamo considerare come uno dei maggiori urbanisti della città-macchina novecentesca). La ripetizione è comprensibilità, il linguaggio e la medio, uniformato e inserito in un ordine complessivo, in cui il produttivo, il riproduttivo e il privato si accordano nel pubblico.
In questo modo l'urbanità risultante e la stessa comunicazione dell'opera d'architettura vengono massimamente compresi dai cittadini: ecco il fondamento di questo paradigma, che potremmo ravvisare come filo rosso dalla classicità al Novecento. Secondo questo modo di vedere le cose è l'architettura il vero soggetto, poiché essa approfitta della resilienza dei cittadini per imporre il proprio ordine, Naturalmente, in cambio, l'architettura novecentesca rimanda ad una universalità surrogata: essa propone classicamente di abbandonare le contingenze spaziali e temporali per affrancarsi dalle obsolescenze materiche e compositive. La creazione di un consenso a partire dall'universalità nasconde però un ulteriore rifiuto: si nega che l'opera di architettura possa essere temporale e rappresentativa di una volontà collettiva.
Ma cosa accade quando questi presupposti (e sono davvero molti, credetemi!) non corrispondono semplicemente più all'urbanità emergente?
Perché, da Ford in poi, ne sono successe di cose: guerre, crisi mondiali, mondializzazione, globalizzazione, new economy, ad esempio. E' quindi tutto ancora uguale a prima? Dove avete messo il frac? Perché vi ostinate a dire che il paradigma classico non possa essere più adottato con successo, come un principio universalizzante? Siamo davvero certi che non si tratti di un banale disaccordo estetico, per il quale, oggi, i cittadini sono più avvezzi ad esprimere i propri giudizi sull'architettura?
Ecco, a mio modesto parere accade che non sappiamo più con esattezza se siamo all'Opera o ad un concerto della Filarmonica a Central Park (in cui si fa generalmente un grande pic-nic collettivo), ma sappiamo che è proprio in questo indifferenziato che sta la non-forma del paradigma culturale contemporaneo. Non è certo una questione di disaccordo sulla bellezza, ma un ragionevole dubbio sull'efficacia del paradigma classico per la città contemporanea (in cui non ci sono né foreste né divinità).

(E. Lain 2013)

Fuor di metafora: l'opera di architettura ha l'obbligo di confrontarsi con un'umanità (di cui è espressione attiva, in tutti i sensi); al cambiare dell'umanità cambia l'architettura, come per il linguaggio (scriviamo continuamente nuovi dizionari, ma Vitruvio e i suoi libri sono ormai giunti al centinaio di riedizioni).
La forma e il carattere subiscono per prime questo cambiamento, certamente non in modo univoco. Se prima l'architettura poteva (come ogni linguaggio) appoggiarsi su un principio di valore-verità universale (ripeto: tutti andrebbero ad una prima all'Opera in frac, giusto?), oggi si trova nell'ambito dell'indistinguibile. Cos'è architettura? Ecco la domanda che sta mettendo in crisi, a mio parere, la stessa disciplina architettonica (italiana, per lo meno). Per raccontare ai suoi utenti che quello era un device innovativo, il defunto Jobs non lesinò in marketing e ricerca (ecco perché non usiamo iPhone di bachelite). Occorreva distinguersi nella marea di prodotti-rifiuti della produzione culturale e oggettuale.
Così viene imposto all'architettura. Non credo quindi che sia una banale questione di esplosione dell'ego delle starchitects, e solo limitare la critica a questo meriterebbe una scomunica accademica. Se tutto diventerà città dovremo abituarci a opere d'architettura sempre più effimere e sempre più tese a spuntarla nell'orizzonte della vertigine urbana. Naturalmente ciò non implica un giudizio estetico personale. Penso che però sia d'obbligo chiarirsi un po' le idee, al di là di ogni rifiuto nei confronti di paradigmi in cui, nostro malgrado, siamo immersi fino al collo.
L'ascetismo non è specificamente richiesto, a meno di vuoti inaccessibili e inaffrontabili.