critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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martedì 1 aprile 2014

WE TRADERS, la sussidiarietà e nuovi spunti di transurbanità

immagine tratta da We Traders.

Abbiamo tentato di descrivere un panorama di dinamicità territoriale quando abbiamo parlato degli innovatori (non solo i makers, sia chiaro, ma quel mix di cultura di impresa e conoscenza che ribolle nella vecchia Europa e pure nella patria della manifattura mondiale di qualità, ovvero la nostra Italia).
Abbiamo dichiaratamente lanciato un warning alla società civile perché non consideri questo straordinario mix come semplice ricostituente di paradigmi sclerotici e sclerotizzanti.
Se adottassimo per un istante la metafora del giardiniere contemporaneo potremmo definire la situazione attuale come segue: esiste un paesaggio territoriale che è quanto resta dopo un lungo processo di specializzazione fordista e post-fordista del mondo; il terzo paesaggio è dunque non-agricolo-intensivo, non-industriale, non-residenziale, non-commerciale.
E' ciò che resta dopo la parcellizzazione del pianeta ad opera degli stati nazionali e delle economie (e degli ibridi nati dai rapporti incestuosi tra i due!).
Rimaniamo nella metafora. Il terzo paesaggio è dunque deserto? Se considerassimo il territorio solo in base alla sua produttività (o la sua rendita) allora commetteremmo l'errore di considerare il terzo paesaggio come inutile e dunque come un rifiuto del processo di specializzazione territoriale. Eppure lì accade qualcosa! Esistono ancora processi in corso, non certo previsti, autoctoni, con uno scopo ben preciso: ricondurre la propria ragione d'essere (e di esistere) a se stessi, senza cercare un'appartenenza (o una produttività) in un sistema di senso globale esterno.
E' un principio di esistenza non-filosofico ma fortemente biologico.
Si tratterebbe di piante pioniere, forti, determinate, libere di agire con i propri strumenti per affermare la propria esistenza.
Questa è la premessa del giardino planetario. Considerando che la superficie urbanizzata occupa il 2% della superficie del pianeta, il giardino planetario non può più essere considerato residuale.
Le città, infatti, continuano a pensarsi come un punto privilegiato da cui leggere-osservare-interpretare il resto del pianeta. In Italia questa particolare deviazione è storicamente radicata nel non aver mai superato l'organizzazione signorile del territorio (nel bene e nel male, e per diverse ragioni). Le città sono punti di osservazione in cui la civiltà si rinchiude inconsapevolmente per guardare il mondo attorno a sé.

immagine tratta dal sito di Produzioni dal Basso.
Da questo punto di vista il libro che E.J. Pilia e A. Melis stanno proponendo per Deleyva editore (Lezioni dalla Fine del Mondo) dimostra l'attualità dell'inattuale (che in questo caso è un mondo di zombie). Ma mette in chiaro come (dal punto di vista culturale) noi non siamo mai usciti dalle città e quindi (con poche eccezioni) non abbiamo ancora imparato a vedere le città dal di fuori!
Se fossimo nel paesaggio residuale ci capiterebbe di vedere le crepe nei muri, i tetti spanciati, i giardini incolti, le strade sporche e deserte.
Se fossimo nel paesaggio residuale ci sentiremmo forse piante pioniere e non residenti in attesa. Passeremmo dalla residenza alla resilienza.
Ma allora (concedetemi ancora per un attimo di rimanere in metafora) chi è il giardiniere in grado di agevolare le dinamiche orizzontali tra piante pioniere, di garantire il ribollire della bio-diversità, il consolidarsi di comunità autoctone, l'intrecciarsi di radicamenti, di gestire gli inevitabili conflitti? Questo Giardiniere (che merita la maiuscola) avrebbe due grandi obiettivi: garantire la vitalità del sistema e gestirlo con il minimo di manutenzione possibile.
Fuor di metafora (poiché noi, gli innovatori, i makers, non siamo piante, anche se siamo pionieri per necessità): quali sono i limiti dell'auto organizzazione?
Esiste un termine specifico per descrivere questo corpus teorico e progettuale: sussidiarietà.

Il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative vengono svolte dall'entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (i comuni), ma esse possono essere esercitate dai livelli amministrativi territoriali superiori (Regioni, Province, Città metropolitane, Stato) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente.

Si parla di sussidiarietà verticale quando i bisogni dei cittadini sono soddisfatti dall'azione degli enti amministrativi pubblici, e di sussidiarietà orizzontale quando tali bisogni sono soddisfatti dai cittadini stessi, magari in forma associata e\o volontaristica.

(Wikipedia)

Qui troviamo un primo problema da risolvere: come si interroga il territorio per acquisire gli effettivi bisogni dei cittadini? Se si trattasse di piante pioniere si arrangerebbero, lottando tra loro, ma noi abbiamo fortunatamente la parola e i social network. Occorrerebbe riformare il sistema di comunicazione orizzontale, rendendolo mirato alla dimensione progettuale. Il mio amico Alessio Barollo direbbe che il crowdfunding civico è un'ottima strada da percorrere in tal direzione. Ma occorrerà una dimensione metaprogettuale (specifica dei corpi intermedi, intesi come quegli agenti dell'organizzazione territoriale che si sono storicamente consolidati, ai quali viene chiesto, oggi, di evolvere anche in chiave digitale) in grado di dare durata alle azioni sussidiarie, assicurando ad esse adeguata visibilità (facendole divenire best practice) e capacità strutturante.

Il principio di sussidiarietà è stato recepito nell'ordinamento italiano con l'art. 118 della Costituzione.

Tale principio implica che:

  • le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un'entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l'entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto;
  • l'intervento dell'entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore;
  • l'intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.
  • esistono tuttavia un nucleo di funzioni inderogabili che i poteri pubblici non possono alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).
La capacità di agire per proprio conto implica non solo lo stimolo derivante da una necessità (disagio sociale o altruismo che sia), ma (soprattutto) una capacità di vedersi come promotore d'azione e di strutturare progettualmente tale azione. E queste due condizioni necessarie non sono certo frutto di improvvisazione, quanto di alfabetizzazione e istruzione. Non possiamo pretendere che il cittadino sia esperto di come modificare la città se prima non gli viene insegnato che l'urbanità è un diritto-dovere, tanto quanto era (un tempo) vivere in campagna. Non si trattava di una residenzialità passiva, ciascuno aveva il proprio compito, anche i più piccoli, poiché la lotta per la sopravvivenza era una lotta collettivizzata che traduceva immediatamente strategie in norme. Di contro l'urbanità è stata a lungo assistenziale, fondata su uno scambio astratto tra forza lavoro e sussistenza (abitazioni, cibo, divertimento per il tempo libero).
E in questa separatezza tra il cittadino e l'efficacia delle proprie azioni (poiché digitare parole su una tastiera non porta cibo quanto coltivare la terra!) si sono inseriti i poteri pubblici, che dovrebbero occuparsi di coordinamento (per il quale percepiscono adeguato emolumento pubblico). Anche per tali organi vale quanto detto in merito all'improvvisazione: amministrare la rivoluzione in atto implica necessariamente un apprendimento continuo e una propensione alla collaborazione, per tradurre immediatamente in pratica le visioni progettuali (ammesso, ovviamente, che ve ne siano...).

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:
  • in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;
  • in senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.
Questa prossimità traduce in modo più convenzionale quello che dicevamo prima: fuori dalla pretestuosa sicurezza della città si è prossimi al territorio, alle sue dinamiche più intime e attive.
Occorrerebbe dunque passare dall'urbanistica (gerarchicamente intesa come sistema di controllo normativo del territorio) ad una transurbanità, che potrebbe definire la sintesi di prossimità e strategie territoriali, superando sia i recinti funzionali che la dualità città/territorio. Nella transurbanità la progettazione è simultaneamente emergente e coordinata da un apparato-guida che dovrà rendersi il più possibile responsivo (aumentando le occasioni in cui si interroga il territorio e riducendo i tempi di reazione-risposta alle necessità). Ma occorrerà necessariamente procedere su due piani (interagenti): da un lato procedendo alla realizzazione pratica (e locale), dall'altro traducendo in prassi universali quanto appreso e sperimentato nelle realizzazioni pratiche (pulsione globalizzante buona).
Non è data maggiore efficacia nell'adozione di uno solo dei due piani. Limitare l'azione alla prassi locale significa infatti ingaggiare una competizione territoriale (che porta a spreco di risorse); adottare una visione puramente universalistica lascerebbe di contro inespressi i bisogni locali più nascosti e radicati nel territorio (con evidenti risultati di inasprimento dello scollamento tra le componenti di scale differenti e pulsioni secessioniste).

La risposta dei territori sta divenendo molto più colta e dinamica di quella che le gerarchie amministrative sono oggi in grado di proporre. Nascono giornalmente occasioni per partecipare (o diffondere) reti territorializzate che rendono reali e tangibili le dinamiche apprese e codificate nei social network. Una di esse è la rete di We-Traders - cedo crisi, offro città (che potete trovare qui). Si tratta di una rete europea che propone numerose occasioni sia di alfabetizzazione che di partecipazione a open call (che dovranno diventare la prassi più diffusa per promuovere attivamente il principio di sussidiarietà), con un focus specifico al mercato urbano. Anche l'azione europea ha recentemente spinto sui mercati urbani (forse anche in risposta a quelli finanziari), e credo che ciò rappresenti evidentemente una rivoluzione in senso stretto: la poli pre-capitalista è il (nuovo?) modello di decrescita attiva del futuro. E' una strategia che andrà verificata, poiché non è detto che le metropoli e le megalopoli possano tornare al modello di urbanità medievale senza che le inevitabili differenze di scala tra i due tipi di insediamento urbano (poli da un lato e metropoli e megalopoli dall'altro) non comportino derive corporative interne che potrebbero smembrare  le città territoriali in frammenti urbani in competizione feroce tra loro.
Ancora una volta si tratta di sostenere (al contempo) un tessuto connettivo in grado di gestire i conflitti e le interfacce tra le parti.
Occorrono giardinieri, insomma.
Procuratevi un orto, anche urbano, e cominciamo da lì.... 

venerdì 18 ottobre 2013

RE-CYCLING, nuove strategie di sviluppo e marketing urbano


Vi presento qui l'esordio nella pianificazione di inTerritori, un nostro progetto interdisciplinare che intende occuparsi di nuove modalità e paradigmi di riqualificazione urbana e territoriale. Nato nel 2012 dal confronto teorico e disciplinare tra il sottoscritto e il dott. Simone Cappellari, geografo, ha come obiettivo primario l’elaborazione di nuove strategie di intervento urbano e territoriale a basso impatto economico, mediante il recupero e la rifunzionalizzazione di edifici dismessi, attraverso la sviluppo di nuove reti locali e la partecipazione consapevole dell’utente e del cittadino alla pianificazione territoriale.

E' dunque da circa un anno che stiamo faticosamente elaborando prassi e semantiche comuni tra le nostre discipline (architettura e geografia, ovviamente), con molti inevitabili scontri culturali e sorprese metodologiche.
Ci siamo accorti infatti che da una collaborazione interdisciplinare poteva nascere un compendio programmatico, in cui l'architettura potesse recepire l'interesse per l'azione antropica (anche senza opere d'architettura) e la geografia potesse entrare di diritto in ambito progettuale (come già accade in altri paesi).
Abbiamo inteso che sussista una differente percezione del valore (per la geografia è molto più territoriale e assolutamente non monumentale), ma anche che occorre poter immaginare il territorio futuro (e in questo l'architettura sa essere prepotentemente coinvolgente).
In altre parole l'architettura sembra aver bisogno di 'piedi a terra', la geografia di 'testa fra le nuvole'.

Re-Cycling, planimetria di progetto (courtesy inTerritori)

Abbiamo così colto l'occasione dataci dai Giovani Architetti di Padova di partecipare ad un workshop sul piccolo borgo di Salboro (in provincia di Padova), e nello specifico sul tema del re-cycling. Attualmente Salboro è ben connessa al centro storico di Padova con una pista ciclabile, ma ci è stato richiesto di valutare strategie ulteriori per potenziare un rapporto emozionale tra l'utente in transito e il territorio.
Così inTerritori ha accettato la sfida: lavorare sull'esistente, proponendo un concept territoriale all'interno di una scala urbana ben definita. Occorreva connettere in altro modo Salboro a Padova, invogliare il ciclo-turista (ma anche il cittadino in transito) a recarsi oltre le mura della città storica, alla ricerca di emozioni.

Il punto di arrivo imposto dal programma del workshop doveva essere la vecchia chiesa sconsacrata di S. Maria, a Salboro. Ed ecco un'altra sfida: cosa fare nella chiesa? Quali altre strategie eravamo in grado di adottare oltre all'adozione standardizzata delle funzioni di 'teatro' o di 'museo'?

Ebbene, la nostra conditio sine qua non è stata fin da subito evidente: la chiesa di S. Maria doveva rimanere simbolicamente inalterata. La nuova funzione doveva quindi rispettare la sacralità storica dell'edificio. E questa doveva riuscire a tradurre verso Salboro l'efficienza di marketing turistico del centro storico.

veduta della chiesa di S. Giustina dal Prato della Valle, a Padova


Il Prato della Valle è certamente determinante nel palinsesto turistico di Padova, ma la recente (e virtuosa) espansione dell'Orto Botanico ci ha dato l'abbrivio determinante.

Perché non realizzare a Salboro un piccolo avamposto dell'Orto Botanico, che possa esprimere la sua naturale vocazione all'aggregazione sociale e territoriale?

Ed ecco che, nel progetto che abbiamo consegnato ai Giovani Architetti e che è in esposizione a Padova all'interno della mostra RE-PLAY, questo piccolo Parco Botanico interagisce direttamente con la nuova funzione proposta per la chiesa di S.Maria, nella quale ipotizziamo la localizzazione di un atelier (visitabile dal pubblico) per la pittura sacra, con pigmenti naturali.

veduta del Parco Botanico proposto, con piccola serra e bacino di biofitodepurazione.


veduta del nuovo sagrato tra le due chiese di Salboro. In basso a sinistra: spaccato dell'ex-chiesa di S. Maria.


I dipinti potrebbero diventare occasione di marketing (non solo urbano) e di realizzazione di un piccolo polo culturale specifico per il territorio a sud di Padova.
In questo senso non verrebbero meno le aspettative che hanno portato al potenziamento dello stesso Orto Botanico. Riporta infatti La Repubblica:

'Quello che a Padova non volevano, però, era restare attaccati solo alla storia. Nel suo magnifico studio arredato tutto da Giò Ponti, il rettore Giuseppe Zaccaria spiega che questa operazione partita dall'università vuole essere un modello per il Paese, la dimostrazione che la cultura e la scienza possono diventare una formidabile arma di sviluppo. "Questo - dice - resterà un luogo di ricerca ma si aprirà alla città e al mondo, diventerà un luogo di aggregazione urbana e di richiamo turistico". Sarà un luogo nuovo, aperto, divertente. Come accade in Inghilterra, per raccogliere fondi aprirà una sua charity - "gli amici dell'Orto" - e lancerà il progetto "adotta una pianta". Intanto si lavora per mettere on line il Wikiorto e il progetto Greenternet, una vera e propria rete web botanica. Un luogo filosofico, anche. Perché passando da qui è evidente - come dice l'architetto Giorgio Strappazzon che ha curato il sito - che le piante possono vivere senza l'uomo ma l'uomo non può vivere senza le piante.'(da http://www.repubblica.it/ambiente/2013/10/14/news/orto_botanico_padova-68532658/?ref=HREC1-12)

Il titolo della nostra proposta di progetto è Penisole Urbane. E vi riporto qui di seguito uno stralcio della relazione (pubblicata in Be City Smart - scenari e progetti per un'urbanità 2.0, Overview, Padova 2013):

CONTATTO. Due punti di una rete preesistente alla definizione geografica entrano in relazione attraverso una nuova connessione locale e acquistano la forma di una nuova esperienza cognitivo-relazionale: Re-cycling; Re-ciclare; Ri-utilizzare… Ri-funzionalizzare un edificio è ri-posizionarlo nella rete territoriale. Ma in alcuni casi è più efficace la strategia di mantenere intatta la sua forza simbolica originaria.
Si legga in questa chiave l’allestimento di un laboratorio espositivo permanente di pittura e arte sacra, con cui proponiamo una nuova funzione alla chiesa di S. Maria di Salboro. Per valorizzarne l’aspetto storico-artistico abbiamo ipotizzato anche la costruzione di un parco botanico nell’area verde pubblica di via Cavalca Fra Domenico. Destinato alla coltivazione di piante per la produzione di pigmenti coloranti - da impiegare nella pittura e nelle miniature, secondo la tradizione artigianale rinascimentale - e alle attività ludico/formative, aumenta l’efficacia didattica e la ricettività turistica della nuova funzione della Chiesa ristrutturata.
Abbiamo definito così uno dei due nuovi punti della rete di progetto. Ora passiamo al secondo, già nodo di molte reti: Prato Della Valle e l’Orto Botanico Universitario. La forza attrattiva di questi due elementi urbani e le attività ad essi connesse, contribuiscono a rafforzare la ricettività turistica della chiesa e del nuovo parco botanico: si utilizza il marketing urbano di Prato Della Valle e dell’Orto Botanico per veicolare il visitatore a percorrere il tragitto ciclabile fino alla Chiesa ed il parco.  In particolare, quest’ultimo sarà così percepito come ulteriore attrattiva dell’Orto Botanico Patavino e, di conseguenza, la coltivazione delle piante, la preparazione dei pigmenti coloranti e la formazione didattica delocalizzate a Salboro potranno essere integrate con le tradizionali attrattive botaniche già esistenti.
La connessione ciclabile esiste già, ma va riletto strategicamente come un’esperienza visuale che, già da Prato Della Valle e dall’Orto Botanico, concede all’utente l’occasione di assaporare le attese create dal marketing urbano.  A tal scopo, proponiamo di migliorare la ciclabilità e la visuale paesaggistica di Ponte Quattro Martiri. 

Veduta del canale Scaricatore dal Ponte di Salboro.


Inoltre, adiacente alla tangenziale immaginiamo un luogo adibito al coworking, punto di scambio culturale ed esperienziale, che con l’ausilio di attività ricreativo/ricettive possa potenziare la connessione territoriale dei due punti.
Le esternalità positive di questo progetto - incremento della ricettività turistica, aumento dell’offerta didattico/formativa – potranno arricchire il territorio di nuove opportunità d’interazione sociale e di attività economiche, non solo per la comunità residente.

Ecco infine le due tavole di progetto esposte fino al 15 novembre, a Piazza Insurrezione (Padova).