critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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venerdì 10 aprile 2015

DREAMHAMAR, partecipazione e progetto


Ho recentemente scritto un primo draft di un breve saggio a conclusione del corso in Azione Locale Partecipata, seguito allo IUAV sotto la direzione scientifica di Francesca Gelli e Andrea Mariotto (che ha in cv numerose attività svolte con Avventura Urbana, di Torino).
Dopo un paio d'anni di mia attività in quella che M. Castells chiama network society, mi interessava conoscere le basi teoriche della partecipazione off-line. In quattro mesi mi sono così fatto una certa idea, ovvero che entrambe (azione locale e network society) ruotino attorno a due poli: la creatività e il policy-making. Purtroppo l'alchimia che potrebbe tenere insieme i sue poli è molto specifica (e richiede sostanzialmente un ottimo livello di esperienza e preparazione tra i facilitatori che intendono applicarla), al punto che solitamente si creano asimmetrie nei processi: alcuni si concludono in grandi festival di creatività estemporanea, altri sprofondano in politiche ingrigite e seriose.
Rispondo così all'amico Emmanele J. Pilia e alle sue perplessità in merito alla fragilità della partecipazione, al suo essere continuamente a rischio di vaporizzazione mediatica: il processo partecipativo è complicato! It's complicated!
Aggiungo poi, qui di seguito, un estratto di quanto vi dicevo più sopra, dedicato al processo DREAMHAMAR di Ecosistema Urbano. Ho trovato tutto in rete (è molto ben documentato), e vi ho riportato i link in nota. Potrete vedere quanto lavoro ci sia dietro a un processo partecipativo, dall'accuratezza delle strategie di comunicazione (logo, storytelling, azioni pubbliche, ecc...), fino alla sintesi finale da proporre alle istituzioni coinvolte.

Immagine tratta da http://ecosistemaurbano.com/portfolio/dreamhamar/


Il 25 giugno 2010 il comune di Hamar (Norvegia) lanciò un bando di concorso internazionale per il progetto della piazza di Stortorget (di superficie pari a circa 8.000 mq), intitolato “Arte nella piazza cittadina di Hamar, Norvegia”. La deadline era fissata per il 5 novembre 2010. L’invito alla pre-selezione[1] recitava quanto segue:

“La città di Hamar invita gli artisti alla pre-selezione per un concorso di Arte Internazionale nella piazza principale di Hamar. Si tratta di una generale riqualificazione e ri-progetto della piazza, che è uno dei principali spazi urbani. Hamar è una cittadina di medie dimensioni della Norvegia ed è localizzata a lato del suo principale lago, Mjøsa. Gli artisti possono collaborare con architetti e paesaggisti. Uno degli scopi principali della nuova piazza è quello di permettere all’arte di giocare un ruolo significativo per lo spazio urbano. Verrà apprezzata la proposta artistica con un carattere moderno, distintivo e innovativo. L’opera avrà un ruolo prevalente nel successivo processo di pianificazione. Si impone che il progetto possa essere realizzato con un budget di 550.000 €”.

Ecosistema Urbano (Madrid) vinse la pre-selezione e il concorso proponendo, in luogo di un classico progetto di urban design, il processo, denominato inizialmente OTS (One Thousand Square), venne presentato con un pay off esplicito: “cosa accadrebbe se i cittadini potessero sperimentare 1000 piazze e poi scegliere la migliore?”[2]. Il comune di Hamar decise quindi di sostenere un approccio pioneristico per la costruzione della nuova piazza di Stortorget, permettendo ai cittadini di partecipare ad un processo di collective brainstorming che avrebbe determinato la nuova configurazione della piazza.

La prima proposta di progetto (consultabile on line[3]) includeva la costruzione fisica di un laboratorio temporaneo al di sopra dell’edificio denominato Bazaar Building, mediante l’utilizzo di un sistema tubolare prefabbricato. I costi valutati in fase preliminare erano di € 16.500 (comunicazione+documentazione+mantenimento)+€ 88.000 (realizzazione della struttura temporanea). Il laboratorio di OTS, quando divenne il Laboratorio Fisico di Dreamhamar, venne realizzato all’interno del Bazaar Building, e ragionevolmente il budget complessivo di circa 104.000 € venne probabilmente utilizzato poi per la gran mole di attività (on line e off line) che animarono Dreamhamar.

Per descrivere il processo di Dreamhamar occorre prima considerarne alcune premesse fondative. Nell’articolo Network Design: Dream your City, a firma di Jose Luis Vallejo e Belinda Tato (cofondatori e direttori dal 2000 dello studio Ecosistema Urbano, d’ora in poi EUr), e pubblicato sulla piattaforma Scribd[4] e su Harvard Design Magazine n. 37, Dreamhamar viene descritto come applicazione di network design, inteso come implementazione delle prassi di progettazione partecipata grazie agli strumenti ICT disponibili alla network society.

EUr ridefinisce programmaticamente il ruolo dell’urban designer per rendere il network design una prassi in grado (anche) di alimentare il dibattito sulla questione urbana:

“(…) poiché i confini professionali e disciplinari si stanno confondendo, abbiamo la necessità di esplorare un nuovo ruolo per il progettista, quello di attivatore, mediatore e curatore di processi sociali in una realtà interconnessa. Sopra a tutto dovremmo sviluppare e testare strumenti di progettazione che permettano al cittadino di essere una parte attiva del processo, invece di rimanere legato al suo status di consumatore di un prodotto finito”.

Con l’obiettivo di “implementare la filosofia del network design” EUr ha attivato un processo attorno all’interazione di cinque principali strumenti specifici:

1) AZIONI/EVENTI URBANI (Urban Actions): “eventi effimeri e installazioni temporanee nello spazio pubblico, concepiti per creare aspettativa e attivare i cittadini nella partecipazione al processo, nonché per sperimentare (con modelli in scala 1:1) possibili usi e soluzioni della futura piazza. Le urban actions hanno rappresentato la dimensione più diretta, visibile e locale del progetto” (EUr);

2) LABORATORIO FISICO (Physical Lab[5]): “Il Bazaar Building, un piccolo edificio storico nella piazza, venne convertito in ufficio temporaneo di Ecosistema Urbano e base culturale operativa, un posto in cui si svolsero il normale lavoro d’ufficio, i laboratori on-site, le letture e le mostre. E’ stato pensato con l’obbiettivo di massimizzare l’interazione con le finalità locali del progetto” (EUr);

3) LABORATORIO DIGITALE (Digital Lab[6]): “Si trattava di una piattaforma on-line contenente contributi dinamici (come un blog), pagine statiche di pura informazione, un social network ristretto e l’applicazione per mobile dedicata a Dreamhamar. Il laboratorio digitale venne usato per ospitare i laboratori on-line, pubblicare broadcast settimanali e per aggiornare regolarmente i contenuti sull’avanzamento del progetto. Questo spazio digitale (o ‘lab’) era stato concepito primariamente per l’interazione orizzontale peer to peer (p2p), con l’obbiettivo di raggiungere una visibilità e connettività globale per Dreamhamar” (EUr);

4) RETE ACCADEMICA (Academic Network[7]): “Vennero invitati università internazionali e studenti locali a partecipare a Dreamhamar, mediante contributi progettuali da trasmettere e rappresentare, per soddisfare le aspettative dei cittadini più giovani. La rete accademica aveva una dimensione glocale, ed era principalmente orientata a trasformare idee e progetti nell’opportunità di imparare facendo, permettendo a più di 1500 studenti, facoltà di diverse scuole locali e ad istituti internazionali di diventare parte del processo di progettazione” (EUr);

5) PROGETTAZIONE URBANA (Urban Design[8]): “Dreamhamar venne presentato unitamente con un primo draft preliminare[9], uno studio di fattibilità messo a disposizione dei partecipanti assieme ad una varietà di strumenti e riferimenti da usare nei laboratori e una base per la discussione. Dopo la conclusione del processo di network design, le idee più rilevanti e le tematiche principali vennero riunite in un nuovo progetto urbano per la piazza di Stortorget” (EUr).

I cinque strumenti, nelle intenzioni di EUr, avevano l’obbiettivo comune di moltiplicare le opzioni e il target dei partecipanti e dei portatori di interesse, facendo interagire e confluire i risultati di ciascuno strumento nella piattaforma di progettazione urbana condivisa.

In fase d’opera vennero aggiunti poi due ulteriori strumenti, ovvero:

6) LABORATORI ON-SITE (Onsite Workshop[10]), “seguendo la filosofia di Dreamhamar, I laboratori, condotti dagli Ospiti Creativi e dal Team del Laboratorio Locale, seguono una metodologia orizzontale e partecipativa. Usando un’ampia gamma di metodi creativi, i partecipanti saranno aiutati a sviluppare proposte e pensieri sulla piazza di Stortorget e sulla città di Hamar[11]. Gli scopi dei laboratori sono molteplici – arricchire l’archivio collettivo adducendo idee nuove, creare nuove connessioni tra gli abitanti locali e aumentare la comprensione dei bisogni locali e dei desideri (per Hamar in generale e per Stortorget nel dettaglio”. (EUr);

7) ZAINO CULTURALE (Cultural Rucksack[12]), “si tratta di un programma nazionale che porta i professionisti in campo artistico e culturale nelle scuole norvegesi. Il programma aiuta gli studenti meritevoli ad approcciarsi a tutti i tipi di arte e espressione artistica. La municipalità di Hamar ha deciso, nel 2012, di connettere il programma al progetto di Dreamhamar. Per questa ragione, 1292 studenti hanno lavorato producendo le loro idee per la nuova Stortorget”. (EUr).


La piattaforma web su cui è possibile accedere a gran parte di queste iniziative (incluse le proposte raccolte on line) è tutt’ora visitabile al sito http://www.dreamhamar.org/category/blog/.

Ad una prima indagine è possibile vedere quanto impegno è stato speso (anche in termini di allestimento di piattaforme e occasioni off line di incontro con la comunità locale) per attivare il maggior numero di opzioni progettuali per la sola piazza di Hamar.

Il primo draft (dell’agosto del 2011) è stato completamente stravolto (nell’urban design, principalmente) dal progetto finale, che è invece il risultato del processo di network design.

EUr è stato ad Hamar dall’agosto al dicembre 2011 per attivare la comunità locale. I laboratori on-site si sono svolti sia nei giorni feriali che nei fine settimana da settembre a dicembre dello stesso anno.

EUr ha rilasciato on line un’interessante quantità di materiali (foto su Flickr[16], i draft iniziali su Scribd, i video di One Thousand Squares, Dream You City su YouTube e Vimeo). Il 18 settembre 2012, tirate le fila del processo e dei suoi ‘numeri’, EUr pubblica il video “From Dreamhamar to a new design for Stortorget”[17], contenente i dati finali sul processo.

La valutazione conclusiva degli effettivi risultati di Dreamhamar è naturalmente estremamente complessa. Certamente, per il suo pioneristico mix di strumenti e processi on line e off line, si tratta di un processo di disruptive innovation per il quale occorrerà stabilire indici di valutazione specifica, non solo per la sua capacità di indirizzare, gestire e attivare una comunità locale, ma anche per la sua risonanza nei network globali. Operando infatti in modo intergenerazionale e con un vasto target inclusivo (rivolgendosi sia ai nativi digitali che ai non alfabetizzati all’uso di ICT) Dreamhamar ha metodologicamente reso interoperabili nuovi e vecchi strumenti della partecipazione.

Personalmente ritengo che vada riconosciuto a Dreamhamar il principale successo di aver raccolto in vari report le diverse fasi di sviluppo del processo, rendendo realmente aperti e disponibili gli esiti (anche spuri) delle attività svolte nei pochi mesi di lavoro. E’ possibile quindi ricostruire le strategie (da quelle rivolte alla partecipazione e al community making, fino a quelle di urban marketing e narrazione trans mediale delle diverse prospettive progettuali).



[2] Si veda il video di presentazione su YouTube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=_R2EHOnsMB0
[4] https://www.scribd.com/doc/229864306/Network-Design-Dream-Your-City
[11] Si veda ad esempio il video sul laboratorio Creamhamar (https://vimeo.com/29857688)

martedì 16 settembre 2014

FORGOTTEN IN SPACE, esplorare nuove funzioni

L'architettura, per quanto ne dica B. Ingels, è ancora un contenitore di funzioni, per lo meno per la città occidentale. Lo spazio pubblico e lo spazio privato vengono ancora separati, coincidendo per buona parte con l'esterno e l'interno dell'architettura.

L'architettura propone scatole di varia fattezza, ma rimangono delle bordature nell'immaginaria fluidità dello spazio urbano. Infatti l'architettura deve commisurarsi con la sua costruzione (situazione complicata e spesso disturbante, troppo simile alla frizione logorante del rapporto tra Io e Super-Io nella filogenesi sociale). Senza attraversare la prova della costruzione l'architettura rimane adolescenziale, inascoltata, un chiacchiericcio. Non lo penso, ma sono convinto che per molti questa sia un precetto inappellabile. E' come se il disegno/progetto sia costretto a incarnarsi nel dolore e nella materialità della condizione umana, una sorta di prospettiva cristiana che serpeggia tra i critici di questa disciplina demiurgica così vecchia e così ossessionata dalla propria perpetrata giovinezza avanguardista.

Per molti l'architettura è intrisa di narcisismo, e pecca di autoreferenzialità (di tutti i tipi, economica, sociale, costruttiva, ecc...). Per il sottoscritto, invece, l'architettura è costretta a comportarsi in tal modo, essendo l'unica disciplina sistemica in grado di incarnare e sintetizzare i principali saperi occidentali. Questa sua sistematicità la rende quasi-universale, quasi-civile, quasi-progressiva, la trasfigura nella possibilità stessa di nuovi inizi. E' solo un'illusione, altro 'oppio' per la nostra civiltà, ma è probabilmente l'unico che è (ancora) in forze per incarnare il futuro.

Ho parlato dell'architettura, non degli architetti. Essa sola ha una missione specifica. Per noi architetti vale il libero arbitrio, e pure la propensione naturale al narcisismo...

Putroppo l'architettura, nel suo ricircolo ossessivo mirato alla novità, spesso si rivolge alla forma come interfaccia unica e immediata tra il futuro e i propri utenti. In questo l'architettura compie un grossolano errore strategico, come se la distanza della vista (opposta alla vicinanza del tatto) non limitasse la sua capacità di coinvolgere gli utenti nel proprio ciclo di epifania del futuro. In altre parole: da nuove forme architettoniche non derivano necessariamente nuove direzioni di sviluppo urbano.

Altra chiave di lettura (diversa dunque da quella compositiva e morfologica) è la disponibilità all'ibridazione di certi tipi di spazi (sia interni che esterni).
Mi è risultato abbastanza chiaro vedendo i render di B. Ingels per il museo ArtA. Si tratta di un edificio derivante dalla torsione longitudinale di un parallelepipedo. Formalmente niente di nuovo.
Ma è nel sistema distributivo interno che il pubblico e il privato si ibridano, dando luogo a possibilità funzionali (e dunque formali) davvero innovative.

immagine da http://aasarchitecture.com

L'intuizione è evocativa, pop, artistica, fuori luogo. Ma questo spazio residuo (di cui solitamente i programmi funzionali non tengono abbastanza conto, non essendo monetizzabile come le superfici commerciali) è il core della commerciabilità dell'intera opera. Perché si tratta del punto da cui poter ammirare gli spazi.
E' una lezione che ha precursori notevoli, dalle distorsioni di Eisenmann, al void del Museo Ebraico di Libeskind, alla passerella esterna del Guggenheim a Bilbao, alle scale nere del Maxxi di Hadid. Il dimensionamento di quegli spazi intermedi, inutili e al contempo fondamentali, è forse la principale abilità di molte archistar.

interno del Maxxi (E. Lain)

La distinzione tra spazi serventi e spazi serviti (grande lezione del funzionalismo) si è disciolta, al punto che ritengo si distinguano sempre più spazi emozionali e spazi funzionali.
Nel mezzo noi users siamo dispersi e costretti a mappare gli interni così come gli esterni. E non sempre si tratta di una fatica, anzi....

lunedì 30 giugno 2014

MORFOGENESI, architettura tra in-differenza e in-estetismi

Ho riletto dopo molto tempo la trascrizione di un vecchio intervento di Giancarlo De Carlo all'università di Melbourne. Era il 1972, e De Carlo preconizzava l'inutilità dell'architettura nello sviluppo urbano.
I principali tentativi italiani di rimarcare il contrario sono noti a tutti (Quartiere ZEN, 1969, Quartiere Gallaratese, 1957-1974, Corviale, 1972, Gibellina, dal 1970), e riteniamo che, su questa sottile polemica innescata da De Carlo, si sia perduta, nei decenni, la vera ragione del dibattito.

Ho già scritto altrove come la questione della riqualificazione urbana sia alquanto differente da quella dello sviluppo territoriale della città (in auge nelle ricerche nazionali sorte in pieno boom edilizio negli anni '60).
In estrema sintesi le tutele che i pianificatori (e i legislatori) hanno introdotto nei confronti dei centri storici delle nostre città erano efficaci laddove si doveva garantire che l'ipertrofia dello sviluppo territoriale avesse adeguate 'radici' nel core storico-architettonico del centro urbano.
Vigeva dunque un paradigma sostanzialmente biologico, per il quale la crescita veniva intesa solida se dotata di radicamento adeguato. Questa lettura della realtà era sostanzialmente fuorviante, poiché derivava da un generale appiattimento delle dinamiche urbane secondo un principio taylorista, dunque inteso a dare specificità (e anche fissità) all'identità degli abitanti e alle funzioni delle aree urbane.

Malauguratamente la realtà urbana (crescendo generalmente in modo mediamente continuo e lento) non ha, finora, mai messo in discussione l'efficacia di tale impostazione. Inoltre, visto che si è imposta una prassi tacita per la quale, a livello nazionale, non si è mai avuto il coraggio di valutare l'efficacia dei progetti in corso o di affrontare con determinazione il tema degli incompiuti e delle inefficienze economiche, la dimensione del progetto ha indubitabilmente perso autorevolezza.
Infatti è indubbio che un buon project management trae credito anche dalla capacità di auto-analisi dell'efficacia dei processi. E la rinuncia a questa chiarezza da parte del progetto architettonico a livello nazionale ha probabilmente minato in modo irrimediabile la sua credibilità.
Dunque, forse, De Carlo non aveva tutti i torti nel ricordare agli architetti che, senza lavorare per la gente e non per l'edilizia, prima o poi sarebbe accaduto che l'architettura sarebbe stata abbandonata dai cittadini, fagocitata dalle tecniche e dalle responsabilità amministrative civili e penali.

Questa riflessione risulta ancor più necessaria in questa fase di disorientamento professionale. Il quale non deriva da questioni contingenti (crisi economica, educazione universitaria, tutela forse eccessiva da parte delle Soprintendenze e simili), ma da un fraintendimento del rapporto tra architetti, architettura e cittadinanza.
La metafora della macchina (che riassume specializzazione e fissità) adottata negli anni '30 ha contribuito a separare empaticamente il progettista dai destinatari del proprio lavoro. Ne è probabilmente derivata un atteggiamento progettuale e di ricerca che ha dato prevalenza alle invarianti (teoriche e universali nella ricerca e meccanicistiche e quantitative nell'applicazione pratica) piuttosto che alle dinamiche di resilienza urbana. Il risultato, visibile a tutti, di più di 70 anni di questa impostazione teleologica è che gli strumenti teorici e pratici per operare in modo consapevole sulla città risultano inariditi, per lo meno per il fatto che non hanno goduto di quel contraddittorio naturale tra ricerca e prassi.
La città non evolve più per morfogenesi, anzi, spesso evolve (a forza) nel suo implodere. Recentemente l'amministrazione di Detroit ha ipotizzato di tagliare circa 150.000 forniture d'acqua. Detroit è divenuta una grande e abbandonata periferia, avanguardia, suo malgrado, di un futuro probabile. Dovremmo parlarne, prima o poi, assieme a quelle questioni (sempre più conflittuali) che impongono il passaggio da una ricerca deduttiva ad una più marcatamente induttiva, che si focalizzi sul particolare e che trasformi le città in laboratori. Ne parlerò (forse) in un altro post.

Aggiungo un'ulteriore considerazione generale. Oggi si parla molto di innovazione e possibilità di sviluppo, ma anche di cambiamento e di nuovi (e diffusi) fenomeni sociali (hacker, maker, fixer, ecc...) per i quali non sembra prevedibile alcuna possibile emanazione strutturante nei confronti della società civile. Solitamente il cambiamento (evidente, imponente, invadente) precede (con meccanismi distruttivi) le rivoluzioni sociali. La società, in modo resiliente, interagisce con la parte creatrice di queste distruzioni.
Oggi, invece, il cambiamento è solo auspicabile (ci sono molte buone idee, ma relegate ad un sostrato orizzontale) di fronte ad un palese collasso sistemico (lento, ma inevitabile). Mai come ora ci rendiamo conto che cambiare la città non significa cambiare la civiltà. L'efficacia di un pretestuoso principio morfogenetico in architettura è palesemente inattuale: nuove forme architettoniche non sono causa sufficiente (e forse tanto meno necessaria) per il cambiamento.

L'urbanità, quindi, se non è una macchina non è nemmeno un organismo. Forse è rimasto il suo imprinting iniziale, dunque il suo essere (semplicemente e radicalmente) il più grande manufatto umano sul pianeta.

Vorrei dunque paragonare qui due opere (diversissime in tutto) che mi permettono di chiarire quanto finora descritto e ipotizzato.
Mi è capitato di recente di visitare, a Trento, il complesso de Le Albere di Renzo Piano. Affascinante (come sempre) per le soluzioni tecniche usate a fini estetici raffinati, mi ha colpito per l'idea di periferia urbana che sembra sottendere.


Ancora una volta la tecnologia viene usata come (ultima e definitiva) metafora generalizzante e aggregante di un intervento di media scala sulla città. Si tratta di un complesso isolato studiato per garantire la sopravvivenza di una elite urbana che forse non c'è più. Il principio igienico della Carta di Atene può essere applicato (a causa dei costi esorbitanti di una sostenibilità quantificata solo in modo tecnico ed impiantistico, mediante device che sottolineano ormai appartenenza a specifici status quo) a gruppi sempre più esigui di cittadini.





Gli appartamenti (vuoti) de Le Albere sono cari, eccessivamente cari.
Ma chi potrà permetterseli potrà godere del lusso della vicinanza del MUSE, in cui far accedere i propri figli ad un modello didattico ed educativo che le scuole italiane pubbliche non possono garantire in modo diffuso sul territorio nazionale. Non mi si fraintenda, reputo il progetto architettonico di Renzo Piano molto equilibrato e maturo. Il punto non è questo, quanto piuttosto l'immaginario progettuale nazionale, secondo il quale l'architettura può, da sola, spingere la società al cambiamento.


L'idea di architettura che sembra permeare Le Albere è dunque ancora piegata da una diffusa (e forse pericolosa per le sue conseguenze future) tendenza mondiale: i costi del futuro urbano saranno accessibili a pochi. Neppure la più pretestuosamente democratica delle istituzioni nazionali (l'educazione pubblica) è in grado di riequilibrare questa impagabile tendenza che unisce sostenibilità e smart city. Il MUSE è splendido, nulla da invidiare (anzi) al Guggenheim di Bilbao, eppure è ammantato di una finzione collettiva, buonista, che fa stare tranquilli, come quei sussidiari degli anni '60 che garantivano che 'nel 2000 vivremo sulla luna mangiando pillole'. I futuri cittadini (che possono educarsi nel MUSE) hanno forse bisogno d'altro, di cominciare a ripensare alla città a partire da un altro tipo di rapporto con l'urbanità, che non sia così favolisticamente tecnologico e tecnocentrico. In definitiva l'innovazione del complesso di Trento dovrebbe inserirsi in una riflessione ben più avanzata, radicale e olistica, che deve essere sostenuta da tutti gli aventi diritto e obbligo.

Per questa ragione l'inestetico padiglione di Smiljan Radic alla Serpentine Gallery di Londra (appena inaugurato) mi sembra affondare il dito in una piaga globale.
Appena ho visto le foto del padiglione m'è venuta in mente quella frase nella prima pagina del Neuromante di Gibson: '(...) la sua bruttezza era leggendaria. In un'epoca in cui la bellezza era alla portata di tutte le tasche, c'era qualcosa di araldico nel fatto che a lui mancasse'.

L'autocompiacimento e il solipsismo di un'architettura morbida, amichevole, futuribile, tecnologicamente avanzata, biomeccanicamente fantascientifica, ma che potrebbe essere inserita tra le distrazioni e finzioni che ammantano il mondo globalizzato, vengono derisi con due gesti compositivi inequivocabili.
foto di Iwan Baan tratta da artribune.com

Innanzitutto Radic unisce in un'unica opera le due principali linee evolutive dell'architettura: l'architettura discontinua ed elementare (sostanzialmente trilitica) e l'architettura del continuo (in cui verticale ed orizzontale si elidono in un tutto senza parti distinguibili). Da un lato (sotto) la pietra (primo materiale eterno dedicato alla costruzione di monumenti) e dall'altro la fibra di vetro (trasparente, tecnologicamente avanzato, ma al contempo deforme e tessile, senza origini naturali).
foto di John Offenbach tratta da artribune.com
L'inestetismo (e la negazione di ogni morfogenesi evolutiva) appare fortemente inattuale, ancor più del tecnocentrismo de Le Albere. Eppure, nella radicalità di una riparo-caverna, ciò che resiste è la poetica dello spazio umanista, e, forse, transumanista.
Mi sembra che Radic abbia capito che le finzioni fanno male alla civiltà, e che, forse, l'architettura potrebbe ancora compiere la sua ultima battaglia prima di dissolversi nell'accumulo urbano globale: rendere l'uomo libero di godersi il sole e un riparo.





martedì 1 aprile 2014

WE TRADERS, la sussidiarietà e nuovi spunti di transurbanità

immagine tratta da We Traders.

Abbiamo tentato di descrivere un panorama di dinamicità territoriale quando abbiamo parlato degli innovatori (non solo i makers, sia chiaro, ma quel mix di cultura di impresa e conoscenza che ribolle nella vecchia Europa e pure nella patria della manifattura mondiale di qualità, ovvero la nostra Italia).
Abbiamo dichiaratamente lanciato un warning alla società civile perché non consideri questo straordinario mix come semplice ricostituente di paradigmi sclerotici e sclerotizzanti.
Se adottassimo per un istante la metafora del giardiniere contemporaneo potremmo definire la situazione attuale come segue: esiste un paesaggio territoriale che è quanto resta dopo un lungo processo di specializzazione fordista e post-fordista del mondo; il terzo paesaggio è dunque non-agricolo-intensivo, non-industriale, non-residenziale, non-commerciale.
E' ciò che resta dopo la parcellizzazione del pianeta ad opera degli stati nazionali e delle economie (e degli ibridi nati dai rapporti incestuosi tra i due!).
Rimaniamo nella metafora. Il terzo paesaggio è dunque deserto? Se considerassimo il territorio solo in base alla sua produttività (o la sua rendita) allora commetteremmo l'errore di considerare il terzo paesaggio come inutile e dunque come un rifiuto del processo di specializzazione territoriale. Eppure lì accade qualcosa! Esistono ancora processi in corso, non certo previsti, autoctoni, con uno scopo ben preciso: ricondurre la propria ragione d'essere (e di esistere) a se stessi, senza cercare un'appartenenza (o una produttività) in un sistema di senso globale esterno.
E' un principio di esistenza non-filosofico ma fortemente biologico.
Si tratterebbe di piante pioniere, forti, determinate, libere di agire con i propri strumenti per affermare la propria esistenza.
Questa è la premessa del giardino planetario. Considerando che la superficie urbanizzata occupa il 2% della superficie del pianeta, il giardino planetario non può più essere considerato residuale.
Le città, infatti, continuano a pensarsi come un punto privilegiato da cui leggere-osservare-interpretare il resto del pianeta. In Italia questa particolare deviazione è storicamente radicata nel non aver mai superato l'organizzazione signorile del territorio (nel bene e nel male, e per diverse ragioni). Le città sono punti di osservazione in cui la civiltà si rinchiude inconsapevolmente per guardare il mondo attorno a sé.

immagine tratta dal sito di Produzioni dal Basso.
Da questo punto di vista il libro che E.J. Pilia e A. Melis stanno proponendo per Deleyva editore (Lezioni dalla Fine del Mondo) dimostra l'attualità dell'inattuale (che in questo caso è un mondo di zombie). Ma mette in chiaro come (dal punto di vista culturale) noi non siamo mai usciti dalle città e quindi (con poche eccezioni) non abbiamo ancora imparato a vedere le città dal di fuori!
Se fossimo nel paesaggio residuale ci capiterebbe di vedere le crepe nei muri, i tetti spanciati, i giardini incolti, le strade sporche e deserte.
Se fossimo nel paesaggio residuale ci sentiremmo forse piante pioniere e non residenti in attesa. Passeremmo dalla residenza alla resilienza.
Ma allora (concedetemi ancora per un attimo di rimanere in metafora) chi è il giardiniere in grado di agevolare le dinamiche orizzontali tra piante pioniere, di garantire il ribollire della bio-diversità, il consolidarsi di comunità autoctone, l'intrecciarsi di radicamenti, di gestire gli inevitabili conflitti? Questo Giardiniere (che merita la maiuscola) avrebbe due grandi obiettivi: garantire la vitalità del sistema e gestirlo con il minimo di manutenzione possibile.
Fuor di metafora (poiché noi, gli innovatori, i makers, non siamo piante, anche se siamo pionieri per necessità): quali sono i limiti dell'auto organizzazione?
Esiste un termine specifico per descrivere questo corpus teorico e progettuale: sussidiarietà.

Il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative vengono svolte dall'entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (i comuni), ma esse possono essere esercitate dai livelli amministrativi territoriali superiori (Regioni, Province, Città metropolitane, Stato) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente.

Si parla di sussidiarietà verticale quando i bisogni dei cittadini sono soddisfatti dall'azione degli enti amministrativi pubblici, e di sussidiarietà orizzontale quando tali bisogni sono soddisfatti dai cittadini stessi, magari in forma associata e\o volontaristica.

(Wikipedia)

Qui troviamo un primo problema da risolvere: come si interroga il territorio per acquisire gli effettivi bisogni dei cittadini? Se si trattasse di piante pioniere si arrangerebbero, lottando tra loro, ma noi abbiamo fortunatamente la parola e i social network. Occorrerebbe riformare il sistema di comunicazione orizzontale, rendendolo mirato alla dimensione progettuale. Il mio amico Alessio Barollo direbbe che il crowdfunding civico è un'ottima strada da percorrere in tal direzione. Ma occorrerà una dimensione metaprogettuale (specifica dei corpi intermedi, intesi come quegli agenti dell'organizzazione territoriale che si sono storicamente consolidati, ai quali viene chiesto, oggi, di evolvere anche in chiave digitale) in grado di dare durata alle azioni sussidiarie, assicurando ad esse adeguata visibilità (facendole divenire best practice) e capacità strutturante.

Il principio di sussidiarietà è stato recepito nell'ordinamento italiano con l'art. 118 della Costituzione.

Tale principio implica che:

  • le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un'entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l'entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto;
  • l'intervento dell'entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore;
  • l'intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.
  • esistono tuttavia un nucleo di funzioni inderogabili che i poteri pubblici non possono alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).
La capacità di agire per proprio conto implica non solo lo stimolo derivante da una necessità (disagio sociale o altruismo che sia), ma (soprattutto) una capacità di vedersi come promotore d'azione e di strutturare progettualmente tale azione. E queste due condizioni necessarie non sono certo frutto di improvvisazione, quanto di alfabetizzazione e istruzione. Non possiamo pretendere che il cittadino sia esperto di come modificare la città se prima non gli viene insegnato che l'urbanità è un diritto-dovere, tanto quanto era (un tempo) vivere in campagna. Non si trattava di una residenzialità passiva, ciascuno aveva il proprio compito, anche i più piccoli, poiché la lotta per la sopravvivenza era una lotta collettivizzata che traduceva immediatamente strategie in norme. Di contro l'urbanità è stata a lungo assistenziale, fondata su uno scambio astratto tra forza lavoro e sussistenza (abitazioni, cibo, divertimento per il tempo libero).
E in questa separatezza tra il cittadino e l'efficacia delle proprie azioni (poiché digitare parole su una tastiera non porta cibo quanto coltivare la terra!) si sono inseriti i poteri pubblici, che dovrebbero occuparsi di coordinamento (per il quale percepiscono adeguato emolumento pubblico). Anche per tali organi vale quanto detto in merito all'improvvisazione: amministrare la rivoluzione in atto implica necessariamente un apprendimento continuo e una propensione alla collaborazione, per tradurre immediatamente in pratica le visioni progettuali (ammesso, ovviamente, che ve ne siano...).

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:
  • in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;
  • in senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.
Questa prossimità traduce in modo più convenzionale quello che dicevamo prima: fuori dalla pretestuosa sicurezza della città si è prossimi al territorio, alle sue dinamiche più intime e attive.
Occorrerebbe dunque passare dall'urbanistica (gerarchicamente intesa come sistema di controllo normativo del territorio) ad una transurbanità, che potrebbe definire la sintesi di prossimità e strategie territoriali, superando sia i recinti funzionali che la dualità città/territorio. Nella transurbanità la progettazione è simultaneamente emergente e coordinata da un apparato-guida che dovrà rendersi il più possibile responsivo (aumentando le occasioni in cui si interroga il territorio e riducendo i tempi di reazione-risposta alle necessità). Ma occorrerà necessariamente procedere su due piani (interagenti): da un lato procedendo alla realizzazione pratica (e locale), dall'altro traducendo in prassi universali quanto appreso e sperimentato nelle realizzazioni pratiche (pulsione globalizzante buona).
Non è data maggiore efficacia nell'adozione di uno solo dei due piani. Limitare l'azione alla prassi locale significa infatti ingaggiare una competizione territoriale (che porta a spreco di risorse); adottare una visione puramente universalistica lascerebbe di contro inespressi i bisogni locali più nascosti e radicati nel territorio (con evidenti risultati di inasprimento dello scollamento tra le componenti di scale differenti e pulsioni secessioniste).

La risposta dei territori sta divenendo molto più colta e dinamica di quella che le gerarchie amministrative sono oggi in grado di proporre. Nascono giornalmente occasioni per partecipare (o diffondere) reti territorializzate che rendono reali e tangibili le dinamiche apprese e codificate nei social network. Una di esse è la rete di We-Traders - cedo crisi, offro città (che potete trovare qui). Si tratta di una rete europea che propone numerose occasioni sia di alfabetizzazione che di partecipazione a open call (che dovranno diventare la prassi più diffusa per promuovere attivamente il principio di sussidiarietà), con un focus specifico al mercato urbano. Anche l'azione europea ha recentemente spinto sui mercati urbani (forse anche in risposta a quelli finanziari), e credo che ciò rappresenti evidentemente una rivoluzione in senso stretto: la poli pre-capitalista è il (nuovo?) modello di decrescita attiva del futuro. E' una strategia che andrà verificata, poiché non è detto che le metropoli e le megalopoli possano tornare al modello di urbanità medievale senza che le inevitabili differenze di scala tra i due tipi di insediamento urbano (poli da un lato e metropoli e megalopoli dall'altro) non comportino derive corporative interne che potrebbero smembrare  le città territoriali in frammenti urbani in competizione feroce tra loro.
Ancora una volta si tratta di sostenere (al contempo) un tessuto connettivo in grado di gestire i conflitti e le interfacce tra le parti.
Occorrono giardinieri, insomma.
Procuratevi un orto, anche urbano, e cominciamo da lì.... 

lunedì 31 marzo 2014

CHANGES + CHANCES


Abbiamo pensato a lungo che il cambiamento nascesse da un'intima necessità vitale di rigenerare le forme attraverso una revisione ontologica del concetto di novità.
In altre parole cercavamo un fondamento alla negazione del fondamento. Perché ciò che è nuovo è ovviamente diverso da tutto ciò che è stato. E dunque il nuovo non trova facilmente radici, tanto meno in un ordine immutabile, metafisico, classicista che impregna come un retrogusto gran parte della ricerca compositiva occidentale.

Abbiamo tuttavia affrontato la questione nel modo sbagliato, nell'illusione che la vera definizione di novità risiedesse nella differenza con quanto era stato prima. In altri termini abbiamo tradotto la questione in termini temporali e classificatori, con una pulsione che era tutta nella direzione della continuità. Anche di fronte a forme apparentemente nuove, la nostra comprensione di esse era finalizzata appunto ad una sorta di certificazione documentale della loro differenza dagli archivi consolidati, i quali mantenevano la loro prevalenza ontologica, il loro essere fondamentale punto di riferimento.

Di fronte a questo loop (per il quale non esisteva davvero alcuna novità, ma solo un gioco infinito di stratificazioni documentali e storicistiche) l'obiettivo è stato quello di mantenere una continuità di fondo, mirata a garantire una medesima procedura creativo-compositiva, ma anche una stabilità nella lettura-comprensione del dato reale.

L'architettura ha goduto a lungo di questa condizione per la sua caratteristica fondamentale e intrinseca: essa è disciplina materica. Nella sua realizzazione risiede la (pretesa) prova scientifica della sua stabilità strutturale e ideal-tipica. L'architettura mescola pensiero e prassi costruttiva, ma non sempre questo è un bene. Essa infatti (e nonostante le sue convinzioni) è una delle discipline umane meno scientifiche (anche se estremamente tecnica), poiché procede con pezzi unici, sartoriali, irripetibili (e su questo fonda gran parte del suo valore di mercato), dedicando d'altro canto molte energie per garantirsi al contempo un'aura di universalità. L'architettura è sempre stata insofferente di fronte a questa sua non-scientificità, soprattutto perché ad essa è stato affidato parte del progetto sul mondo: come pretendere, infatti, di affrontare il progetto in termini oggettivi (per i quali dalle premesse derivano le conseguente in modo prevedibile) quando questa coerenza interna non è affatto garantita?

Dirò di più: per molti versi questa incoerenza sistemica dell'architettura è pure garanzia di un certo inaspettato, un'imprevedibilità che dona guizzi incontrollati di creatività sul pianeta. E sono questi frammenti sublimi che possono portare all'umanità sia il capolavoro-monumento che lo scempio-mostruoso. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una epifania nella quale l'architetto è al contempo autore, vittima, carnefice, genio romantico, poeta e tecnico.

A questo punto ci poniamo alcune domande:
- la ricerca della novità è davvero necessaria?
- l'architettura deve forse essere ripensata?
- chi si dovrebbe occupare del progetto?

La novità è senz'altro necessaria, anche nella composizione di forme. Essa rappresenta, con tutte le sue contraddizioni, una delle espressioni del cambiamento. Senza cambiamento esiste solo l'equilibrio perenne (che per alcuni è detto anche morte). Ma al contempo sembra essere necessario, per i poetes (e dunque tutti coloro che lavorano poeticamente con forme e strutture), approfondire il processo, includendo in esso un momento fondamentale: la comprensione del cambiamento.
J. Dewey scriveva che: "oggi se una persona, un fisico o un chimico, vuole conoscere alcunché, la contemplazione  è  l’ultima  cosa  che  fa.  Non  sta  a  guardare  un oggetto,  per  quanto  a  lungo  e  in modo  intenso,  sperando  così  di scoprirne  la  forma  stabile  e  caratteristica.  Non  si  aspetta  che  un esame  siffatto  gli  riveli  alcun  segreto.  Procede  col  fare  qualcosa, imprimere una qualche energia all’oggetto per vedere come reagisce; lo pone in condizioni insolite per indurvi un cambiamento. […] In breve, il cambiamento non è più considerato la perdita dello stato di grazia, un  errore  della  realtà  o  un segno  dell’imperfezione  dell’Essere.  La scienza  moderna  non cerca  più una  forma o  un’essenza  stabile dietro ogni processo".
Arriviamo così al secondo punto: l'architettura non deve essere necessariamente ripensata. Anzi. Dovrebbe tornare ad essere sperimentale, radicale ricerca del nuovo. E smettere di fingere di essere scienza. Interrompere con grande sapienza quella faticosa ricostruzione delle proprie nobili radici, percorso tortuoso tipico di ogni sine nobilitate. Abbiamo inconsciamente spostato la questione dall'architettura agli architetti (archistar), poiché dopo gli anni '60 non è stato più possibile mentire e ingannare se stessi: l'architettura è una prassi colta, opposta alle scienze, molto più simile alla parola piuttosto che ad una lingua. La sua comunicabilità infatti risiede non tanto nell'applicazione teorica e teoretica della composizione, ma sul fatto che essa è espressione d'uso del mondo da parte dell'uomo.

E' dunque l'ultima questione quella più aperta di tutte: se l'architettura non fosse abbastanza scientifica per garantire l'obiettività del progetto, chi se ne occuperà al suo posto? Non ho una risposta precisa, in merito. Ma intuisco che il mondo (e dunque la cultura) stia spostando il baricentro della progettualità dal tecno-scientismo all' umanesimo. Questo significa che il significato di prevedibilità  e di futuro stanno perdendo capacità strutturante, a favore di un presente che appare sempre più esteso e coinvolgente, denso e profondo.
Insomma, sta cambiando l'idea di progetto. E sarà interessante vedere come...

martedì 18 marzo 2014

MEMENTO, rammendi da rammentare

Partiamo dalla fine.
La necropoli (a detta di Mumford) sarà un anti-luogo, ovvero uno spazio privo di valori condivisibili (in cui libri e monumenti avranno perso qualsiasi significato).
Non sembra essere (oggi) una grande disgrazia per un genere umano che ha come prospettiva il collasso ecologico mondiale. Alcuni si battono per un sostegno ai valori dello status quo (che raccoglie, indifferentemente valori pubblici e valori privati), ponendo in essere una pretesa cristallizzazione anche dei processi auto-evolutivi: le prassi consolidano i valori esistenti, ma rischiano continuamente di impedire l'emergere di nuovi valori.
Altra fine, quella di Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città:

L'eccedenza di ricchezza, la produttività, la contemporanea presenza di facoltà umane così variamente assortite, tutti questi caratteri che permettono alla società di compiere progressi come quelli ricordati, sono essi stessi prodotti dell'organizzarsi di uomini in città, e specialmente in grandi città densamente popolate.
Cercare rimedio ai mali della società nei pigri ambienti rurali o tra i candidi e sani provinciali (ammesso che ve ne siano) può essere romantico, ma è un puro perditempo. C'è forse qualcuno convinto che la soluzione di uno qualsiasi dei grandi problemi che oggi (1989) ci angustano possa essere fornita, nella vita reale, da un tipo d'insediamento non differenziato?
E' vero che le città grige e inerti hanno in sé, insieme a ben poco d'altro, i germi della propria distruzione; ma le città vive, diversificate e intense hanno in sé i germi della propria rigenerazione, insieme con energie sufficienti per affrontare anche problemi ed esigenze al di fuori del proprio ambito.

Credo sia questa compresenza la vera ragione per la quale siamo portati a considerare le città come simulacri viventi. Alla stregua di corpi biologici esse sono al contempo in balia di processi di rigenerazione e invecchiamento, con il dato certo (cosa recentissima) che purtroppo anche la loro pretesa immortalità artificiale viene essere messa in discussione. Dunque anche le città muoiono, e non accade solo per le città dei passati imperi sudamericani o mesopotamici.

Ora passiamo da LA FINE a IL FINE: qual è lo scopo che intendiamo prefiggerci, come progettisti, urban designers, sociologi urbani, amministratori, ecc...?
La nostra Costituzione ha ben sancito quanto siano da tutelare (in quanto patrimonio pubblico, nazionale e mondiale) i monumenti, per lo più raccolti all'interno dei centri urbani italiani. Sono gli stessi monumenti che hanno protetto (nonostante la diffusa crisi edile italiana) le rendite immobiliari interne ai centri storici, garanzia pubblica di beni privati. Ecco perché la gentrification (il recupero continuativo dei centri storici, con un mercato immobiliare particolarissimo) avrà sempre maggiori garanzie di stabilità economica, annullando (compravendita dopo compravendita) il principio di relazione tra capitale immobiliare e contesto proprio nei luoghi in cui la città vorrebbe avere le proprie radici civiche e sociali.
In altre parole nei centri storici troveremo sempre più capitali immobiliari e sempre meno abitazioni. Non intendo sostenere il principio ideologico del diritto all'urbanità, quanto evidenziare il fatto che il libero mercato crea monopoli, isole e recinti privati che frammentano (e rinsecchiscono) i germi della rigenerazione.
Quali sono poi gli agenti della possibile rigenerazione delle città?
Risposta banale: a mio avviso possono essere di tre categorie, ovvero 1) nuovi monopolisti, 2) classi/soggetti in cerca di un generale riscatto sociale o economico, 3) le istituzioni.
Naturalmente tra le tre categorie sono previste tutte le contaminazioni e ibridazioni possibili, ma di fatto dovranno tener conto che ogni cristallizzazione di rendita conduce inesorabilmente al conflitto o all'omologazione. In altri termini essa porta (sul medio-lungo periodo) alla scomparsa dei germi della rigenerazione. Fortunatamente per chi abbraccia la gentrification come autoregolamentazione del centro storico la città ha generalmente una vita più lunga di quella della media dei suoi abitanti. D'altro canto l'architettura (da qualche decennio) sta utilizzando però tecniche sempre meno durevoli (e spesso con canoni estetici fin troppo effimeri), il che accorcia ulteriormente la vita media delle città e tende ad allinearla a quella umana.
Dunque, se davvero ci interessa rigenerare, non possiamo considerare la strategia socio-economica della gentrification come realmente efficace (e non solo in termini economici).

Il mantenimento dello status quo ha dunque queste esternalità negative. Il centro storico (il cuore della città novecentesca) è tuttavia già dato per dimenticato nella sua rappresentazione monumentale, è fuori discussione. L'attenzione è tutta per le periferie, oggi. E questa attenzione tradisce (appunto) un paradigma ancora novecentesco: il centro storico funziona  perché storicamente consolidato (ha sempre funzionato e sempre funzionerà), se c'è un problema allora è nelle periferie!

Ma in che cosa  hanno mancato i progettisti che hanno pianificato le periferie? Erano molto più colti e preparati, c'era spazio, c'erano pensieri utopici nell'aria, c'erano molti più soldi...
La mia risposta è ancora fin troppo semplic(istica): hanno considerato la città come un disegno sincronico e i cittadini come soggetti immutabili. L'identità, la forma urbana e il monumentale si sono così accordati con gli investimenti immobiliari immaginando di poter creare valore in modo assoluto. Invece stavano creando plusvalore temporaneo, non valore strutturante e per il lungo periodo. Un abbaglio, certamente in buona fede. L'architettura poteva illudersi di passare dalla creatività alla creazione.
Ed ecco che le nostre periferie sono sorte poco resilienti (direi strutturalmente incapaci di rigenerarsi nel tempo). Sono copie paradigmatiche dei centri storici: entrambi votati al mantenimento di uno status quo. Per questo nelle periferie sono sorti altri centri, erano caselle mancanti di un disegno che parafrasava i centri storici. Straordinaria inversione confondere la fine con l'inizio: il valore dei centri storici è il risultato di un processo di centinaia di anni di mutamenti, e così anche la sua forma stabile deriva da un processo (più o meno) collettivo; imporre alle periferie la stessa stabilità morfologica come punto di partenza significò destinare interi insediamenti alla morte precoce.

La periferia è fatta di altra materia che non il centro storico. In essa il cambiamento è non solo possibile, ma dovrebbe essere paradigmatico (Clement potrebbe dire che esse fanno parte sempre più del Terzo Paesaggio, luoghi di estrema bio-diversità urbana emersa per autorganizzazione e sopravvivenza, ma anche per degenerazione delle fissità funzionali imposte dai processi di pianificazione). Quindi, in estrema sintesi, occorrerebbe scucire le periferie, più che rammendarle. Occorrerebbe sottoporle a processi di deregulation controllata (è un ossimoro, lo so!) che inneschi, come un humus, l'emergere dei germi della rigenerazione. Chiediamo alle periferie cosa vogliono essere, invece di pensarle come figlie povere di un centro storico ricco.

Il rammendo, in fondo, era la strategia di Cenerentola per andare al ballo di corte con un habitus accettabile, ma potrebbe essere riletto anche come primo caso di do it yourself creativo nella letteratura di genere. Voi come la pensate?

mercoledì 5 marzo 2014

I LIMITI DELL'INNOVAZIONE

immagine tratta da http://catallassi.wordpress.com/tag/complessita/

La mente gioca strani scherzi, a volte. Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2014 io e l'amico Alessio Barollo discutevamo nella mia cucina, troppo stanchi per dormire e colmi di adrenalina per la prima edizione del Festival per l'Innovazione (FIRST), a cui avevamo lavorato a lungo (e che era ancora in corso).
Non aiutava certo l'eco delle parole di Giuseppe Longhi, sentito la mattina e col quale avevamo pranzato poche ore prima: l'ecosistema dell'innovazione non può crescere in un paese in cui le rendite di posizione sono prevalenti e determinano sia le politiche che le strategie industriali.
La bottiglia semivuota sul tavolo bianco liberava le menti, ma imbastardiva le lingue. Ci ritrovammo così su due posizioni diverse, similmente opposte.
Alessio, con un paradigma cibernetico di straordinaria positività, sosteneva (se non ricordo male) che la connettività avrebbe garantito non solo la ridistribuzione di valori (culturali ed economici), ma pure l'emergere di raddensamenti in grado di forzare al cambio di paradigma. Io, appesantito da anni di metafisiche e gerarchie storicistiche, ribadivo che il sistema-mondo non avrebbe potuto evolvere senza cedere alla rappresentanza (anche politica, e dunque gerarchica) il suo proprio ruolo di promotore e guida nella normalizzazione del sistema stesso.
Verso le due decidemmo che avevamo sprecato troppe parole, e ci salutammo.

Il Festival poi finì, e rimanemmo vagamente perplessi di fronte a quello che Alessio chiamò poi 'effetto LIKE': in molti si erano infatti prenotati per gli eventi del FIRST, ma più del 60% degli iscritti rimasero poi a casa propria, lasciando che le proposte culturali scivolassero indenni negli archivi e nei social network, pronti ad altri LIKE. Dal solo punto di vista quantitativo il FIRST funzionava on-line, mentre soffriva per partecipazione off-line. C'era qualcosa che non avevamo capito prima: le dinamiche dei sistemi (web e offline) sono differenti, non sono certo una la rappresentazione dell'altra. Ma come procedere quindi per l'edizione 2015? Su quali principi previsionali basare i nostri progetti futuri?

Mi venne in mente così, con un senso di vertigine, di quelle che ti spingono a cercare riparo dagli sguardi per collassare in silenzio, il limite del caos. Quel sottile diaframma che fa combaciare la confusione con un ordine estremamente complesso è di fatto l'ultima rappresentazione possibile. Ma è pure l'ultima rappresentazione del possibile, ovvero il limite estremo della previsione e del progetto, prima che l'intuizione collassi in un universo caotico di segni non più significativi. Il limite del caos è la punta estrema della temporalità umana, e forse non appartiene già più all'uomo. Perché nel limite del caos la potenza di calcolo necessaria è tale che solo i sistemi automatici sono in grado di rappresentare la dinamica del sistema: non esiste un prima o un dopo, non esistono stati di equilibrio, ma solo un flusso continuo di cambiamenti.

Il sabato mi ritrovai a dire ad Alessio che all'aumentare della connettività del sistema (e dunque della sua sensibilità al cambiamento) il ricircolo dei feedback avrebbe aperto la strada all'imprevedibile (oltre che all'imprevisto). Anche l'ordine rientrava in questa imprevedibilità (come caso particolare), al punto che (come dimostrano gli studi con gli automi cellulari) variabili infinitesimali potevano guadagnare pesi determinanti nel far evolvere il sistema dinamico in una direzione o in un'altra.
Certamente la connettività permette di opporre alla fissità del sistema delle rendite una capacità di aggregazione di significati e valori estremamente più interessante, ma questo non è sufficiente per passare dalla rappresentazione/lettura del sistema all'azione sul sistema (e sul paradigma).
Manuel Castells scrisse che: le nuove tecnologie dell'informazione della nostra epoca (...) hanno dato origine ad un nuovo paradigma tecnologico sulla base di tre importanti caratteristiche distintive:
- la loro capacità autoespansiva di elaborazione, nei termini di volume, complessità e velocità
- la loro capacità ricombinante
- la loro flessibilità distributiva
Nella mia mente si è così fissata l'idea che il paradigma di cui parla Castells sia la trasposizione di un in vitro (come era quello degli automi cellulari) nella realtà. Noi tutti (più o meno connessi, spesso in modo passivo) ci ritroveremmo così ad essere cellule di un sistema sempre più dinamicamente turbolento. La rassomiglianza è pure algoritmica: anche per gli automi cellulari valgono le semplici regole di vivere, mangiare e riprodursi, e su queste semplici premesse (ma in un elevato numero di interazioni) essi costruiscono (a volte) un ordine stabile.
Volete sapere qual è il primo nemico di una cellula di un automa cellulare? L'altra cellula. Perché entrambe agiscono in un ecosistema limitato, in cui lo spazio rappresenta la principale conquista e il primo alimento per crescere.
E così, di metafora in metafora, mi ritrovo a pensare alla situazione paradossale in cui ci troviamo: da un lato le rendite di posizione sono asimmetriche, ma garantiscono in un certo senso la tenuta dell'ecosistema, impedendo, con i loro monopoli, la proliferazione (incontrollata?) di innumerevoli cellule antagoniste; dall'altro lato senza differenze di potenziale (come la creatività e l'innovazione) le stesse rendite di posizione stanno comprendendo che la loro stessa esistenza ne verrebbe compromessa.
Ed ecco il quid ultimo della questione: le rendite di posizione sono utili per la loro capacità di mantenere intatta nel tempo la struttura del reale, ma solo in una quantità necessaria a questo fine specifico. La stessa cosa si può dire delle cellule (dinamiche, aggreganti e ricombinanti) che alimentano l'ecosistema dell'innovazione: esiste anche per esse un limite quantitativo.
Sono i due numeri di Reynolds del nostro attuale sistema globale, quelli che sanciscono il passaggio da un moto stratificato e gerarchizzato ad uno di tipo turbolento e imprevedibile. Se (per fare un esempio concreto) si superassero un numero x di acceleratori di impresa, probabilmente si innescherebbe tra loro una necessaria rivalità, che limiterebbe la loro stessa efficacia. Anche per innovatori e startupper si potrebbe dire lo stesso! Ecco che prima o poi sarebbe necessaria una stabilità lavorativa per togliere dall'arena molta parte di ex-innovatori, ormai stabilizzati e in grado di contribuire (nonostante eventuali differenze ideologiche) alla stabilità gerarchica dei bordi dell'arena stessa.
(Oppure una guerra, di vario tipo e genere. O una migrazione planetaria. O....)
E' un bel limite, non vi pare?
Io e Alessio avremmo dovuto finire quella bottiglia.

lunedì 17 febbraio 2014

CREATIVITA' E IDEA, se Platone non fosse vissuto in una caverna

Santiago Villanueva, Untitled #27, serie Touch Therapy 2011, foto E. Lain 2014
Mi è capitato di riflettere sulla nuova (e vecchia) dualità ereditata dagli anni '80 che sta riemergendo nell'ormai stanco dibattito sulla stampa 3D: conta di più il modello/forma o il dato 'materiale' che esce dalla stampante? La tecnologia della stampa 3D è di per sé un ottimo tool per la creatività (e per la sostenibilità, per certi versi) ma il dibattito è ancora viziato da vecchie contrapposizioni che rivelano tutta la stanchezza dei paradigmi 'moderni'.
Ci si impantana così in un cluster che ricombina da secoli teoria e prassi, la cui sintesi, lontana dall'essere sistemica, è stata affidata nel tempo ad alcune figure singolari: l'artista (salvato dal mecenatismo); poi il genio romantico; poi il designer post-modern; quindi il guru imprenditorial-newage; e infine il maker, nostro contemporaneo. Possiamo rendere (invece) strutturale questa sintesi, riportando la ricerca 'pratica' nel grembo (stanco e spesso sterile) della ricerca 'teorica' italiana?
Devo aggiungere, per dovere di cronaca, che ho una certa ritrosia nel mettere tra le 'figura singolari' anche l'archistar, poiché dal punto di vista idealtipico non ha rappresentato in modo compiuto la medesima sintesi della 'genialità' romantica. Quando parliamo di 'archistar' (in Italia) o di 'starchitect', ci riferiamo ad una semplice invenzione linguistico/mediatica, un'emergenza dovuta ad una diffusa crisi disciplinare, essendosi recentemente logorato il rapporto tra Capitale e sviluppo urbano. Forse non avremmo stars se  le governance dei territori avessero sviluppato nuovi paradigmi (e strategie economiche) basati sull'inclusione sociale piuttosto che sull'esclusione (ghetti, sobborghi e favelas) e sull'esclusività (enclave di lusso con guardie armate).
Per l'architettura la questione materica (ed economica) è peraltro determinante: costituisce una difficoltà anche strutturale all'evoluzione sistemica della disciplina. Ricordiamo, su tutti, il 'no money no detail' e la formula '¥€$' di Rem Koolhaas, a dimostrazione del rapporto diretto tra economia-finanza-sviluppo urbano.

Ma torniamo alla questione iniziale, ovvero la pretestuosa dualità tra la forma virtuale e il materiale. C'è chi sembra affermare che l'aura di ottimistica innovazione che aleggia sulla tecnologia di stampa 3D dovrebbe acquisire maggiore materialità (ovvero, forse, consistenza strutturale). Forse, per alcuni, dovrebbe assomigliare un po' di più ad esempi più tradizionali di business, come l'artigianato o la piccola impresa industriale. Essere troppo leggeri viene preso come un difetto strutturale...

L'opera di Villanueva che ho trovato recentemente ad Artefiera a Bologna mi sembrava interessante in quanto rappresenta questa sorta di resistenza nei confronti della novità: la serie Touch Teraphy allude ad una cultura in cui l'eccesso di visivo ha condotto alla passività nella visione, e la cura consiste nel rieducare il tatto (a sua volta sempre più confinato nel digitale e nella tecnologia touch-screen). Tuttavia quelle pieghe e curve sono spesso troppo digitali (controllate, senza fratture o discontinuità), segno che anche la mano dell'artista, ricercando il bello e il conforme, opera con risultati parametrici. Il risultato è l'indistinguibilità allo sguardo, dunque occorre chiudere gli occhi.

Sembra che l'emergente critica all'innovazione stia decidendo cosa mettere in un cassetto che per sua stessa natura risulta indefinibile. L'innovazione, infatti, è in continuo movimento, non si può arrestare e forse nemmeno rappresentare. Chi si pregia del titolo di innovatore, infatti, non riesce a di-mostrare l'efficacia della propria attività: la novità, per definizione, non s'è mai vista, e quando si vede non è più nuova. Come rappresentarla, dunque? Le prime rappresentazioni di 'città ideale', in cui si utilizzò la prospettiva, adottarono due strategie specifiche: crearono finzioni ragionevoli (portando la rappresentazione pittorica ad una accelerazione concettuale e tecnica notevole) e contaminarono rappresentazione e progetto. Non si poneva la questione di esistenza materica, quanto di possibilità logica. Tipico del condensato culturale rinascimentale, per cui tutti i tempi (della storia e del progetto) precipitano in una nuova idea. Non si poneva la questione della materia, poiché la novità consisteva in forme e stili, non certo nelle prassi artigianali.

Ma oggi, nella cultura, non sussiste alcuna densità, quanto una diffusione orizzontale e tendenzialmente non territoriale. Ecco quindi che la pretesa materialità potrebbe essere presa come rappresentazione necessaria atta a creare raddensamenti. Ma si tratta di pigrizia culturale, di un tentativo di rinsaldare la stampa 3D come fenomeno main stream, insomma di marketing, non certo di una riflessione filosofica e culturale.
Ben più utile, a mio avviso, sarebbe sollevare la questione del passaggio da paradigmi ideal-tipici (e di radici platoniche e dunque tendenti all'universale e all'immutabile) a paradigmi creativi (e accetto consapevolmente di rischiare l'ossimoro!). Dal punto di vista del rapporto tra forma e umanità, infatti, ci troviamo di fronte ad un bivio che va affrontato consapevolmente: da un lato la forma costituirebbe (platonicamente) la speranza di un rapporto con l'universale e l'immutabile (dunque con una validità per tutti gli spazi e tutti i tempi); dall'altro la forma garantirebbe la sintesi finale di un flusso creativo che accetta di calarsi nella temporalità (con il rischio di un'estremizzazione nel simultaneo, dove il progetto, come procedura, salterebbe definitivamente). Esiste una via mediana? La forma accetterà di essere ricollocata nel mondo abitato? Forse dovremmo attendere la prima abitazione stampata ed abitata per capire cosa sta cambiando, fuori dalle nostre grotte.

giovedì 30 gennaio 2014

LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, non allevate makers, fateli lavorare!


Questo è un post inevitabilmente polemico. Chiarisco subito la mia posizione: i makers vanno rispettati, ascoltati e tutelati da leggi nazionali specifiche. Tutto il resto (ideologia, promesse, slogan, ottimismo artificioso) è sostanzialmente inutile, anche se ci aiuta a dormire il sonno del giusto. La rivoluzione (ovviamente pacifica, se ci sarà) nascerà anche da una consapevolezza civile, non solo da capacità innovative e creative. Oltre a fare, connettere, collaborare è necessario che il mondo dei makers abbia una sua adeguata rappresentanza politica-amministrativa. E per questo occorre imparare strategie vecchie per costruirne di nuove (e subito).

Innanzitutto dovremmo parlare di Quarta Rivoluzione industriale, non di Terza (ma l'infosfera è spesso imprecisa). Citando Wikipedia:

La rivoluzione industriale è un processo di evoluzione economica o industrializzazione della società che da sistema agricolo-artigianale-commerciale conduce ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall'utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili), il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica e accompagnato da fenomeni di crescita, sviluppo economico e profonde modificazioni socio-culturali.

Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico con l'introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore nell'arco cronologico solitamente compreso tra il 1780 e il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta convenzionalmente partire dal 1870 con l'introduzione dell'elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell'introduzione massiccia dell'elettronica, delle telecomunicazioni e dell'informatica nell'industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970.


Ecco il punto: la Terza Rivoluzione industriale poteva esser fatta in Italia in molte occasioni.
Le italiane Olivetti e FIAT (da oggi FIA) mostrano, con la loro storia aziendale, come la capacità di segnare nuove direzioni imprenditoriali non appartenga a soggetti di grandi dimensioni, a meno di non scendere a patti scellerati con una classe politica (quella italiana) che ha l'innata capacità di rimasticare il già detto e il già fatto per non correre alcun rischio. L'Olivetti è un caso tutto italiano di sconfitta dell'ideologia imprenditoriale, quando (qualche decennio fa) il suo consiglio di amministrazione ritenne che il personal computer non era il futuro e che il team di 'cervelli' che se ne stava occupando (in anticipo planetario su tutti) andava dirottato su business più ragionevoli e competitivi.

Ecco: grazie, a nome di tutti.

In una cosa non siamo secondi a nessuno: ripetiamo pedissequamente gli stessi errori.
Ritenere che l'industria automobilistica sia ancora il secondo 'motore' del PIL italiano (e nazionale, generalmente in cordata con l'edilizia), anche se il mercato ciclistico ha superato (come quantità) quello delle quattro ruote, significa accettare ancora le strategie di quel patto segreto che Ford e la General Motors siglarono con le amministrazioni USA per garantire la carrabilità delle metropoli americane e l'accettazione della disumanizzazione del lavoro nella catena di montaggio. Se non ne siete convinti potete guardarvi il trailer To New Horizons su Futurama (non il cartone simpsoniano, ma la fiera mondiale di New York del 1939, sponsorizzata dalla G.M.), o il noto film di Chaplin Modern Times. A chi ha visto pure Minority Report e la sua rappresentazione del futuro prossimo non sarà sfuggito come Spielberg abbia rappresentato ancora un'urbanità automobilistica, nel rispetto di questo patto di vecchia data.
Fortunatamente il noto Massimo Banzi (che lavorava in Olivetti, prima di sviluppare Arduino, il primo hardware open-source che contribuì a sdoganare i geek a livello planetario per farli diventare maker) ha rappresentato uno dei primi singulti nazionali all'indigestione di incapacità amministrativa e gestionale della nostra classe dirigente. Se non sapete chi è Banzi (e non avete mai sentito nominare Arduino) non è un problema. La rete vi dirà tutto (qui, ad esempio), ma voi dovrete capire che cosa rappresentano (unitamente a best practice nostrane che continuano a pensare che aspettare, oggi, è peggio di credere in una salvezza calata dall'alto della piramide amministrativa.
E poi Arduino e i makers possono pure garantire un discreto successo nelle chiacchiere da aperitivo, meglio senz'altro del calcio e delle macchine sportive. Anche perché i makers non si distinguono per età, sesso o credo, dunque potrebbe accadervi di scoprire che l'argomento gode pure di un interesse diffuso!
Tuttavia la diffusione e la consapevolezza del fenomeno generale non potrà garantire alla suddetta Terza Rivoluzione Industriale di affermarsi in quanto tale. E' una condizione senz'altro necessaria, ma non è certamente sufficiente.

Cito ancora la medesima voce di Wikipedia, al paragrafo successivo:
La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l'intero sistema sociale. L'apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale,imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira a incrementare il profitto della propria attività.
Esistono vari ordini di problemi da risolvere, e ne intuisco solo alcuni, come sempre in ordine sparso:
- le strategie che emergono dal basso (bottom-up) sono di dimostrata efficacia solo in contesti localizzati. Questo non significa che siano inefficaci in sè, ma che la loro adozione su scala più ampia deve essere sostenuta e perseguita da una classe dirigente, non è sufficiente il numero di like o di retweet ottenuti sui social network;
- la classe dirigente dimostra di avere anticorpi feroci nei confronti dell'innovazione: si chiama potere oligarchico, e solitamente paga per le campagne elettorali (e dunque si aspetta che i propri eletti mantengano lo status quo nella ripartizione di potere e quattrini). La classe dirigente resisterà anche ai collassi nazionali peggiori (ricordate chi si salva nel film 2012?);
- le precedenti rivoluzioni industriali (il telaio meccanico, il petrolio e l'elettricità, l'informatica e l'elettronica) avevano trasformato in modo prorompente gli assetti sociali, al punto che anche la classe dirigente era stata costretta a dare rappresentanza alle nuove figure sociali (operaio e imprenditore su tutti). La divisione del lavoro e la disparità sociale avevano squilibrato la società, al punto che le innovazioni sociali vennero applicate come welfare necessario per evitare che nelle città esplodesse la guerra civile;
- il peso della tecnica nelle rivoluzioni industriali è un dato essenziale: più la tecnologia è ingombrante, rumorosa, o clamorosamente sublime da entrare in una Esposizione Internazionale, tanto più sarà semplice imporre un cambiamento sociale nel nome di un progresso evidente e popolare. Il miraggio di un futuro (capace di far dimenticare tutte le inefficienze sociali che la medesima tecnologia potrebbe causare) è un'arma straordinaria nelle mani dei leader più attenti. Chissà cosa sarebbe diventato Steve Jobs se non fosse morto? Leader democratico o repubblicano?



A ben vedere la pretestuosa Terza Rivoluzione (diciamo quella del do it yourself o dei makers, o dell'apertura dei sistemi informativi, o della rete di oggetti intelligenti, o....?), se paragonata i paradigmi e alle trasformazioni che rendono identificabili le rivoluzioni precedenti, dimostra quanto segue:
- non si basa più sull'ideologia del progresso (dunque non è più moderna), semplicemente lo propone in modo pratico e fattuale (dunque in modo ideologicamente depotenziato)
- è regressiva sia socialmente che urbanisticamente, ovvero non spinge all'inurbamento o alla creazione di nuove classi sociali. Anzi sponsorizza una contaminazione tra generi, saperi, classi sociali, il che preclude alla possibilità di creare una massa politicamente critica che ponga il vecchio sistema in crisi
- è autolimitante e autoreferenziale, poiché tendenzialmente non ha la necessità di avere un appoggio concreto da parte della classe dirigente esistente per poter esistere. La classe dirigente sta infatti mostrandosi attenta a sfruttare l'efficacia e l'ottimismo della 'cultura makers' per rinverdire vecchie strategie con un belletto giovanilistico
- opera e si sviluppa grazie a una massa di lavoro non retribuito, perché 'la speranza è l'ultima a morire'. Questo pone una questione sociale non di poco conto, poiché è saltata (nella prassi, per lo meno) la già fragile corrispondenza (ed equità) tra lavoro e retribuzione. Inoltre il tipo di lavoro non è ancora stato codificato (si tratta di design, di arte, di meccanica, di consulenza, o di cosa?) e non si capisce ancora esattamente quanto debba essere retribuito
- come in Matrix accade poi che i talenti (inventori, creativi, geek, autoformati, autopromossi, senza essere dunque un costo sociale) vengano mantenuti in stand-by in un clima di perenne classe emergente attraverso il controllo di incubatori (!), acceleratori d'impresa, coworking e simili, senza che la legge nazionale (o i regolamenti amministrativi locali) traccino l'equità di questo allevamento. E' accaduta la stessa cosa con il Terzo Settore e il volontariato (che vent'anni fa rappresentava il medesimo grado di innovazione sociale degli attuali makers), per il quale si è preferito non redigere una specifica regolamentazione nazionale per non ledere il sotterraneo transito di beni e servizi (pagati dalla collettività ma spesso gestiti in modo personalistico e finalizzato a sostenere sotterraneamente, ancora, la classe politica nazionale). Il terzo settore (almeno qui in Veneto) è un pezzo importante del welfare e del mondo delle imprese sociali, ma ancora spreca molta energia per l'assenza di una normativa adeguata.
Aggiungo infine il fatto che crearsi lavoro (alla stregua di inventarsene uno) è una necessità derivante da un'incapacità del vertice della gerarchia politica e amministrativa. Non è certo una sconfitta sociale essere costretti a credere nelle proprie capacità per tentare di cambiare il proprio presente, ma il rischio è che questo si traduca in uno stand-by generazionale (al pari della laurea universitaria) che potrebbe consumare anche l'ultimo respiro del morente (l'Italia).
La marcia deve essere innestata, altrimenti la frizione si brucerà e le ruote non gireranno più.
Smettiamo di essere solo ottimisti, cominciamo ad essere anche consapevoli.
Ghiande rosse per tutti!