critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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lunedì 9 luglio 2018

UN PARCO NEL CIELO - la High Line e le sue storie


(credits E. Lain 2013)

Questo post è il primo di una serie, tutti dedicati al come fare un parco nel cielo.
Mi riferisco al parco della High Line nella città di New York, nell'isola di Manhattan, tra il West Village e Chelsea. E' una bella storia da raccontare e credo possa interessare anche ad un pubblico più ampio dei soli addetti ai lavori. Vorrei riuscire a raccontare questa storia in modo inclusivo, così da incuriosire anche chi non si occupa direttamente di rigenerazione urbana per mestiere.

Il caso della realizzazione della High Line dimostra infatti che l'abilità degli Amici della High Line, l'organizzazione che è riuscita a realizzare il parco, è stata, anche, quella di riuscire a costruire, negli anni, una comunità variegata, composta da cittadini, comitati di quartiere, istituzioni, filantropi, lobbisti edili e personaggi pubblici.
Nessuno escluso.

La High Line è un parco pubblico, dal design molto ricercato, sia nelle soluzioni di dettaglio (pavimentazione, sedute, parapetti, illuminazione) che nel tipo di piantumazione ideata da un pioniere come Piet Oudolf (qui potete trovare alcuni schemi adottati per la High Line).
Immagino che molti dei visitatori del parco della High Line a New York abbiano dunque subìto il suo fascino, come è accaduto al sottoscritto. Dal 2013, anno in cui visitai la metropoli americana, la High Line ha catalizzato nella mia sensibilità di designer alcuni interrogativi che nel tempo si sono fatti via via più specifici, e che mi hanno spinto ad approfondire il processo che ha portato a realizzare un manufatto dal design unico.

Tutto è iniziato nel 1999, quando due giovani sconosciuti, Joshua David e Robert Hammond, non ancora trentenni, hanno immaginato di salvare un vecchio tratto ferroviario funzionante dal 1934 al 1960, definitivamente dismesso dal 1980.
Dieci anni dopo, il primo giugno del 2009, Joshua e Robert riuscivano a tagliare il nastro inaugurale del primo tratto del parco della High Line. Oggi il parco è completato, e quei primi dieci anni sono stati un percorso ad ostacoli che i due fondatori della no profit Friends of the High Line hanno superato grazie ad un prodigioso mix di umiltà, coraggio e determinazione, e un pizzico di ingenuità iniziale.

Il libro che racconta la loro storia è intitolato High Line - the Inside Story of Ney York City's Park in the Sky, del 2011, ed è stato preceduto da Reclaiming The High Line (edito nel 2002 da Design Trust For Public Space - lo potete trovare qui), quando il governo della città di NY passò dal sindaco Giuliani (che intendeva demolire la High Line) al sindaco Bloomberg, che da pragmatico uomo d'affari comprese le potenzialità del progetto e la cui amministrazione sostenne, anche economicamente, la realizzazione del parco.



(credits E. Lain 2013)


Inside Story contiene un inebriante mix di nomi, di dati, di ispirazioni, di fragilità, ma anche di esperienze vissute sulla pelle di Joshua e David che i due amici trascrivono senza pudore o arroganza, regalando momenti di grande umanità, fin dalla breve prefazione, che qui riporto in traduzione:

"Un paio di signori Nessuno che hanno deciso di affrontare una missione impossibile": ecco come un giornalista che stava scrivendo in merito all'improbabile successo della High Line una volta si riferì a noi due.
Ed è vero: quando abbiamo iniziato sapevamo davvero poco in merito a restauro, architettura, organizzazione delle comunità, orticultura, raccolta fondi, a come si lavora con la pubblica amministrazione, o a come si gestisce un parco.
La nostra mancanza di competenze è stata la chiave del successo della High Line. Ci ha forzati a chiedere aiuto ad altre persone. Sono state loro che si sono raccolte attorno a noi, che ci hanno guidato, e hanno svolto qual lavoro che noi non sapevamo come affrontare, sono loro ad aver reso possibile la High Line.
Potreste parlare con tutte le persone menzionate in questo libro, o con chiunque delle varie migliaia di vicini, volontari, sostenitori, designer, rappresentanti della pubblica amministrazione, e membri dello staff della High Line che sono stati coinvolti nel nostro lavoro, e ciascuno di loro vi racconterebbe una storia diversa da quella che abbiamo raccontato noi. Le loro versioni sarebbero altrettanto vere.
Questo libro non riesce a raccontare tutto. Molte persone che hanno giocato un ruolo critico non sono menzionate per nome, e molti altri eventi importanti non sono qui descritti.
Ma quanto camminiamo sulla High Line, tutti noi ricordiamo ciascuna storia che giace sotto ogni pezzetto del parco. Ci piace pensare che anche altre persone possano apprezzare queste storie segrete, e provare quanto la High Line sia impregnata della passione delle persone che hanno lavorato insieme per renderla ciò che è oggi". 

(Joshua David - Robert Hammond, NYC, agosto 2011)


Devo ammettere che il libro, per me, ha certamente svolto il suo compito, emozionandomi al punto di rinverdire il ricordo di quelle passeggiate di cinque anni fa, tra i binari dismessi. Tuttavia sono stati i contenuti più tecnici (le procedure, i costi, le competenze apprese, i soggetti coinvolti, le strategie di comunicazione e quelle politiche, le metodologie di costruzione di una comunità attorno al progetto) che mi hanno convinto a scrivere questa serie di post.

Vorrei infatti raccontarvi la storia della High Line come fosse un tutorial, composto dalle piccole e grandi lezioni che Joshua e Robert hanno imparato in dieci anni (di ansie, notti insonni, litigi feroci, lacrime e soddisfazioni per una vita intera). Inevitabilmente si tratterà di una sintesi da designer, ma tenterò di mantenere la freschezza e la popolarità del linguaggio di Inside Story, nel rispetto delle intenzioni dei suoi autori.

Ecco qui di seguito i post che sto scrivendo per raccontarvi nel dettaglio il processo di realizzazione del parco:

#01- due ragazzi con un logo
        [costruzione delle partnership]

#02- vista dal basso 
        [costruzione della comunità e del consenso locale]

#03- una città costruita sui sogni 
        [comunicazione e costruzione di un immaginario]

#04- i soldi contano 
        [finanziamenti, fundraising e donazioni]

#05- più di un singolo parco 
        [pianificazione, rapporti con la p.a. e procedure amministrative]

#06- amici della High Line 
        [organizzazione e gestione]

#07- qualcosa di straordinario 
        [design, costi e tecnologie]

#08- un progetto inusuale 
        [valutazione degli esiti del processo]

Potrete leggere ogni post in modo indipendente, poiché riguarderanno singoli temi di progetto, sviluppati nel corso della realizzazione del parco.
Nel prossimo post vi racconterò dunque di come due ragazzi di meno di trent'anni siano riusciti a consolidare un invidiabile gruppo di lavoro e una rete di relazioni che sono arrivate fino al senato degli Stati Uniti...

giovedì 13 luglio 2017

LA FRAGILE MECCANICA DELLO SPAZIO PUBBLICO

Da qualche anno subisco una certa attrazione da parte delle pubblicazioni che in questi ultimi tempi si sono occupate degli spazi pubblici e delle persone che li usano in modo attivo e progettuale.
Il primo di questi testi è un libro di cui ho già parlato, ovvero Urban Code, su SoHo.
Altro testo di cui credo di aver già riferito è Street Fight, di Janette Sadik-Khan, assessore alla mobilità sotto Bloomberg, sempre a New York.


Le due novità editoriali sono edizioni più particolari e con una distribuzione più limitata, per quanto di ottima fattura editoriale e dai contenuti preziosissimi: il primo è Re-Act - tools for urban Re-Activation (edito da Deleyva e New Generation, a guida degli ottimi Emmanuele J. Pilia e Giampiero Venturini), il secondo è Civic Practices, una raccolta di migliori pratiche emergenti nelle periferie globali dal network CivicWise (ideato da un altro italiano, l'instancabile Domenico Di Siena, già attivo con lo studio madrileno Ecosistema Urbano nel progetto Dreamhamar, di cui ho scritto un breve testo qui).
L'idea di spazio pubblico che emerge da questi testi è intrigante, poiché è strettamente legata alle strategie (vecchie e nuove) di insediamento su territori urbani, intesi come frammenti in disuso di un palinsesto urbano che vorremmo considerare come compatto e funzionante, spesso contro ogni evidenza.
Un altro libro, più datato (1992) e molto più teorico, Il perturbante dell'architettura, di Anthony Vidler aveva già approfondito la condizione borghese e moderna di generale sradicamento e inadeguatezza rispetto alla città del XIX e XX secolo. Secondo Vidler la borghesia urbana non può uscire da questa condizione, essendo in certa misura tutta la modernità la storia di uno sradicamento funzionale al dominio. Peccato che il libro di Vidler abbia avuto meno fama del suo contemporaneo Nonluoghi di Augèe, avremmo forse sviluppato strumenti di valutazione dei residui urbani un po' più raffinati e specifici, senza abbandonarci a giudizi (e pregiudizi) di scarso interesse progettuale.
Ecco allora che, sostenendo pratiche di ri-colonizzazione dello spazio urbano, rivolte alla ricostruzione di un senso dell'abitare, potremmo forse sovvertire quel senso perturbante di non appartenenza e sradicamento. E' possibile? Come possiamo procedere?
Il primo ostacolo è probabilmente il tipo di lettura che diamo allo spazio urbano, sia pubblico che privato ad uso pubblico. Solitamente lo consideriamo come una risultante, ovvero quanto resta dopo che i recinti hanno privato il territorio urbano di spazio. Gli spazi privati hanno così acquisito valore, essendo disponibili agli scambi commerciali, mentre gli spazi pubblici sono diventati via via invisibili, come un fondale memoriale e/o funzionale all'insediamento umano, garantendo un sostrato ai servizi pubblici, al verde, alla mobilità.
Ma la caratteristica più caratterizzante lo spazio pubblico, e spesso decostruita da decenni di zonizzazioni funzionali e lacune grossolane nelle strategie di pianificazione urbana, è la sua dimensione politica. Per noi questo significa sinteticamente che è nello spazio pubblico che può esprimersi il massimo della dimensione progettuale urbana, collettivando prassi amministrative, tecniche, civili. Lo spazio privato non è disponibile a tutto questo, esso è vincolato progettualmente al solo mercato e ai suoi attori, mentre lo spazio pubblico (adeguatamente inteso) è potenzialmente reattivo ad un collettivo più ampio.
Inoltre lo spazio pubblico è quello in cui la città, più o meno consapevolmente, esprime le sue migliori strategie, adotta le sue migliori tecnologie: lo spazio pubblico è una macchina complessa, e questa affermazione è tutt'altro che metaforica!
Uno degli spazi pubblici più conosciuti e appartenenti all'immaginario collettivo planetario, Central Park, è un compendio di tecnologie impiantistiche, mirate a garantire il funzionamento di quell'ecosistema artificiale nel centro di Manhattan. Come ci ricorda Jannette Sadik-Khan "Frederick Law Olmsted vide Central Park come un luogo in cui le persone di ogni livello sociale potevano incontrarsi come eguali. Un secolo e mezzo dopo, quell'idea è ancora rilevante".
Ma anche in esempi più recenti, come il parco urbano Superkilen a Copenaghen, il Millennium Park a Chicago o il Metropol Parasol a Siviglia, sono compendi di sperimentazione tecnologica e tipologica.
Per questo le selezioni di migliori pratiche proposte in Re-Act e Civic Practices acquistano un significato specifico: lo spazio pubblico è il luogo in cui, oggi, è attuabile la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione dell'innovazione urbana. Infatti ogni innovazione dello spazio pubblico non può sottrarsi dall'obbligo di alimentare, oltre al dato estetico del realizzato, anche un apparato cognitivo sussidiario in grado di innescare processi di alfabetizzazione e apprendimento presso i principali portatori di interesse (opinion leaders e policy makers), attori determinanti per ogni trasformazione urbana di medie dimensioni.
In altre parole lo spazio pubblico è il luogo in cui avviene uno scambio tra proposte progettuali e costruzione di politiche urbane, grazie alle quali è possibile attuare una prima codifica dei nuovi valori d'uso urbani, seguita poi dal consolidamento e dalla diffusione al di fuori della città degli esiti della sperimentazione.




mercoledì 5 luglio 2017

CITTA' IN PIEDI

Place de la Republique, Parigi, maggio 2016 (E. Lain)


Si dovrebbe dedicare più tempo all'esplorazione urbana per comprenderne soprattutto i meccanismi che assegnano (o sottraggono) valore alle cose.
A lungo si è posto l'accento sui significati dei fatti urbani, mentre il processo della loro valorizzazione è rimasto in delega al mercato immobiliare e commerciale. Il valore di scambio è rimasto così la leva dominante per le trasformazioni urbane, relegando al contempo i significati di tali trasformazioni (estetici, storici e tipologici) in una zona accessibile solo tramite specifiche chiavi di lettura (istruzione superiore e gusto, in primis).
Così le trasformazioni urbane hanno spesso mancato ad una loro naturale vocazione, chiarissima nella ricostruzione post-bellica e nei famosi 9 Punti sulla Monumentalità di Léger e Sert (1943): esse devono corrispondere alla collettività civile e alle sue aspirazioni, alimentandone il percorso formativo ed educativo. In sintesi: al valore delle trasformazioni urbane deve poter (almeno in parte) corrispondere il significato condiviso dai cittadini.
E questo è il punto nodale su cui da qualche tempo si stanno concentrando attori di diversa estrazione e provenienza (progettisti, sociologi, amministratori, imprenditori).
Il risultato dei primi tentativi di rigenerare le città senza cittadini (fino alle costose smart cities di nuovo impianto) non ha mostrato nulla di sostanzialmente diverso dalla gentrificazione che già conoscevamo. Per cambiare meta occorreva cambiare sia direzione che percorso.
Nuova meta: progettare e realizzare trasformazioni urbane che alimentino altre trasformazioni, a cascata. Il valore di mercato (valore di scambio, soprattutto degli spazi privati) trarrà beneficio dal valore d'uso (principalmente degli spazi pubblici o di quelli privati ad uso pubblico). Pregi: riduzione delle conflittualità, riduzione dei costi sociali occulti, minore rischio negli investimenti immobiliari, maggiore appetibilità per i capitali. Difetti: processi di valorizzazione un po' più lunghi.
Nuova direzione: processi di maggiore collaborazione tra pubblico e privato.
Nuovo percorso: alimentare le occasioni di sperimentazione in loco per testare la costruzione collettiva di valore urbano (composto da valore di scambio+valore d'uso).

Relativamente a quest'ultimo punto ho riscontrato che emergono due figure chiave in grado di predisporre e alimentare la sperimentazione urbana: il presidio e il laboratorio.
Il presidio (come quello di Nuit Debout a Parigi, riportato in una mia foto del maggio 2016) recupera e codifica i processi dell'occupazione politica e fisica dello spazio. Place de la Republique è divenuto così un prototipo contemporaneo di quell'archetipica agorà di cui tanto si parla nei cenacoli più colti. Le manifestazioni (gruppi di riflessione, arte pubblica, performance musicali, ecc...) che hanno conferito nuova vita all'altrimenti sterile plateau sopraelevato della nuova Place de la Republique erano guardate con un misto di sospetto e ammirazione poiché sollevavano il velo della conformità. La pericolosità di quell'assembramento (tipico di ogni presidio) era palpabile: occupare uno spazio pubblico virtualmente rappresentativo significava dare atto alla sua identità pubblica. E questo atto passava anche attraverso la significazione del basamento della statua dedicata alla Repubblica francese: scritte, graffiti, segni tracciati sul biancore del basamento mostravano lo scontro tra due mentalità urbane, una astratta e ipotetica, l'altra attuale e sperimentale.
Il laboratorio urbano (che spesso emana dalla stessa radice del presidio) è invece rivolto alla costruzione di sintesi e negoziazione nella costruzione collettiva dei valori urbani. Il laboratorio si occupa di tracciare traiettorie condivise di apprendimento, tentando di costruire al contempo processi di adeguatezza (che potremmo leggere qui come l'opposto dell'universalità). Il laboratorio urbano sembra essere per questo la risposta più concreta allo stato di emergenza in cui versano oggi soprattutto le istituzioni e le università, anche a causa di una certa lentezza nel proporre soluzioni applicabili al rapido declino delle periferie costruite sul pianeta negli ultimi 50 anni.
Per dirla con le parole di Morin il laboratorio diviene utile laddove "la coerenza logica impedisce l'adeguatezza e l'adeguatezza impedisce la coerenza logica".

lunedì 14 settembre 2015

COLLETTIVO #03 - civiche dell'educazione, beni comuni, open data, classe creativa

Continuo ad annotare in questi post alcuni materiali per 'Città (più) intelligenti e Cittadinanza attiva - cambiare il modo di cambiare", un mio piccolo contributo al 1° Meeting Didattica Amica a Padova.
Come sottolineavo negli altri post, questo è un lavoro in fase d'opera, per cui siate cortesemente pazienti.

Nel post Collettivo#02 ho incluso urbanità, funzioni, reti e norme; si tratta di un collettivo fragile, a cui competeva la convocazione, all'interno di piani e norme, di fatti sociali, cittadini, politiche, economie e nature. Ma questo Collettivo ha bisogno di un ulteriore compendio civico, che qui di seguito cercheremo di descrivere.

diagramma di Patrick Geddes.

Ecco, procedendo volutamente a ritroso (dunque partendo dall'architettura come fatto, appartenente al Collettivo#01) siamo così giunti al core dell'urbanità, così come ce l'aveva descritta Lefebvre. Il nostro è stato un percorso che ha cercato di aprire la scatola nera del fatto urbano (così l'ha chiamato, con pretestuoso realismo, un corposo corpo sociale di critici-accademici-storici italiani), inteso come manufatto spazio-temporale positivo. Abbiamo cercato di trascinare l'architettura fuori dal suo confortevole sistema di valori storico-morfologici consolidati da 50 anni di tradizione critica d'architettura. All'architettura razionale competevano solo alcune semantiche e alcune forme, che limitavano la capacità mediale dell'architettura stessa come materia civica.
Ci siamo accorti che l'architettura poteva quindi dire molto di più, se avesse avuto parola, al pari degli altri fatti scientifici. Poteva anche usare grammatiche e sintassi sbagliate, incomplete o eccessive, come accade a tutti gli attori che sono corpo senza mente, o mente senza corpo, o intelletto senza istinto, o burocrati senza creatività, o lingue senza orecchie...
E il nostro percorso ci ha condotti molto più in là dell'ontologia dell'architettura. Siamo arrivati a ritrovare nelle civiche il contesto dimenticato dalle critiche e dai linguaggi moderni, siamo arrivati a riscoprire il ruolo educativo della città e dei suoi fatti urbani. Intendiamo qui educazione nel suo senso più maieutico: la città attiva e potenzia soprattutto qualità inespresse del cittadino, il suo saper, saper fare e saper essere. Solo riuscendo a delineare fino in fondo questo network tra cittadini e città, superando le staticità dell'intelligere, l'alfabetizzazione degli spazi e tutti gli altri meccanismi di chiusura delle "scatole nere". Dobbiamo capire, superando la staticità di ogni autoreferenzialità critica.

COLLETTIVO#03
Da architetto e pianificatore, subisco una certa confusione ontologica di fronte alla realtà. Essendo (etimologicamente) l'archi-tettura legata a doppio filo con l'origine, non si è mai riusciti a capire se essa (l'architettura) la crei oppure la legga/interpreti. Questa confusione deriva, probabilmente, più da una mancanza che da arroganza culturale: ci è venuto a mancare (dal postmoderno in poi) la terra sotto i piedi, al punto che abbiamo trasformato l'estetica in realtà, il linguaggio in pensiero e la tecnica in (una) metafisica del progresso.

Subiamo dunque, per lo meno nel nostro comune senso estetico, gli stilemi (e i paradigmi) romantici e illuministici, al contempo. Come ciò sia possibile ho cercato di delinearlo nel post precedenti, rubando a piene mani da Latour l'analisi impietosa del nostro tempo e dei suoi conflitti antropologici, culturali e sociali. Quanto mi preme sottolineare, qui, è che, se analizziamo senza vezzi e paraocchi idealtipici le contraddizioni delle politiche, delle discipline e delle estetiche, troveremo senza eccessiva difficoltà innumerevoli analogie e sintomi del divide, impera et oblìa a cui ci hanno predisposti.
La stessa "caccia al colpevole" (tradimento spesso operato dalla critica a mistificazione dell'utilità progettuale dell'indagine) è un utile stratagemma di distrazione (anche di certa intellighenzia, forse smarrita nei ricorsi delle proprie discipline), ma senza un deus ex machina. E' il paradigma moderno stesso che produce indagini poliziesche piuttosto che filosofiche, è da ricondurre alla nostra incrollabile fede nel genio  (e nel capitano d'industria, oppure nel leader politico, o nel tecnico di paese) come massimi esponenti di una cultura unitaria (che in realtà unitaria non è), le ragioni per cui costruiamo artificiosamente anche un capro espiatorio dei processi. In altre parole, se c'è un leader illuminato che fa progredire un Paese, dovrà pure esisterne l'antitesi, ovvero un diavolo che distrae, creando false notizie, false piste, falso progresso. Il capro espiatorio (parafulmine delle politiche) e il genio (finto eroe delle nature) garantiscono, ciascuno per propria competenza, la verità dell'ignoranza e la bontà dell'immobilismo degli umani mediocri, ovvero di coloro che (si) occupano la posizione intermedia. Non solo capro espiatorio e genio non possono essere garanti dei processi, ma impediscono (involontariamente) l'inclusione (e gli appelli) del collettivo stesso.

Come faremo a riordinare questo groviglio senza trasformarci, ogni volta, in poliziotti epistemologici, pronti a garantire le gerarchie a scapito dell'inclusione? Come faremo a smettere di distrarre noi stessi dalla presa di coscienza del fatto che i paradigmi di derivazione moderna sono ormai quasi del tutto sgretolati? Dalla produzione e accumulo capitale, alle previsioni economiche e finanziarie, alla gestione delle politiche e degli stati, alla costituzione di federazioni internazionali, fino ai processi educativi: le nostre tradizionali certezze si stanno sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma occorre fare attenzione, perché non si tratta di una deflagrazione di valori o di fatti, quanto di un loro moltiplicarsi, esponenziale. Se ascoltiamo Foucault, allora quella che noi credevamo essere comprensione del mondo era in realtà la messa in disciplina del molteplice e delle sue differenze. Pensavamo che mettere in ordine significasse capire, mentre in realtà stavamo costruendo un bordo pericolosissimo, un confine cintato, che escludeva i processi (e i cambiamenti) impedendo loro di poter fare appello. Abbiamo così trasformato i nostri interni (i contenuti delle discipline, gli Stati, le Città, le Case e le Scuole) in fortezze per l'intelligenza. E queste fortezze si sono trasformate in prigioni, incapaci di pensare al cambiamento per paura di un'implosione delle proprie ontologie. Non è forse questo l'impensabile? Trovarsi di fronte ad un confine che non separa solamente territori, ma anche principi, valori, lettura dei fatti. Pensavamo che questi bordi proteggessero le identità (unica parola plurale che il moderno accetta, a quanto pare, visto che, di fatto, significa differenza). Le differenze (anche tra ontologie) al di qua e al di là dei bordi sono l'ultima e più esplicita rappresentazione delle strategie moderne di pensare e dominare il mondo. Al di là dei moti d'animo, delle ideologie religiose o laiche, siamo davvero convinti di riuscire a pensare un'identità differenziale, per cui due umani (morfologicamente identici da un lato e dall'altro del bordo) possano ragionevolmente avere istinti differenti?
L'illuminismo ci ha accecato, quindi. "Il Logos, infatti, non parla mai a voce chiara: cerca le parole, esita, balbetta, si corregge." [Latour]. Abbiamo preteso di svuotare il demos dalle sue emozioni, dai suoi tentativi, dai suoi gruppi informali, spesso delegando alla norma di fare pulizia espellendo l'illegale (illeggibile) dal demos stesso. E il vuoto, poi ha avuto bisogno (come sempre) di tecnica e scienza...
Solitamente infatti, in questi casi, ci si rivolge ai saggi, ai tecnici, agli anziani del villaggio: i primi mediano tra le generazioni, i secondi (in caso di necessità) adducono le ragioni incommensurabili della scienza, i terzi servono come memoria esperienziale e archetipica. Tutti loro riempiono il demos di cristalli, fatti per intasare i processi, generare muri in quelle che stavano diventando praterie, costruire burocrazie senza funzione...
Eppure questo meccanismo di continua espulsione pneumatica si è interrotto, ossidato. Da tempo sta emergendo un'antropologia (per lo meno nelle semantiche della crisi) della stessa modernità. Siamo oggetto di studio di noi stessi, ma non ne abbiamo ancora piena coscienza.

Questa situazione di stallo apre finalmente un varco. Soprattutto nelle discipline, la cui efficienza sta mostrando una profonda lacuna, che ho accennato più sopra: esse non sono in grado di accogliere l'appello degli esclusi dal moderno, non ancora, per lo meno. E non lo saranno se non si riformeranno in chiave extra-disciplinare, divenendo finalmente appassionate esploratrici del possibile, affiancando (senza ulteriore indugio) i pensatori eclettici e i civic hackers.
Si tratta, in estrema sintesi, di soggetti che hanno intrapreso la strada verso una riunificazione della teoria e della prassi, anzi, adesso possiamo dire dellE teoriE e dellE prassi!

Credo che, in termini di capacità predittiva, esca depotenziata da questa crisi (così lunga e profonda) la fisica sociale, sulla quale i produttori di smart tech basano la credibilità del proprio set di performance (predittività, decision making, gestione di risorse scarse, ecc...). Come sostiene Alex Pentland (professore al MIT, direttore del laboratorio Connection science e del MIT Media Lab) "se potessimo avere una visione onnipotente, cioè a 360°, potremmo arrivare a comprendere appieno tutti i meccanismi sociali e intervenire per risolverne i problemi" (corsivo mio). La fisica sociale ha tentato di dare forma alla società civile in termini di macchina produttiva, considerando l'umanità e la natura come caos da ordinare, per il bene stesso dell'umanità.

Non entrerò nel merito della valutazione filosofica della questione. Dal testo Il piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società (pubblicato da Comte nel 1822), sono passati quasi duecento anni, eppure abbiamo visto che alcuni propongono ancora una ricetta positivista per la cura della società. Nulla di errato in questo, tuttavia, se i laboratori e le discipline hanno effettivamente la responsabilità di tenere separate le nature dalle culture (e dunque dai fatti sociali e dalle politiche), in nome di una egemonia del soggetto-despota, allora dovremo dubitare anche di una certa semantica dell'innovazione, coi suoi eroi romantici (o sapienti illuminati) che salverebbero la società grazie a coraggio, spirito imprenditoriale, capacità di visione, ecc... Come dicevo: è difficile abbandonare la lettura eroica e geniale di matrice romantica che permea tutta la nostra lettura dei futuri possibili. Quella stessa lettura che rinuncia al collettivo dell'educazione per accettare di sottomettere l'idea stessa di capitale umano agli ingranaggi disciplinari illuministi (per i quali il compito indiscusso della scuola è ancora di formare lavoratori, travestiti da cittadini).



A questo punto vorremmo fare sintesi e chiarezza. Il vero errore, oggi, consisterebbe nel rinunciare al cambiamento per sostenere la sopravvivenza di pratiche e paradigmi socio-culturali. Ci pensiamo come parte agente di questi paradigmi, ma in modo subordinato. Paura che la società crolli? Paura che l'estraneo invada i nostri confini? Paura che l'economia crolli? Paura delle bolle finanziarie? Diciamocelo: sì, abbiamo paura. Siamo così abituati a pensarci come elemento subordinato di una grande metafisica moderna (che mescola scienza, progresso, benessere, verità e cultura identitaria) da accettare di immolare le nostre esistenze in nome della sua sopravvivenza.

Bene, sappiate che le metafisiche nascono e muoiono ogni giorno, senza che voi possiate in alcun modo farci nulla. Quello che possiamo fare, invece, è ricostruire il collettivo delle civiche, il Collettivo#03, che sappia accogliere (anche) gli appelli dell'innovazione (quella vera, emanazione fragilissima dei teneri virgulti di cittadinanza attiva che spuntano sempre più frequenti).
Patrick Geddes (grande maestro del imparare facendo, frase sua) indagò a lungo il pensiero utopico per le città del primo dopo guerra (morì nel 1932), mostrando come educazione, sociologia, geografia e urbanità fossero attori di uno stesso scenario, teso alla formalizzazione continua del delicato rapporto tra rappresentazione e progetto del reale. Le civiche di Geddes sono collettive, sia dal punto di vista disciplinare che di apertura dei processi e della quantità di attori (si veda qui un interessante articolo di Francesco Careri che ne parla ampiamente). Nelle civiche si incontrano e ibridano tutte le discipline e arti urbane, per dare luogo e disponibilità di connessione tra urbanologia (lettura) e pianificazione (scrittura e progetto).
Anche qui, dopo quasi un secolo, le arti civiche sono cresciute per influenza, complessità e partecipazione. La classe creativa (teorizzata da Richard Florida e Charles Laundry), algoritmo produttivo delle città post-industriali, le reti informatiche (che Manuel Castells ha definito socio-tecnologie), l'enorme produzione giornaliera di big-data da parte dei device portabili (smartphone, tablet, notebook, ma anche automobili), le cartografie dell'open-mapping e la blogosfera (coi suoi miscugli tra informazione, creatività, progetti, processi, analisi, narrazione, rappresentazione) stanno attendendo una nuova generazione di cittadini attivi. Mi piacerebbe, in omaggio a Latour, chiamarli cittadini-attivi, per mostrare come 'attivi' non sia semplicemente un attributo (nel qual caso cittadini acquisirebbe tutto il valore della proposizione), ma al contempo una strategia e una finalità.

I cittadini-attivi sono esploratori del possibile. Per questo necessitano di:
- mappe
- strumenti di posizionamento
- strumenti di registrazione e valutazione
- meta-paradigmi di lettura (da buoni antropologi)
Chiaramente i cittadini-attivi fanno parte del Collettivo#03, dovendosi continuamente sottoporre ad educazione per 'trarre fuori' da sé i sintomi e le letture simultanee della realtà (cosa ho visto? quali connessioni ha ciò che vedo ora con ciò che ho visto?). I ricettori dei cittadini-attivi sono una fonte inestesa di realtà, ciò che (forse) consentirà alle discipline di tornare sulla terra per aiutarci a scoprire il migliore dei mondi comuni.
Questa la ragione per cui le civiche dell'educazione saranno così determinanti nel prossimo (e immediato) futuro. Potranno infatti contribuire a spegnere un po' di Illuminismo per riuscire a vedere il nostro domani




venerdì 31 ottobre 2014

COMMONS E ILLEGALITA', la difficoltà di cambiare idea





Qualche mese fa avevo deciso di partecipare ad una call for papers sull'illegalità urbana. L'unica indicazione: leggere in modo positivo l'illegalità come sintomo delle reali necessità urbane. Si trattava di indagare la scarsa resilienza delle normative urbane vigenti, per recuperare una maggiore aderenza alla realtà urbana.

Il tema sotteso era il peso di una progettualità intesa non come processo chiuso e vincolato alla definizione di una morfologia stabile (di edificio o di parte di città), quanto piuttosto come apparato concettuale in grado di operare anche sulla gestione ex-post delle trasformazioni urbane.

Confesso che dopo innumerevoli tentativi mi sono reso conto di un problema strutturale del mio pensiero: occorreva uscire dalla mia disciplina (l'architettura, ovviamente) per ampliare la capacità di comprensione e lettura dei fenomeni emergenti. Purtroppo uscire dalle discipline non è mai cosa semplice: si rimane come sperduti, preda di dubbi metodologici costanti, con un vago senso di panico misto ad agorafobia compulsiva.

Senza arrendermi cercai oltre, ma scoprii solo un abisso più profondo: inciampando su Foucault mi convinsi che le discipline sono gli strumenti culturali della Modernità, e l'obiettivo della Modernità è il dominio del pianeta. Dunque, per parlare di illegalità si doveva andare (addirittura) oltre la Modernità, superare le discipline e (vertigine) la stessa definizione di legalità.

A quel punto mi arresi e non partecipai alla call, ma mi rimase appiccicato un vago senso di inadeguatezza, poiché mi pareva (ancora una volta, una volta in più) di non riuscire a comprendere la complessità della realtà con i soli strumenti in mio possesso, quelli dell'architetto.

La prima intuizione (ovvero che illegale e illeggibile fossero in qualche modo lati di una stessa medaglia) rimaneva lì, inamovibile.

L'architetto ha un passato glorioso (molto passato, purtroppo) di mediatore tra il pubblico e il privato. L'architettura è dunque un'arte (o per lo meno lo è stata) fortemente ibrida, poiché ricopre (seppure con intensità diverse) un ruolo privato e un ruolo pubblico. Lo sappiamo tutti, non è certo un segreto. Eppure l'architettura non può da sola superare la pretestuosa dualità (che tutti riteniamo profondamente democratica) tra proprietà pubblica e proprietà privata. Eppure, bergsonianamente, confondiamo (sempre più frequentemente) le differenze di intensità con le differenze di qualità: l'architettura, in altri termini, sembrerebbe essere convenzionalmente vincolata a produrre beni immobiliari. Questo è il risultato di decenni sprecati senza proporre alcuna rielaborazione critica di quello che il paradigma vigente ha imposto alle professioni progettuali, senza recuperare un senso di libertà come partecipazione, preferendo ad esso, attraverso i potenti e autoreferenziali strumenti delle tecniche e dei linguaggi, un solipsismo onanistico ammantato di universalità.

Parlavo di aderenza alla realtà. Eccola: costruire, per un architetto, equivale a guadagnare qualcosa. Eppure la sua expertise genetica è rivolta al progetto e al project management, per le quali purtroppo solitamente non gli viene riconosciuto quasi nulla, in Italia. I reali committenti di un architetto sono i costruttori, sempre più raramente i fruitori delle sue opere.

Il mercato dell'urban developing è fortemente asimmetrico e monopolistico poiché in esso si concentrano i reali residui paradigmatici del paradigma uscente: rendite, separazione tra mezzi di produzione e forza lavoro, scarsa disponibilità del bene (terreno edificabile), costi di produzione sempre più elevati, tassazione in perenne crescita. Si aggiunga a tutto questo il fatto che l'apparato normativo è stato predisposto principalmente per opporsi allo sciacallaggio piuttosto che per agevolare un processo pubblico-privato di crescita (o rifunzionalizzazione) intelligente dell'urbanità.

Leggendo la disanima di Jeremy Rifkin sui commons collaborativi, tra le righe si percepisce l'auspicio che le asimmetrie del mercato immobiliare siano, nel futuro prossimo, la causa stessa della sua rovina. La stampa 3D di case (o pezzi di casa) a prezzi proporzionalmente irrisori sarà, negli auspici di Rifkin, un vero scacco matto alla filiera dell'urban developing. Teniamo presente che Rifkin (da buon statunitense) considera la costruzione edile come un processo di semi-industrializzazione misto al bricolage. E' dunque idealmente semplice transitare ad un ulteriore processo di semi-industrializzazione (quello appunto della stampa 3D).




Può avere dunque una qualche rilevanza una professionalità come quella dell'architetto, in un paradigma come quello dei futuri commons collaborativi? I commons (per chiarire il concetto secondo gli studi di Elinor Ostrom, prima donna nobel per l'Economia) sono sostanzialmente beni comuni, senza asimmetrie di rendita o di proprietà, e hanno le loro radici nel periodo pre-capitalistico, dunque feudale. In tutto il pianeta esistono commons (i più vicini sono in Svizzera, tra le comunità montane), e le loro chiavi di successo sono sostanzialmente:
- la condivisione delle finalità e della gestione del bene comune
- il controllo reciproco rispetto ai free riders (gli approfittatori)
- l'autoregolamentazione
- l'elevata comunicazione trasversale
- il riconoscimento da parte delle istituzioni.

Questo ultimo punto ci riporta alla questione della legalità. Se le istituzioni riconoscono le regole che i commons stabiliscono nel proprio recinto allora i commons possono costituire un valido aiuto per la governance dei beni comuni. Uscendo (virtualmente) dall'illegalità, i commons operano come laboratori di creazione di comunità attive, in cui la condivisione delle responsabilità è l'elemento chiave della loro capacità di resilienza (anche economica). Ecco quindi che la legalità diviene nuovamente occasione positiva, poiché raccoglie le esperienze bottom up come compendio ad una più razionale gestione del territorio.

E quindi che ruolo può avere l'architetto in tutto questo? Può tornare ad essere un consulente nel management territoriale? Può assumersi il compito di essere una risorsa nella formazione di strategie collettive? Personalmente credo sia possibile, a patto che si compiano due fondamentali passi di avvicinamento reciproco (tra gli architetti e la società civile): da un lato gli architetti dovranno vedere riconosciuta la loro professionalità progettuale da parte della società, uscendo dalla sudditanza dalla costruzione; dall'altro (passo altrettanto complesso) noi architetti dovremmo recedere dall'ideologia della forma e imparare a vedere un orizzonte più ampio.

Considerando il fatto che il futuro del pianeta è sempre più urbano, credo che ci sia ancora molto da fare, lì fuori.