Da qualche anno subisco una certa attrazione da parte delle pubblicazioni che in questi ultimi tempi si sono occupate degli spazi pubblici e delle persone che li usano in modo attivo e progettuale.
Il primo di questi testi è un libro di cui ho già parlato, ovvero Urban Code, su SoHo.
Altro testo di cui credo di aver già riferito è Street Fight, di Janette Sadik-Khan, assessore alla mobilità sotto Bloomberg, sempre a New York.
Le due novità editoriali sono edizioni più particolari e con una distribuzione più limitata, per quanto di ottima fattura editoriale e dai contenuti preziosissimi: il primo è Re-Act - tools for urban Re-Activation (edito da Deleyva e New Generation, a guida degli ottimi Emmanuele J. Pilia e Giampiero Venturini), il secondo è Civic Practices, una raccolta di migliori pratiche emergenti nelle periferie globali dal network CivicWise (ideato da un altro italiano, l'instancabile Domenico Di Siena, già attivo con lo studio madrileno Ecosistema Urbano nel progetto Dreamhamar, di cui ho scritto un breve testo qui).
L'idea di spazio pubblico che emerge da questi testi è intrigante, poiché è strettamente legata alle strategie (vecchie e nuove) di insediamento su territori urbani, intesi come frammenti in disuso di un palinsesto urbano che vorremmo considerare come compatto e funzionante, spesso contro ogni evidenza.
Un altro libro, più datato (1992) e molto più teorico, Il perturbante dell'architettura, di Anthony Vidler aveva già approfondito la condizione borghese e moderna di generale sradicamento e inadeguatezza rispetto alla città del XIX e XX secolo. Secondo Vidler la borghesia urbana non può uscire da questa condizione, essendo in certa misura tutta la modernità la storia di uno sradicamento funzionale al dominio. Peccato che il libro di Vidler abbia avuto meno fama del suo contemporaneo Nonluoghi di Augèe, avremmo forse sviluppato strumenti di valutazione dei residui urbani un po' più raffinati e specifici, senza abbandonarci a giudizi (e pregiudizi) di scarso interesse progettuale.
Ecco allora che, sostenendo pratiche di ri-colonizzazione dello spazio urbano, rivolte alla ricostruzione di un senso dell'abitare, potremmo forse sovvertire quel senso perturbante di non appartenenza e sradicamento. E' possibile? Come possiamo procedere?
Il primo ostacolo è probabilmente il tipo di lettura che diamo allo spazio urbano, sia pubblico che privato ad uso pubblico. Solitamente lo consideriamo come una risultante, ovvero quanto resta dopo che i recinti hanno privato il territorio urbano di spazio. Gli spazi privati hanno così acquisito valore, essendo disponibili agli scambi commerciali, mentre gli spazi pubblici sono diventati via via invisibili, come un fondale memoriale e/o funzionale all'insediamento umano, garantendo un sostrato ai servizi pubblici, al verde, alla mobilità.
Ma la caratteristica più caratterizzante lo spazio pubblico, e spesso decostruita da decenni di zonizzazioni funzionali e lacune grossolane nelle strategie di pianificazione urbana, è la sua dimensione politica. Per noi questo significa sinteticamente che è nello spazio pubblico che può esprimersi il massimo della dimensione progettuale urbana, collettivando prassi amministrative, tecniche, civili. Lo spazio privato non è disponibile a tutto questo, esso è vincolato progettualmente al solo mercato e ai suoi attori, mentre lo spazio pubblico (adeguatamente inteso) è potenzialmente reattivo ad un collettivo più ampio.
Inoltre lo spazio pubblico è quello in cui la città, più o meno consapevolmente, esprime le sue migliori strategie, adotta le sue migliori tecnologie: lo spazio pubblico è una macchina complessa, e questa affermazione è tutt'altro che metaforica!
Uno degli spazi pubblici più conosciuti e appartenenti all'immaginario collettivo planetario, Central Park, è un compendio di tecnologie impiantistiche, mirate a garantire il funzionamento di quell'ecosistema artificiale nel centro di Manhattan. Come ci ricorda Jannette Sadik-Khan "Frederick Law Olmsted vide Central Park come un luogo in cui le persone di ogni livello sociale potevano incontrarsi come eguali. Un secolo e mezzo dopo, quell'idea è ancora rilevante".
Ma anche in esempi più recenti, come il parco urbano Superkilen a Copenaghen, il Millennium Park a Chicago o il Metropol Parasol a Siviglia, sono compendi di sperimentazione tecnologica e tipologica.
Per questo le selezioni di migliori pratiche proposte in Re-Act e Civic Practices acquistano un significato specifico: lo spazio pubblico è il luogo in cui, oggi, è attuabile la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione dell'innovazione urbana. Infatti ogni innovazione dello spazio pubblico non può sottrarsi dall'obbligo di alimentare, oltre al dato estetico del realizzato, anche un apparato cognitivo sussidiario in grado di innescare processi di alfabetizzazione e apprendimento presso i principali portatori di interesse (opinion leaders e policy makers), attori determinanti per ogni trasformazione urbana di medie dimensioni.
In altre parole lo spazio pubblico è il luogo in cui avviene uno scambio tra proposte progettuali e costruzione di politiche urbane, grazie alle quali è possibile attuare una prima codifica dei nuovi valori d'uso urbani, seguita poi dal consolidamento e dalla diffusione al di fuori della città degli esiti della sperimentazione.
critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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giovedì 13 luglio 2017
venerdì 9 ottobre 2015
CITTA' (PIU') INTELLIGENTI E CITTADINANZA ATTIVA (#03) - urbanità e laboratori civici urbani
Cominciare a cambiare: il ruolo dell’urbanità.
Proponiamo quindi di considerare l’urbanità come un ulteriore catalizzatore del processo che dal cambiamento potenziale possa portare ad un cambiamento attuale. Lefebvre definisce l’urbanità come un collettivo di città (fisica e tangibile) e cittadini (agenti), tentando così di superare una lettura che fino ad allora aveva separato i fatti sociali dai fenomeni urbani. L’urbanità è, al contempo, testo e contesto, per questo è stato difficile finora capirne il potenziale laboratoriale. L’urbanità è forse la via più breve per tornare ad essere contemporanei al nostro tempo e alla realtà che ci circonda.
Tra le numerose indagini urbane (successive al walking urbanism di Geddes, ripreso in epoca più recente da Charles Landry e Comedia) ricordiamo qui le più note, quelle realizzate su Manhattan. Il cuore pulsante di New York ha determinato (per la sua vitalità e unicità) la produzione non solo di teorie ma anche di progetti e strategie innovative. Il precursore più noto è stata probabilmente Jane Jacobs [1961], attivista newyorkese, seguita dall’architetto Rem Koolhaas [1978] e dal pianificatore William H. Whyte [1980]: i tre autori hanno mostrato come Manhattan sia stata, fin dalla prima campagna di crowdfunding della storia (finalizzata alla realizzazione del basamento della Statua della Libertà), un laboratorio inconsapevole di urbanità. A Manhattan l’elevata congestione umana e la sua gestione (in termini spaziali e funzionali) costituiscono un attivatore formidabile di innovazione sociale, in quanto costringono l’urbanità ad operare al limite della propria resilienza.
La più nota trasformazione urbana dal basso (e con esiti strabilianti dal punto di vista mediatico, tipologico e di strategie di processo) è infatti avvenuta a New York. Si tratta del parco lineare High Line, che ha convertito un vecchio tratto dismesso di una linea ferroviaria sopraelevata in una delle principali attrazioni di Manhattan. Anche in Italia abbiamo casi di eccellenza nell’innovazione urbana dal basso. Il più noto è probabilmente Farm Cultural Park a Favara (Agrigento), promosso da un mecenate privato che è riuscito ad attivare una comunità internazionale di creativi. In entrambi i casi la formazione (di cittadini attivi e di processi educativi) è la chiave di sostentamento, sviluppo e propagazione delle iniziative urbane di rigenerazione e rifunzionalizzazione.
Non entrerò qui nel merito di quale sia il ruolo dell’architettura in questo rapporto tra le civiche e l’urbanità, rimarrà sul fondo della questione: la città ci pone di fronte a ripetute problematiche, mettendo sotto stress i nostri sistemi di lettura e di progetto. Il dato ulteriore è che, nel momento in cui consideriamo l’urbanità nel suo complesso, il contesto urbano diviene un puzzle di temporalità differenti. Alcune di esse impongono progetti immediati (approvvigionamento, smaltimento dei rifiuti, residenzialità, distribuzione dell’energia), altre tempi di medio-lungo periodo (sicurezza urbana, mobilità sostenibile, distribuzione della rendita). Quanto è evidente è che la resilienza urbana e la sussidiarietà hanno estremo bisogno di una cittadinanza di nuova generazione, in grado, al contempo, di leggere e pianificare la città, partecipando all’urbanità da cittadini attivi.
Nonostante questa necessità, sembra che l’educazione non sia ancora considerata dalle istituzioni come la principale chiave strategica per affrontare le crisi urbane (attuali e future). Recentemente l’EIU (Economist Intelligence Unit) ha redatto una classifica sulla vivibilità delle città europee, stilando una lista su peso percentuale dei seguenti indicatori:
Stabilità: 25% - quest’elemento include fattori come la minaccia criminale e il terrorismo.
Assistenza sanitaria: 20% - considera la disponibilità sia dell’assistenza pubblica che di quella privata.
Cultura e ambiente: 20% - diversi fattori come il clima, la corruzione e lo sport sono considerati in questa categoria.
Educazione: 10% - anche qui vengono considerati sia indicatori pubblici che quelli privati.
Infrastrutture: 25% - abitazioni, strade, energia e altre utenze basilari vengono considerate in questa categoria.
Naturalmente è possibile vedere come gli stessi indicatori siano sintetici (considerando insieme il costruito e le funzioni urbane), e come il peso maggiore sia dato a stabilità e infrastrutture (che misurano lo stato attuale). All’educazione (e alla capacità di innovazione) viene purtroppo ancora dato poco peso (o nullo), segno che la lettura economica del contesto urbano è ancora tradizionalmente basata sul comfort urbano e sui processi consolidati.
Costruire insieme le civiche dell’educazione: i laboratori civici urbani
La città/territorio, per la sua intrinseca spazialità, costringe cittadini e istituzioni ad entrare in un processo di continua negoziazione. Attraverso il riconoscimento reciproco (in quanto attori di un medesimo network urbano) sarà possibile affrontare le 4 criticità (Conflittualità, Inefficacia del sodalizio teoria-prassi, Errori di traduzione/ tradimenti di mandato, Falsa rappresentazione/falsa rappresentanza) con altrettante nuove strategie:
1- Conflittualità -> Costruire fiducia
2- Inefficacia del sodalizio teoria-prassi -> Ricostruire le progettualità
3- Errori di traduzione -> Ricostruire le socialità
4- Falsa rappresentazione -> Costruire nuovi strumenti di lettura/rappresentazione della realtà
A conclusione del suo testo sulle smart cities, A. Townsend dimostrò come la costruzione delle civiche non possa essere delegato all’ICT come deresponsabilizzazione. La cittadinanza implica ancora una geografia del potere che la rende sensibile ad ogni delega. La storia recente dei casi analizzati da Townsend mostra come l’urbanità sia sempre più fragile ed esposta all’esproprio di potere (non solo immobiliare o economico, ma anche civico ed identitario) da parte dei fornitori globali di servizi. Tuttavia Townsend rileva l’inefficacia delle tecnologie smart non tanto nel loro ruolo sostitutivo nei confronti del politico (poiché propongono, tramite il computing ubiquo, un’elevata automazione dell’urbanità e dei suoi processi di governo locale), quanto nell’errore di lettura del ruolo dell’ICT urbana.
In altri termini stiamo affidando all’ICT (e alle tecnologie di smartizzazione) un ruolo risolutorio che esse non avranno mai il tempo o l’efficacia per ricoprirlo del tutto. Le urbanità planetarie crescono in estensione, densità abitativa e complessità, mentre la ricerca ICT arranca per mancanza di fondi e di mercato (sono troppo costose per essere così diffuse).
La proposta di Townsend (sull’esempio di Saragozza) è di adottare l’ICT a supporto delle nuove civiche, in modo da realizzare smart civics e non smart cities. L’Urban Manager di Saragozza (Daniel Sarasa) ha di fatto cambiato la sua città principalmente attraverso un uso flessibile dello spazio pubblico grazie ad una tessera georeferenziata prepagata: “(…) In particolare, abbiamo rivisto il modo di usare lo spazio, abbiamo georeferenziato i trasporti e le barriere architettoniche, abbiamo creato una Digital city Card RFD con la quale si può prendere l’autobus, andare in piscina, in biblioteca, al museo, pagare il taxi.” La tessera permette (banalmente) di mostrare la distribuzione e la frequenza degli accessi ai servizi pubblici, permettendo di ottimizzare le risorse dell’amministrazione pubblica.
I risparmi generati da questo (e altri) processi trasparenti hanno permesso la costruzione di progetti urbani più specifici, come il quartiere Milla Digital e Etopia. Quello che mi preme sottolineare è che tra istituzioni e urbanità si è venuto a creare un nuovo patto sociale, in grado di bilanciare simmetricamente l’uso di tecnologie ICT, l’impiego di denaro pubblico, la partecipazione sociale, l’innovazione.
Saragozza (ma non è l’unica) è uno dei principali laboratori civici urbani in cui testare soluzioni ibride (città/ICT/cittadini attivi) per ovviare a quelle limitazioni strutturali delle tecnologie smart che ho richiamato più sopra. Va ricordato qui che leggere la città come laboratorio civico implica la creazione di ecosistema estremamente dinamico. Per ovviare all’apparente ossimoro linguistico adottiamo da Bruno Latour il concetto di collettivo. Il collettivo, oltre a raccogliere istanze dai cittadini e dall’ICT e dalle architetture urbane, è concettualmente inteso come poroso alle nuove istanze al di fuori del proprio (eco)sistema. Un laboratorio urbano che operi come collettivo potrà, al contempo, ricostruire strategie, normative, didattiche, alleanze, visioni, ricerche. Non potrà costruire metafisiche universali, ma costituire il luogo per ogni rinegoziazione. La prima di queste (fondamentale) è la (ri)generazione del VALORE, non solo per il suo ruolo nelle economie, ma soprattutto per la sua capacità di attivare i fatti sociali.
Un ottimo lavoro, in questa direzione di ricerca (che mira a trasformare le città stesse in laboratori) è quello svolto dal prof. Artur Serra all'interno del progetto europeo Open Living Labs. In Italia il prof. Maurizio Carta sta lavorando su Palermo, interpretando l'urbano come 'terzo elemento' tra le ICT e i cittadini.
Verso il migliore dei mondi comuni[1].
L’ultimo mio appunto va letto infine nella direzione di delineare possibili sviluppi derivanti dalla sinergia tra gli attori del nuovo collettivo dedicato allo sviluppo delle civiche dell’educazione.
Gli insegnanti costituiscono, per loro formazione, attori determinanti per il ruolo di attivazione dei cittadini attivi. Gli studi sui processi partecipati e sulla formazione di comunità attive dimostrano quanto la cura e l’educazione dei membri più giovani della comunità siano in grado di attivare, al contempo, processi di breve, medio e lungo termine. Dovremo capire, in corso d’opera, come creare nuove simmetrie tra creatività e ripetibilità e universalità delle norme, ma sempre come educatori di futuri mediatori, dunque mediatori noi stessi (tra le istituzioni, i tempi, le generazioni, i diversi livelli di alfabetizzazione e competenza, le prassi consolidate e quelle sperimentali).
Dovremo comprendere che la mediazione (sia rinegoziazione o controversia) è (e sarà) prassi comune, non singolarità. Il confronto creativo sarà uno degli strumenti per includere ulteriori mondi possibili, e le tecnologie digitali potranno accompagnare i processi deliberativi e creativi per colmare ostacoli economici (fornendo strumenti open source, permettendo la produzione di contenuti editoriali senza costi, diffondendo i dibattiti in modo orizzontale, ecc…), per aumentare la platea deliberativa nel minor tempo, per condividere (e rendere accessibili) la maggior parte dei contributi (delle PA, dei corpi docenti, dei gruppi informali, delle istituzioni, ecc…).
Siamo in una fase di profonda prototipazione, tecnologica, sociale ed educativa. Rispetto ad essa intravedo i rischi che accompagnano ogni prototipo (inefficacia, fallimento, costi sociali) ma anche i benefici d’impresa (sostenibilità, innovazione, incremento di produttività, esternalità sociali positive).
Certamente il rapporto tra educatori ed educati sarà sempre più bidirezionale ed orizzontale, poiché l’alfabetizzazione e l’educazione saranno processi aperti e peer to peer. Non si tratta di un eccesso di ‘comunitarismo didattico’ ma di semplice valutazione del livello di complessità ‘ambientale’ a cui la nostra civiltà è arrivata. La comprensione (e la realizzazione) dei fenomeni potrà avvenire solo nel mutuo scambio di competenze tra docenti e discenti. I primi porteranno nel collettivo la propria capacità sistematizzante, i secondi lo alimenteranno con la propria innata curiosità e “ampiezza di banda” mentale. Occorrerà riconoscere ai discenti il proprio ruolo sociale all’interno del capitale umano, così come, simmetricamente, si dovrà concedere ai docenti la responsabilità di esplorare il possibile e di costruire nuove mappe dell’educazione, da tenere, oggi più che mai, costantemente aggiornate.
giovedì 8 ottobre 2015
CITTA' (PIU') INTELLIGENTI E CITTADINANZA ATTIVA (#02) - oltre le economie politiche
Oltre le economie politiche: alcune letture.
Nel 1966 il filosofo Henry Lefebvre pubblicò il suo ‘Diritto alla città’, in occasione del centenario dell’edizione del Capitale di Marx, mostrando come la città (e non solo la fabbrica) fosse un luogo di conflitto e necessaria rinegoziazione tra attori sociali. Nel 2012 il geografo David Harvey (richiamando esplicitamente le tesi di Lefabvre), nel suo ‘Città Ribelli’, evidenziò come la crisi economica globale partita nel 2006 abbia sostanzialmente radici urbane. Harvey allargò dunque il contesto urbano di Lefebvre all’intero pianeta, mostrando come il trend di crescita delle aree urbane costituisca un accelerante del processo di emersione dei conflitti (sociali) e delle crisi (economiche). Nel 2014 l’economista Jeremy Rifkin pubblicò il suo “La società a costo marginale zero”, nel quale tentò di descrivere l’evoluzione dell’economia politica dal capitalismo al common collaborativo. La tesi principale di Rifkin è che sia possibile un periodo di convivenza tra paradigmi: da un lato un capitalismo debole e dall’altro un set di commons in continua espansione e sviluppo. Qualcosa sta cambiando, da tempo ormai, e l’emergere di nuove prospettive è palese.
Anche gli osservatori internazionali più attenti agli esiti delle economie politiche hanno rilevato questa ‘laboratorialità emergente’ che stiamo cercando di raccontare. Nell’ultimo rapporto ONU sullo sviluppo umano (2013) la stima di crescita basata sull’indice ISU (Indice Sviluppo Umano) mostra che i paesi ‘in via di modernizzazione’ (uso l’accezione moderno nel senso filosofico di autodeterminazione dei rapporti di dominio sui propri territori nazionali, indipendentemente dal progresso e dal PIL) sono sostanzialmente grandi laboratori nazionali di innovazione, spesso per necessità, altre volte per virtù ‘relativa’. Rimangono comunque potenziali grappoli di best practice da cui poter trarre insegnamento.
Scrive il Rapporto che: “quando durante la crisi finanziaria del 2008–2009 le economie sviluppate hanno smesso di crescere mentre quelle dei paesi in via di sviluppo hanno continuato a progredire, il mondo è rimasto colpito. L’ascesa del Sud, vista all’interno del mondo in via di sviluppo come un ribilanciamento globale atteso da tempo, è stata da allora molto discussa. Tipicamente, questo dibattito si è concentrato strettamente sul PIL e sulla crescita degli scambi in alcune grandi nazioni. Tuttavia sono in gioco delle dinamiche più estese, che coinvolgono molti più paesi e tendenze più profonde, con implicazioni potenzialmente di vasta portata per le vite delle persone, l’equità sociale e la governance democratica a livello locale e globale”.
Poco oltre, è tuttavia possibile leggere anche un’ammissione problematica che qui ci interessa, poiché dà conto della necessità dell’esplorazione verso nuove istituzioni civiche: “Molte delle attuali istituzioni e principi di governance internazionale erano stati progettati per un ordine mondiale che non corrisponde più alla realtà contemporanea. (…) In tutto questo, i governi sono comprensibilmente preoccupati di preservare la sovranità nazionale. Un attaccamento troppo rigido al primato della sovranità nazionale può però incoraggiare un pensiero a somma zero. Una strategia migliore è la sovranità responsabile, con cui le nazioni si impegnano in una cooperazione internazionale equa, basata su regole e responsabile, unendosi in sforzi collettivi che migliorino il benessere globale. (…) Le reti della società civile possono ora trarre vantaggio dei nuovi media e delle nuove tecnologie della comunicazione. Tuttavia le organizzazioni della società civile debbono a propria volta affrontare domande sulla loro legittimità e responsabilità. Ciononostante, la futura legittimità della governance internazionale dipenderà dalla capacità delle istituzioni di impegnarsi con le comunità e le reti di cittadini.”
Da una lettura trasversale di questi contributi (così disciplinarmente distanti e tuttavia convergenti, al di là delle scale di rappresentazione) emerge un set di ragioni per le quali il cambiamento diviene finalmente potenziale e non solo l’auspicio di un’oligarchia di pensatori illuminati (si passa dunque dal si deve al si può). Tra le parentesi quadre ho anticipato gli sviluppi latenti, per mostrarne una lettura positiva:
1- Conflittualità (latente o esplicita): le istituzioni e gli attori sociali sono fissati nelle proprie ragioni ‘identitarie’ (ontologie) e al contempo si accorgono di non potersi più ignorare. [Ne può nascere un conflitto per il potere, come pure una rinegoziazione delle proprie ontologie];
2- Inefficacia del sodalizio teoria-prassi: le azioni non possono essere controllate o non portano ai risultati attesi. [Occorre rivalutare il rapporto tra ricerca e impresa (anche sociale)];
3- Errori di traduzione/ tradimenti di mandato: chi dovrebbe occuparsi di mediare tra Scienza, Politica e Società non è (più) in grado di farlo senza sprechi (di risorse materiali e umane). [Occorre rifondare i corpi intermedi, tramite un mix di sovranità responsabile e cittadinanza attiva (basta su comunità locali)];
4- Falsa rappresentazione e falsa rappresentanza: la lettura scientifica e tecnica del mondo dimostra scarsa adattabilità alle dinamiche emergenti, producendo errori di rappresentazione o “invisibilità palesi”. [Occorre esercitare (nuovamente) il diritto all’ascolto, ricostruendo fiducia, generosità e pazienza, caratteristiche dei sistemi sociali complessi].
Certamente le ICT (Information Comunication Technologies, o TIC, Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) contribuiscono (come ricorda anche il citato Rapporto ONU) a rendere più riconoscibile questo cambiamento potenziale, a farci intravedere che le cose dovrebbero cambiare per ragioni più evidenti della semplicistica visione progressista (ancora vincolata alle economie politiche mondiali). Il cambiamento diviene la strada più vicina al senso comune e le visioni idealtipiche cominciano a perdere terreno e a lasciare spazio a nuove strategie emergenti.
Come esempio semplificativo di questo scostamento tra paradigmi in dismissione e strategie emergenti, richiamo qui la questione aperta dalla sharing culture (dalla condivisione di beni e idee, alla collaborazione per la realizzazione di beni comuni). Essa ha mostrato come, attraverso le ‘lenti’ di un apparato normativo ancora basato sulla separatezza tra bene privato e bene pubblico, non si possa ancora rappresentare adeguatamente il bene comune, nel quale il valore si svincola dalla propria ontologia più tradizionale (la proprietà). Per alcuni questi problemi di rappresentazione possono essere ridotti alla pura questione ‘normativa’, per la quale le azioni si possono suddividere in legali o illegali (per cui Uber è illegale e il monopolio dei Taxi no, ad esempio). Per altri invece le medesime costituiscono la premessa di una necessaria ricostruzione degli strumenti di lettura (e creazione) della realtà sociale che ci circonda.
mercoledì 7 ottobre 2015
CITTA' (PIU') INTELLIGENTI E CITTADINANZA ATTIVA (#01)
| Diagramma dei flussi incrociati di civiche, educazione, produzione ed economia circolare [E. Lain, Soft City Padova 2015] |
Ecco qui di seguito (suddiviso in tre parti) il breve saggio emerso dalle riflessioni sulle civiche dell'educazione (in occasione del Meeting "Didattica Amica", svoltosi a Padova il 3 ottobre 2015).
Premesse.
In questa breve comunicazione trarrò spunto da una rapida sintomatologia della contemporaneità, seguendo l’ipotesi di alcuni, secondo cui gran parte dei paradigmi precostituiti stanno conoscendo in questi ultimi dieci anni una perdita di efficienza o, addirittura, una pericolosa frammentazione.
Poiché l’innovazione umana (come civiltà e come individui) può essere ricondotta al rapporto (mai risolto) tra idee e valori, dovremmo stabilire fin d’ora (e basandoci qui semplicemente sul senso comune) che sia se sia realmente in corso una straordinaria (quanto diffusa e molecolare) fase di revisione meta-paradigmatica della ricerca, dell’educazione, dei mercati, dei meccanismi finanziari. E’ infatti un processo lungo che, unitamente alle più svariate sintomatologie di crisi, non potrà che passare per revisioni radicali dei ‘corpi intermedi’ e delle istituzioni. Per ora possiamo dire di aver appena iniziato a costruire, collettivamente, un pensiero del contemporaneo e alcune piccole strategie per immaginare un futuro non basato sul dominio e sull’occupazione del possibile, tensioni tipicamente moderne. L’idea di un futuro collettivo non rientra ancora nei nostri ‘parametri di formazione sociale’, ancora configurati secondo un’organizzazione sociale (con posizioni, ruoli e competenze certificabili e certificate) che oggi non rappresenta adeguatamente il sociale stesso.
Tenterò quindi di mostrare come l’immaginario (inteso come strato fertile per costruire visioni future) si stia rapidamente liberando dalle costrizioni (concettuali e produttive) delle economie politiche. Queste ultime non sembrano essere ancora in grado (nel panorama contemporaneo) di ottemperare a due fondamentali compiti che la società ha affidato loro: la descrizione e la previsione dei fenomeni economici e politici. Oggi nelle pieghe dell’ irrappresentabile e dell’imprevedibile si sta accumulando una massa critica di questioni irrisolte e complesse (come il ruolo dei cittadini attivi, il posizionamento sociale dei produttori-consumatori, l’innovazione disruptive della sharing economy, il conflitto tra istituzioni con differenti scale di influenza, l’emergere di nuove istituzioni, l’esplosione di un’economia della conoscenza). Tale massa di ibridi spinge all’esterno dei bordi disciplinari e sta penetrando, inarrestabile, verso le ontologie delle discipline stesse.
Nostro è il compito di iniziare l’esplorazione di questa realtà semivisibile e di rendere più trasparente la formazione di nuova realtà sociale. Vi chiedo quindi di entrare con me in un territorio ibrido, in cui le discipline rimescolano i propri DNA e producono nuove ipotesi di lavoro per costruire un’antropologia della contemporaneità, anche sulla scorta di almeno un secolo di pensiero finora rimasto inattuale.
In tale contesto a geometrie variabili, cercherò quindi di dimostrare come un rinnovato interesse (di studio, ricerca e applicazione urbana) per le CIVICHE possa essere il focus comune di vari ambiti disciplinari. Per ‘civiche’ intendo qui l’accezione data da Patrick Geddes nel 1913, quando propose un corso universitario nominato civics, con l’obiettivo di riuscire a vedere le città dal proprio interno, riuscendo così a “sottrarsi alle correnti astrazioni dell’economia e della politica, nelle quali siamo stati tutti più o meno allevati, per tornare allo studio concreto da cui la politica e la filosofia sociale ebbero origine in passato, ma dal quale si sono in seguito allontanate: quello delle città come sono, o piuttosto così come le vediamo crescere” [Geddes, 1915]. Altra ipotesi di lavoro consiste nel considerare le civiche, al contempo, come finalità e processi. Esse andranno dunque prodotte tramite un grado di partecipazione molto vicino all’empowerment che Sherry Arnstein poneva in cima alla sua ladder of citizen participation.
Infine tenterò di delineare il ruolo fondativo del più fragile e importante ‘set’ di civiche, ovvero quelle che vorrei qui provvisoriamente chiamare CIVICHE DELL’EDUCAZIONE. Ad esse spetta (e spetterà sempre più, a mio avviso) il ruolo di innesco e guida dell’immaginario per una costruzione delle visioni e delle “u-topie reali” nell’attuale contesto delle cosiddette ‘economie della conoscenza’[1]. La conoscenza è divenuto un motore primo, al fianco della creatività. Tuttavia occorrerà mantenerne i caratteri originari di apertura e inclusività, per salvaguardarne al contempo la caratteristica di commons. Per sintetizzare queste mie posizioni ho quindi disgiunto (e poi riconnesso) la ‘u’: si tratta di indicare provvisoriamente che non parlo dell’ utopia filosofica (un luogo che non c’è, dal quale lanciare una critica alla società che ci circonda) ma di u-topia, inteso come un luogo di ricerca, di reciprocità e di inclusione. Naturalmente l’u-topia è utopica nella sua tensione concettuale, ma dovrà essere necessariamente sempre più pragmatica e reale, potendo definire linee guida di nuova generazione.
La delicatezza di questi processi, come vedremo, dipende anche dalla necessità impellente di una globale revisione dei processi di valorizzazione. Risulterà quindi sempre più porosa la separazione tra cultura ed economia, tra idee e merci. Occorrerà dunque accettare il compito gravoso di una rinegoziazione delle competenze tra le discipline, le ideologie e i loro agenti sociali. Per tali ragioni va chiarito fin d’ora che la finalità di questa breve comunicazione è di aprire la black box[2] dell’educazione, con una certa accortezza e senza qui entrare nel merito dei metodi didattici o dell’organizzazione delle istituzioni scolastiche. Vi propongo quindi di intendere educazione nel suo significato più filologico, senza assimilarla alla didattica (come tecnica di insegnamento) o ricondurla in grembo alla pedagogia (come tecnica sociale). Quando parlo di civiche dell’educazione cerco infatti di descrivere una condizione di esplorazione (e apprendimento) collettiva. E questo ‘collettivo’, come vedremo, non includerà solamente noi umani.
La nostra non intende essere un’ingerenza sulle prassi della didattica ma un’apertura alle possibilità derivate dalle civiche dell’educazione.
[link a "Città (più) intelligenti... #02"]
[1]
Personalmente
ritengo che la conoscenza, oggi, stia raggiungendo quantità socialmente
desiderabili, al punto di non poter essere ancora considerata come ‘bene
scarso’. Le esternalità (di cui i fallimenti e i successi delle start up sono
il sintomo più esplicito e pubblicizzato) sono bilanciate dalla
collettivizzazione dei risultati scientifici e da una ricerca di nuovo tipo (open source, realizzata in network in
cui spesso si mescolano istituti di ricerca e hackers)
[2]
In
merito alla creazione di black box
(scatole nere, come quelle degli aerei) Bruno Latour scrive: “(si tratta) del
modo in cui l’operato della scienza e della tecnica viene reso invisibile dai
suoi stessi successi. Quando una macchina funziona in modo efficiente, quando
una questione di fatti è posta, uno si focalizza solamente sugli input e sugli
output e non sulla complessità della macchina. Così, paradossalmente, più la
scienza e la tecnica hanno successo, più divengono opache e oscure”. [Bruno
Latour (1999). Pandora's hope: essays on the reality of
science studies. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press]
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