critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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martedì 8 aprile 2014

99 URBAN ENTERPRISE ZONE, fallimenti e cambiamento




http://futuresgroup.wordpress.com/2008/10/22/foreign-policy-2008-global-cities-index/
Sono nato nel 1973. Nel corso del tempo ho maturato la consapevolezza di essere parte di una generazione nata da un decennio caratterizzato da conflitti planetari, mediatici, economici. Gli anni '70 sono stata la curva discendente delle aspirazioni degli anni '60, ma anche la conseguenza planetaria di un crollo generalizzato dell'ordine mondiale.
Il DNA della mia generazione si forma lì, nel mix tossico di aspirazioni tradite, allucinazioni di gruppo e conflitto continuo e transnazionale. E' un DNA in cui tutto è pop, postmoderno, bionico, rimescolato, transumano, inizia l'esposizione mediatica, la TV a colori, le serie televisive, la crisi energetica... da qui la nostra difficoltà di proporvi (nuovi) maestri e guide per le generazioni successive. Siamo nati nel fallimento delle prospettive di crescita continua, dei socialismi, della bontà comunitaria come derivata della ricchezza oligarchica.
Siamo nati già geneticamente falliti, e questo è il nostro punto fermo.

Nel 1975 venne conclusa la guerra con maggior esposizione mediatica planetaria che la storia ricordi. Si consumarono (oltre a tutto il resto) 165 miliardi di dollari. Probabilmente non sapremo con esattezza quale sarà invece il conto di questa crisi (iniziata nel 2006, ma le cui cause sono precedenti), eppure il suo (unico) risvolto positivo è che ha unito almeno tre generazioni di vittime-viventi (fatto ancora una volta anomalo).
La crisi in cui ci troviamo è un gigantesco purgatorio planetario volto alla consapevolezza emergente. E affondiamo amnioticamente  in un'esposizione mediatica oltremodo superiore a quella esperita fino ad ora, giornaliera, minuziosa, istantanea.

Questo miscuglio (che costituisce il nostro settimo senso, segreto, occulto) potrebbe portare a molto, a un cambiamento di cui i nostri 'padri' del '68 sarebbero felici. Molti quarantenni stanno agendo, reagendo, aggiornando il proprio firmware. Ma occorre trovare nuove radici, imparare a vedere in modo diverso il mondo. Niente new age, niente spiritualismi, è sufficiente dismettere una volta per tutte la pretesa di dividere ogni cosa in 'bianco' e 'nero', e già si sarà fatto molto. Come si riporta nei migliori post di Facebook "l'inizio del cambiamento è cambiare il punto di vista". Banale, efficace, radicalmente deprimente. Eppure è l'ostacolo più insormontabile, più fastidioso e più negato: dirsi chiaramente di aver fallito, fino in fondo, senza nessuna redenzione (se siete cattolici) e senza rivoluzioni catartiche (se siete marxisti).

Questa logica 'duale' è quella che ha intasato per anni la scienza, la filosofia, la matematica, l'urbanistica, l'architettura. E tutto per una sola ansia, ancestrale: l'identità. Identità personale, nazionale, religiosa, formale, tutte strategie utili per sottrarsi alla collaborazione e alle sue possibilità. La differenziazione (che voleva il molteplice al posto dell'1) è stata succube di questa 'ansia da identità' troppo a lungo (e per la quale l'1 pretendeva di essere altro dal 2), secondo un moto d'animo ancora acerbo, adolescenziale, costruito solo su negazioni.

Ma quando si tratta di ricostruire occorre divenire emozionalmente adulti: non basta negare, occorre proporre.

Leggendo il Manifesto sulle Smart City di Carlo Ratti (lo trovate qui), al di là delle solite cose (c'è molto da fare, si dovrebbe/potrebbe fare, la tecnologia è utile, ecc...), ho scoperto (ancora una volta) quanto la geografia inglese (proprio da quell'Inghilterra che, avendo rifiutato il Piano Marshall, lavorò alacremente per uscire da sola dal tunnel di povertà del secondo dopoguerra) sia fonte di bibliografia e studi applicati in materia di pianificazione urbana e territoriale. L'ing. Ratti cita Peter Hall (altro gigante, assieme al noto Charles Landry), geografo inglese che ha dedicato la sua attività all'indagine sul territorio e alle proposte operative per riattivarlo.

Hall propose, su tutti, il concetto di Zona di Impresa, 'l’idea, adottata a livello mondiale, secondo la quale il declino urbano può essere prevenuto demarcando le aree fatiscenti delle varie città e dando loro la possibilità di aprirsi all’iniziativa imprenditoriale. (Pubblicò poi) The Containment of Urban England (1973), un’analisi del sistema di pianificazione delle città britanniche e del Paese basata su una formidabile quantità di ricerche e di dati statistici. Il testo è incentrato sui processi di crescita urbana in Inghilterra e nel Galles a partire dalla seconda guerra mondiale e descrive il modo in cui il movimento di pianificazione urbana tentò di contenerli e guidarli. Dimostra inoltre che gli urbanisti hanno contenuto con successo la crescita delle aree urbane e hanno resistito alle megalopoli, evitando la coalescenza fisica di città e metropoli. In questo processo, però, hanno inavvertitamente incoraggiato la suburbanizzazione e una crescente separazione di casa e lavoro. Restringendo la disponibilità di terreni edificabili, hanno causato un aumento dei prezzi dei terreni e delle proprietà e una diminuzione della qualità delle case disponibili' (tratto da http://www.balzan.org/it/premiati/sir-peter-hall).

Dunque, se fossimo così colti da partire dalla realtà per ricostruire le nostre teorie di pianificazione urbana e territoriale, potremmo verificare che le dicotomie più consolidate (città/campagna, residenza/fabbrica, pubblico/privato) hanno mancato finora di capacità di lettura sul medio-lungo periodo. La conseguenza di questa incapacità strutturale (di fatto l'impossibilità scientifica e disciplinare di poter adottare una logica fuzzy in luogo di quella bianco/nero) è che non abbiamo più la capacità di trovare una strategia universale per affrontare la pianificazione. L'illusione di poter ordinare e distinguere il territorio secondo una strategia fordista è palesemente svanita. Questo è un dato positivo, almeno per il sottoscritto. Significa nuovo spazio per la sussidiarietà, non solo come azioni ma anche come paradigmi. I saperi che gravitano attorno alla pianificazione dovranno potersi collegare agilmente in funzione di un localissimo problem solving, simultaneo. Le discipline avranno bisogno di un sostegno specifico per poter essere ricodificate secondo questa necessaria efficacia.

Ecco che l'ing. Ratti sottolinea che: "(smart city) needs a new kind of university. (...). In an urban world, universities can no longer see themselves as mere ivory towers. They are our most important and well-financed social enterprises." Dovremmo tuttavia ricordarci che i saperi disciplinari (di fatto tutelati dal mondo accademico) non sono sufficienti per garantire l'efficacia della sussidiarietà sul territorio. Al più ne curano l'efficienza. Perché la sussidiarietà attecchisca (generando cittadinanza attiva grazie a progetti concreti) occorre educare cittadini consapevoli, cominciando dalle scuole primarie e medie inferiori. Lì risiede il vero patrimonio sociale, le università curerebbero ancora una volta solo il business, ma non la cultura maker!
Solo con questa miscela oculata (università+scuole primarie e medie) sarà possibile rinvigorire le dinamiche territoriali di medio-lungo periodo. E finalmente giungere al segreto del successo: "(...) a pop-up Smart City that combines the creativity and permissiveness of civic hacker culture, a new set of rules to promote creativity, and the scientific infrastructure and talent of an entrepreneurial university".

Vedete, il successo è un po' il tallone d'Achille della mia generazione. Quando ce ne saremo liberati (mentalmente, non operativamente) saremo forse più liberi di pensare, connettere e fare.
Si chiama creatività, credo....

martedì 1 aprile 2014

WE TRADERS, la sussidiarietà e nuovi spunti di transurbanità

immagine tratta da We Traders.

Abbiamo tentato di descrivere un panorama di dinamicità territoriale quando abbiamo parlato degli innovatori (non solo i makers, sia chiaro, ma quel mix di cultura di impresa e conoscenza che ribolle nella vecchia Europa e pure nella patria della manifattura mondiale di qualità, ovvero la nostra Italia).
Abbiamo dichiaratamente lanciato un warning alla società civile perché non consideri questo straordinario mix come semplice ricostituente di paradigmi sclerotici e sclerotizzanti.
Se adottassimo per un istante la metafora del giardiniere contemporaneo potremmo definire la situazione attuale come segue: esiste un paesaggio territoriale che è quanto resta dopo un lungo processo di specializzazione fordista e post-fordista del mondo; il terzo paesaggio è dunque non-agricolo-intensivo, non-industriale, non-residenziale, non-commerciale.
E' ciò che resta dopo la parcellizzazione del pianeta ad opera degli stati nazionali e delle economie (e degli ibridi nati dai rapporti incestuosi tra i due!).
Rimaniamo nella metafora. Il terzo paesaggio è dunque deserto? Se considerassimo il territorio solo in base alla sua produttività (o la sua rendita) allora commetteremmo l'errore di considerare il terzo paesaggio come inutile e dunque come un rifiuto del processo di specializzazione territoriale. Eppure lì accade qualcosa! Esistono ancora processi in corso, non certo previsti, autoctoni, con uno scopo ben preciso: ricondurre la propria ragione d'essere (e di esistere) a se stessi, senza cercare un'appartenenza (o una produttività) in un sistema di senso globale esterno.
E' un principio di esistenza non-filosofico ma fortemente biologico.
Si tratterebbe di piante pioniere, forti, determinate, libere di agire con i propri strumenti per affermare la propria esistenza.
Questa è la premessa del giardino planetario. Considerando che la superficie urbanizzata occupa il 2% della superficie del pianeta, il giardino planetario non può più essere considerato residuale.
Le città, infatti, continuano a pensarsi come un punto privilegiato da cui leggere-osservare-interpretare il resto del pianeta. In Italia questa particolare deviazione è storicamente radicata nel non aver mai superato l'organizzazione signorile del territorio (nel bene e nel male, e per diverse ragioni). Le città sono punti di osservazione in cui la civiltà si rinchiude inconsapevolmente per guardare il mondo attorno a sé.

immagine tratta dal sito di Produzioni dal Basso.
Da questo punto di vista il libro che E.J. Pilia e A. Melis stanno proponendo per Deleyva editore (Lezioni dalla Fine del Mondo) dimostra l'attualità dell'inattuale (che in questo caso è un mondo di zombie). Ma mette in chiaro come (dal punto di vista culturale) noi non siamo mai usciti dalle città e quindi (con poche eccezioni) non abbiamo ancora imparato a vedere le città dal di fuori!
Se fossimo nel paesaggio residuale ci capiterebbe di vedere le crepe nei muri, i tetti spanciati, i giardini incolti, le strade sporche e deserte.
Se fossimo nel paesaggio residuale ci sentiremmo forse piante pioniere e non residenti in attesa. Passeremmo dalla residenza alla resilienza.
Ma allora (concedetemi ancora per un attimo di rimanere in metafora) chi è il giardiniere in grado di agevolare le dinamiche orizzontali tra piante pioniere, di garantire il ribollire della bio-diversità, il consolidarsi di comunità autoctone, l'intrecciarsi di radicamenti, di gestire gli inevitabili conflitti? Questo Giardiniere (che merita la maiuscola) avrebbe due grandi obiettivi: garantire la vitalità del sistema e gestirlo con il minimo di manutenzione possibile.
Fuor di metafora (poiché noi, gli innovatori, i makers, non siamo piante, anche se siamo pionieri per necessità): quali sono i limiti dell'auto organizzazione?
Esiste un termine specifico per descrivere questo corpus teorico e progettuale: sussidiarietà.

Il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative vengono svolte dall'entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (i comuni), ma esse possono essere esercitate dai livelli amministrativi territoriali superiori (Regioni, Province, Città metropolitane, Stato) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente.

Si parla di sussidiarietà verticale quando i bisogni dei cittadini sono soddisfatti dall'azione degli enti amministrativi pubblici, e di sussidiarietà orizzontale quando tali bisogni sono soddisfatti dai cittadini stessi, magari in forma associata e\o volontaristica.

(Wikipedia)

Qui troviamo un primo problema da risolvere: come si interroga il territorio per acquisire gli effettivi bisogni dei cittadini? Se si trattasse di piante pioniere si arrangerebbero, lottando tra loro, ma noi abbiamo fortunatamente la parola e i social network. Occorrerebbe riformare il sistema di comunicazione orizzontale, rendendolo mirato alla dimensione progettuale. Il mio amico Alessio Barollo direbbe che il crowdfunding civico è un'ottima strada da percorrere in tal direzione. Ma occorrerà una dimensione metaprogettuale (specifica dei corpi intermedi, intesi come quegli agenti dell'organizzazione territoriale che si sono storicamente consolidati, ai quali viene chiesto, oggi, di evolvere anche in chiave digitale) in grado di dare durata alle azioni sussidiarie, assicurando ad esse adeguata visibilità (facendole divenire best practice) e capacità strutturante.

Il principio di sussidiarietà è stato recepito nell'ordinamento italiano con l'art. 118 della Costituzione.

Tale principio implica che:

  • le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un'entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l'entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto;
  • l'intervento dell'entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore;
  • l'intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.
  • esistono tuttavia un nucleo di funzioni inderogabili che i poteri pubblici non possono alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).
La capacità di agire per proprio conto implica non solo lo stimolo derivante da una necessità (disagio sociale o altruismo che sia), ma (soprattutto) una capacità di vedersi come promotore d'azione e di strutturare progettualmente tale azione. E queste due condizioni necessarie non sono certo frutto di improvvisazione, quanto di alfabetizzazione e istruzione. Non possiamo pretendere che il cittadino sia esperto di come modificare la città se prima non gli viene insegnato che l'urbanità è un diritto-dovere, tanto quanto era (un tempo) vivere in campagna. Non si trattava di una residenzialità passiva, ciascuno aveva il proprio compito, anche i più piccoli, poiché la lotta per la sopravvivenza era una lotta collettivizzata che traduceva immediatamente strategie in norme. Di contro l'urbanità è stata a lungo assistenziale, fondata su uno scambio astratto tra forza lavoro e sussistenza (abitazioni, cibo, divertimento per il tempo libero).
E in questa separatezza tra il cittadino e l'efficacia delle proprie azioni (poiché digitare parole su una tastiera non porta cibo quanto coltivare la terra!) si sono inseriti i poteri pubblici, che dovrebbero occuparsi di coordinamento (per il quale percepiscono adeguato emolumento pubblico). Anche per tali organi vale quanto detto in merito all'improvvisazione: amministrare la rivoluzione in atto implica necessariamente un apprendimento continuo e una propensione alla collaborazione, per tradurre immediatamente in pratica le visioni progettuali (ammesso, ovviamente, che ve ne siano...).

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:
  • in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;
  • in senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.
Questa prossimità traduce in modo più convenzionale quello che dicevamo prima: fuori dalla pretestuosa sicurezza della città si è prossimi al territorio, alle sue dinamiche più intime e attive.
Occorrerebbe dunque passare dall'urbanistica (gerarchicamente intesa come sistema di controllo normativo del territorio) ad una transurbanità, che potrebbe definire la sintesi di prossimità e strategie territoriali, superando sia i recinti funzionali che la dualità città/territorio. Nella transurbanità la progettazione è simultaneamente emergente e coordinata da un apparato-guida che dovrà rendersi il più possibile responsivo (aumentando le occasioni in cui si interroga il territorio e riducendo i tempi di reazione-risposta alle necessità). Ma occorrerà necessariamente procedere su due piani (interagenti): da un lato procedendo alla realizzazione pratica (e locale), dall'altro traducendo in prassi universali quanto appreso e sperimentato nelle realizzazioni pratiche (pulsione globalizzante buona).
Non è data maggiore efficacia nell'adozione di uno solo dei due piani. Limitare l'azione alla prassi locale significa infatti ingaggiare una competizione territoriale (che porta a spreco di risorse); adottare una visione puramente universalistica lascerebbe di contro inespressi i bisogni locali più nascosti e radicati nel territorio (con evidenti risultati di inasprimento dello scollamento tra le componenti di scale differenti e pulsioni secessioniste).

La risposta dei territori sta divenendo molto più colta e dinamica di quella che le gerarchie amministrative sono oggi in grado di proporre. Nascono giornalmente occasioni per partecipare (o diffondere) reti territorializzate che rendono reali e tangibili le dinamiche apprese e codificate nei social network. Una di esse è la rete di We-Traders - cedo crisi, offro città (che potete trovare qui). Si tratta di una rete europea che propone numerose occasioni sia di alfabetizzazione che di partecipazione a open call (che dovranno diventare la prassi più diffusa per promuovere attivamente il principio di sussidiarietà), con un focus specifico al mercato urbano. Anche l'azione europea ha recentemente spinto sui mercati urbani (forse anche in risposta a quelli finanziari), e credo che ciò rappresenti evidentemente una rivoluzione in senso stretto: la poli pre-capitalista è il (nuovo?) modello di decrescita attiva del futuro. E' una strategia che andrà verificata, poiché non è detto che le metropoli e le megalopoli possano tornare al modello di urbanità medievale senza che le inevitabili differenze di scala tra i due tipi di insediamento urbano (poli da un lato e metropoli e megalopoli dall'altro) non comportino derive corporative interne che potrebbero smembrare  le città territoriali in frammenti urbani in competizione feroce tra loro.
Ancora una volta si tratta di sostenere (al contempo) un tessuto connettivo in grado di gestire i conflitti e le interfacce tra le parti.
Occorrono giardinieri, insomma.
Procuratevi un orto, anche urbano, e cominciamo da lì....