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lunedì 9 luglio 2018

UN PARCO NEL CIELO - la High Line e le sue storie


(credits E. Lain 2013)

Questo post è il primo di una serie, tutti dedicati al come fare un parco nel cielo.
Mi riferisco al parco della High Line nella città di New York, nell'isola di Manhattan, tra il West Village e Chelsea. E' una bella storia da raccontare e credo possa interessare anche ad un pubblico più ampio dei soli addetti ai lavori. Vorrei riuscire a raccontare questa storia in modo inclusivo, così da incuriosire anche chi non si occupa direttamente di rigenerazione urbana per mestiere.

Il caso della realizzazione della High Line dimostra infatti che l'abilità degli Amici della High Line, l'organizzazione che è riuscita a realizzare il parco, è stata, anche, quella di riuscire a costruire, negli anni, una comunità variegata, composta da cittadini, comitati di quartiere, istituzioni, filantropi, lobbisti edili e personaggi pubblici.
Nessuno escluso.

La High Line è un parco pubblico, dal design molto ricercato, sia nelle soluzioni di dettaglio (pavimentazione, sedute, parapetti, illuminazione) che nel tipo di piantumazione ideata da un pioniere come Piet Oudolf (qui potete trovare alcuni schemi adottati per la High Line).
Immagino che molti dei visitatori del parco della High Line a New York abbiano dunque subìto il suo fascino, come è accaduto al sottoscritto. Dal 2013, anno in cui visitai la metropoli americana, la High Line ha catalizzato nella mia sensibilità di designer alcuni interrogativi che nel tempo si sono fatti via via più specifici, e che mi hanno spinto ad approfondire il processo che ha portato a realizzare un manufatto dal design unico.

Tutto è iniziato nel 1999, quando due giovani sconosciuti, Joshua David e Robert Hammond, non ancora trentenni, hanno immaginato di salvare un vecchio tratto ferroviario funzionante dal 1934 al 1960, definitivamente dismesso dal 1980.
Dieci anni dopo, il primo giugno del 2009, Joshua e Robert riuscivano a tagliare il nastro inaugurale del primo tratto del parco della High Line. Oggi il parco è completato, e quei primi dieci anni sono stati un percorso ad ostacoli che i due fondatori della no profit Friends of the High Line hanno superato grazie ad un prodigioso mix di umiltà, coraggio e determinazione, e un pizzico di ingenuità iniziale.

Il libro che racconta la loro storia è intitolato High Line - the Inside Story of Ney York City's Park in the Sky, del 2011, ed è stato preceduto da Reclaiming The High Line (edito nel 2002 da Design Trust For Public Space - lo potete trovare qui), quando il governo della città di NY passò dal sindaco Giuliani (che intendeva demolire la High Line) al sindaco Bloomberg, che da pragmatico uomo d'affari comprese le potenzialità del progetto e la cui amministrazione sostenne, anche economicamente, la realizzazione del parco.



(credits E. Lain 2013)


Inside Story contiene un inebriante mix di nomi, di dati, di ispirazioni, di fragilità, ma anche di esperienze vissute sulla pelle di Joshua e David che i due amici trascrivono senza pudore o arroganza, regalando momenti di grande umanità, fin dalla breve prefazione, che qui riporto in traduzione:

"Un paio di signori Nessuno che hanno deciso di affrontare una missione impossibile": ecco come un giornalista che stava scrivendo in merito all'improbabile successo della High Line una volta si riferì a noi due.
Ed è vero: quando abbiamo iniziato sapevamo davvero poco in merito a restauro, architettura, organizzazione delle comunità, orticultura, raccolta fondi, a come si lavora con la pubblica amministrazione, o a come si gestisce un parco.
La nostra mancanza di competenze è stata la chiave del successo della High Line. Ci ha forzati a chiedere aiuto ad altre persone. Sono state loro che si sono raccolte attorno a noi, che ci hanno guidato, e hanno svolto qual lavoro che noi non sapevamo come affrontare, sono loro ad aver reso possibile la High Line.
Potreste parlare con tutte le persone menzionate in questo libro, o con chiunque delle varie migliaia di vicini, volontari, sostenitori, designer, rappresentanti della pubblica amministrazione, e membri dello staff della High Line che sono stati coinvolti nel nostro lavoro, e ciascuno di loro vi racconterebbe una storia diversa da quella che abbiamo raccontato noi. Le loro versioni sarebbero altrettanto vere.
Questo libro non riesce a raccontare tutto. Molte persone che hanno giocato un ruolo critico non sono menzionate per nome, e molti altri eventi importanti non sono qui descritti.
Ma quanto camminiamo sulla High Line, tutti noi ricordiamo ciascuna storia che giace sotto ogni pezzetto del parco. Ci piace pensare che anche altre persone possano apprezzare queste storie segrete, e provare quanto la High Line sia impregnata della passione delle persone che hanno lavorato insieme per renderla ciò che è oggi". 

(Joshua David - Robert Hammond, NYC, agosto 2011)


Devo ammettere che il libro, per me, ha certamente svolto il suo compito, emozionandomi al punto di rinverdire il ricordo di quelle passeggiate di cinque anni fa, tra i binari dismessi. Tuttavia sono stati i contenuti più tecnici (le procedure, i costi, le competenze apprese, i soggetti coinvolti, le strategie di comunicazione e quelle politiche, le metodologie di costruzione di una comunità attorno al progetto) che mi hanno convinto a scrivere questa serie di post.

Vorrei infatti raccontarvi la storia della High Line come fosse un tutorial, composto dalle piccole e grandi lezioni che Joshua e Robert hanno imparato in dieci anni (di ansie, notti insonni, litigi feroci, lacrime e soddisfazioni per una vita intera). Inevitabilmente si tratterà di una sintesi da designer, ma tenterò di mantenere la freschezza e la popolarità del linguaggio di Inside Story, nel rispetto delle intenzioni dei suoi autori.

Ecco qui di seguito i post che sto scrivendo per raccontarvi nel dettaglio il processo di realizzazione del parco:

#01- due ragazzi con un logo
        [costruzione delle partnership]

#02- vista dal basso 
        [costruzione della comunità e del consenso locale]

#03- una città costruita sui sogni 
        [comunicazione e costruzione di un immaginario]

#04- i soldi contano 
        [finanziamenti, fundraising e donazioni]

#05- più di un singolo parco 
        [pianificazione, rapporti con la p.a. e procedure amministrative]

#06- amici della High Line 
        [organizzazione e gestione]

#07- qualcosa di straordinario 
        [design, costi e tecnologie]

#08- un progetto inusuale 
        [valutazione degli esiti del processo]

Potrete leggere ogni post in modo indipendente, poiché riguarderanno singoli temi di progetto, sviluppati nel corso della realizzazione del parco.
Nel prossimo post vi racconterò dunque di come due ragazzi di meno di trent'anni siano riusciti a consolidare un invidiabile gruppo di lavoro e una rete di relazioni che sono arrivate fino al senato degli Stati Uniti...

mercoledì 25 novembre 2015

UPCYCLING #03 - politiche e sostenibilità


A ridosso del festival 'New Generations' che si terrà a Genova a partire da domani, 26 novembre, ho deciso di condividere qui un paio di slide che ho preparato per la tavola rotonda su Upcycling Metabolism. A quanto pare non ci sarà tempo per mostrarle, ma mi sembrano ancora valide, per cui le posto qui.
In esse faccio riferimento alla questione delle politics come ad un anello ancora mancante (soprattutto in Italia), capace di articolare una maggiore sinergia (ovviamente auspicabile) tra upcycling e sostenibilità



E' indubbio che oggi ci troviamo di fronte ad un ritorno dei temi cari al Metabolismo nipponico (e non solo) degli anni '60-'70. Mi sono chiesto pertanto in cosa, il nuovo metabolismo, possa essere diverso. La ricerca di un nuovo metabolismo impone, a mio avviso, almeno tre livelli di comprensione e analisi:
1-    Comprensione delle ontologie
2-    Comprensione delle trasformazioni
3-    Comprensione delle sinergie e connessioni

I rapporti tra ambiente, città e architettura non possono essere racchiusi in letture di carattere universale. La loro durata, la loro dinamica, la loro mutazione li pongono in modo sempre nuovo. Non esistono dunque fatti urbani conclusi così come non esistono fatti scientifici completamente universali. La stessa oggettività della scienza è falsificata dalle precondizioni al contorno che il laboratorio impone (e che riducono la complessità del reale), e dovremmo prima o poi ammettere che la nostra conoscenza del mondo si stia spostando sempre più verso l’esplorazione e l’incertezza: dopo il summit di Kyoto del 1997 è stato chiaro che la politica e la scienza non potevano continuare ad ignorarsi e che non avevano nessuna certezza in merito al futuro del pianeta.

Nel campo specifico della ricerca architettonica e urbanistica più avanzata, nel corso degli ultimi anni sono emersi due paradigmi solo apparentemente complementari e che hanno le proprie radici proprio negli anni '70, momento in cui il mondo era perennemente sull'orlo del collasso (come ora, per molti versi).
Mi riferisco da un lato all’ambito della sostenibilità e dall’altro a quello dell’upcycling. Vengono comunemente affiancati in quanto rappresentano, entrambi, delle alternative al paradigma di accumulo che da almeno 150 anni lega indissolubilmente la trasformazione urbana al capitale tramite la produzione (monoculturale) di nuovo valore fondiario

Rileggendo ontologicamente la sostenibilità a partire dalle posizioni dell'upcycling, mi è parso di rilevare che essa (già limitata dalla suddivisione in sostenibilità dell'edificio e sostenibilità urbana) sia molto più attiva ed efficace a scala architettonica e tecnica, ma presenti invece strategie deboli nei confronti delle politiche. Per questo ipotizzo qui che sostenibilità e upcycling siano diversi, e da questa diversità provenga sia la divergenza dei loro obiettivi che l’impasse in cui spesso finiscono i tentativi di rigenerazione.
Una volta chiarite le diversità e le opportune convergenze, sostenibilità e upcycling potranno realmente cooperare per l’innovazione dei sistemi urbani, a patto che esse possano operare in un nuovo contesto collettivo e connettivo. Non mi dilungherò su questo contesto (che di fatto è una meta-teoria), essendo ampiamente descritto dai suoi studiosi (Latour, Callon e Law). 



La sostenibilità urbana è mirata alla realizzazione di un sistema locale sostanzialmente adiabatico, per il quale sia le emissioni che le immissioni possano tendere a zero. Nel paradigma della sostenibilità (che molto deve alla filosofia della decrescita di Latouche) la progettualità è limitata alla dimensione: si potrà intervenire alla dimensione architettonica (ad esempio coi parametri NZEB), oppure sulla dimensione urbana (riducendo il traffico, le superfici impermeabili o il consumo di energia elettrica per l’illuminazione pubblica). La sostenibilità mira così alla riduzione dell’impronta ecologica, immaginando il mondo (e le sue risorse naturali) un bene finito di cui ridurre il più possibile il consumo. Secondo il plot de La tragedia dei beni collettivi [Hardin, 1968] l’ontologia della sostenibilità non si assume alcuna responsabilità progettuale nei confronti del pianeta: se Malmo consumerà meno energia e produrrà meno CO2 nell’atmosfera ciò non porterà Pechino ad essere più morigerata nei confronti del climate change.
La sostenibilità è quindi una straordinaria bandiera bianca per ogni attivista: è una resa politica, la rinuncia ad immaginare il mondo in altro modo poiché la sua finalità è il compromesso. La sua è una asimmetria palese,  una filosofia per le località e comunità nord-europee, che godono di alti redditi, ottimo welfare e densità abitative limitate. La sostenibilità non potrà quindi esserci di aiuto dal punto di vista dell’intero metabolismo urbano e planetario, anche se potrà senz’altro essere importante per il suo ruolo di interaccia morigerata con i sistemi naturali. Potremmo definirla condizione necessaria ma non sufficiente.

L’upcycling, fin dalle sue origini semantiche nei primi anni ’70 (e dunque concettualmente già geneticamente obliterato dalla crisi petrolifera ed energetica) deve al testo di Charles Jencks (Adhocism) la sua impostazione radicalmente anti-ideologica. Questo implicito pragmatismo rende l’upcycling molto meno radicale e molto più reattivo e scalabile. Per l’upcycling il primo passo è il cambio di punto di vista sulle cose, in una sorta di calcolata deriva dadaista: i contesti spesso rinchiudono le potenzialità latenti degli oggetti, occorrerà prima di tutto liberarli dalle pastoie di vecchie abitudini e paradigmi. Ecco che, hackerando gli oggetti scartati dai processi precostituiti, sarà possibile accorciare le filiere, allungare le durate e scoprire il profondo legame tra soggetti e oggetti. Non è tutto questo, in sé, condizione sufficiente, premessa basica per ogni ulteriore intenzione di sostenibilità?

Dal punto di vista ontologico l’upcycling non riguarda direttamente la produzione, non si occupa della riproduzione né della rappresentazione, non si preoccupa di migliorare i vecchi processi in nome di una rinnovata ideologia ecologista: l’upcycling è la possibilità di immaginare nuovo futuro, per oggetti e soggetti. L’upcycling è dunque trasversale alle scale del progetto, predispone continuamente ecosistemi potenziali (poiché riconosce che oggetti e soggetti sono interconnessi oltre il semplice rapporto funzionale), genera prototipi ed errori, sperimentando, ogni volta, nuovi mondi possibili. L’upcycling è quindi al contempo olistico e particolare, incomprensibile senza i suoi specifici contesti.