critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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mercoledì 25 febbraio 2015
LEARNING FROM LEFEBVRE, ripensare la forma urbana
L'architettura è una disciplina sopravvissuta per migliaia di anni, l'urbanistica è relativamente molto più recente. Mi ricorderò a lungo di quello che considero l'ultimo 'testamento spirituale e disciplinare' di Bernardo Secchi, ovvero
"l'urbanistica ha forti, precise responsabilità nell'aggravarsi delle disuguaglianze. Siamo di fronte auna nuova questione urbana che è causa non secondaria della crisi che oggi attraversano le principali economie del pianeta" (Secchi, 2013).
Le forme che la città ha avuto nel tempo sono state sempre il risultato di dinamiche complesse, spesso debitrici di organizzazione sociale, organizzazione del lavoro, applicazione di tecnologie.
Spesso accade che si preferisca riconoscere specifiche forme di organizzazione urbana (principalmente nell'ambito dell'uso e della proprietà dei suoli) piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche interne. Nessuno ha coscientemente imposto questa dualità, probabilmente è stata una conseguenza dei flosofemi greco-classici (che hanno preferito in certa misura la separatezza tra forma e contenuto), ma anche di una generale difficoltà occidentale di fronte al pensiero dell'unità.
Eppure la città (per quanto complessa) è ancora un concetto unitario, indipendentemente dalla sua reale estensione territoriale, o morfologia insediativa o differenze funzionali interne: la pensiamo come unità. E spesso facciamo di questa unità un uso fuorviante, non riconoscendo la sua funzionalità e sussidiarietà per le analisi urbane. In altre parole pensare la città come unità permette di semplificare alcune prassi operative.
Questa sintesi (che non è solo morfologica, ma anche sociologica) è uno dei principali problemi da affrontare (e non solo dal punto di vista disciplinare): a chi spetta?
Un riedito Diritto alla città di H. Lefebvre affida questa sintesi ai soli cittadini, dubitando di ogni lettura legata a semiologie e a estetiche, poiché "spesso capita che uomini di talento credano di progredire nella conoscenza e nell'esperienza mentre in realtà restano confinati all'interno di un sistema di grafismi, di proiezioni sulla carta, di visualizzazioni".
Ecco che, per un rinnovato sguardo sulla città, Lefebvre raccoglie alcune indicazioni critiche e operative. Eccone qui alcune:
1- "Il sistema è di moda, tanto nel pensiero quanto nelle terminologie e nel linguaggio. Ma ogni sistema tende a bloccare la riflessione, a chiudere l'orizzonte. (...) A una riflessione che tende al formalismo, si oppone un pensiero che tende all'apertura."
2- "La città e la realtà urbana dipendono dal valore d'uso. Il valore di scambio e la generalizzazione della merce prodotta dall'industrializzazione tendono a distruggere, subordinandole a sé, la città e la realtà urbana (...)"
3- "Nella teoria, il concetto di città (di realtà urbana) si compone di fatti, di valori e immagini mutuate dalla città antica (preindustriale, precapitalista) ma in corso di trasformazione e rielaborazione. Nella pratica, il nucleo urbano (parte fondamentale dell'immagine e del concetto di città) scricchiola ma resiste (...)"
4- "Con la 'periferizzazione' inizia un processo di decentramento della città. Allontanato dalla città, il proletariato finirà col perdere il SENSO DELL'OPERA. Allontanato dai luoghi della produzione e costretto a muoversi dal luogo di residenza per raggiungere i centri produttivi sparsi sul territorio, il proletariato lascerà assopire nella propria coscienza la CAPACITA' CREATIVA. La coscienza urbana scompare."
5- "Per la ragione dialettica, i contenuti trascendono la forma e la forma dà accesso ai contenuti. Così la forma conduce ad una doppia esistenza: E' e NON E'; è reale solo nei contenuti e tuttavia se ne libera. Ha un'esistenza mentale e un'esistenza sociale. (...) Socialmente, la forma regola innumerevoli situazioni e attività, conferendo loro una struttura, sostenendole e persino valorizzandole, in quanto implica una valutazione e produce un 'consenso'. (...) La forma (soprattutto quella urbana) permette dunque di mostrare un contenuto, o meglio, i contenuti".
Se la città che conosciamo (e a noi simultanea) è il risultato dell'interazione (mai armonica, sempre conflittuale) tra layer che divengono simultanei grazie al grande device urbano, allora un solo mutamento sistemico (come ad esempio l'introduzione di nuovi sistemi di mobilità driverless) è in grado di attivare nuove configurazioni morfologiche. Perché la città sta divenendo molto più reattiva di quanto noi possiamo immaginarla o descriverla.
Probabilmente il momento della lettura e quello del progetto dovranno instaurare rapporti sempre più stretti e interdipendenti (come già accade nelle prassi di ricerca azione partecipata), così come si richiede sempre più urgentemente lo sforzo immaginativo da parte dei creativi urbani, per proporre visioni in grado di generare un futuro urbano.
"Che l'immaginazione si manifesti; non la fantasia che alimenta la fuga e l'evasione, che veicola le ideologie, ma quella che si impegna nell'appropriazione (del tempo, dello spazio, della vita fisiologica, del desiderio). (...) Ogni audacia è concessa. Perché limitare le proposte alla sola morfologia dello spazio e del tempo? Non è escluso che alcune di esse riguardino lo stile di vita, il modo di vivere la città, lo sviluppo dell'urbano in relazione a tali dimensioni." (H.L., 1970)
venerdì 30 gennaio 2015
INTERRITORIAL WARS, quando l'urbanistica è un deterrente bellico
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| infografica da Graphic News. |
Credo sia chiaro a molti come ciò che ci ostiniamo a chiamare genericamente 'città' sia divenuto (dal secondo dopoguerra ad oggi) anche un sintomatico teatro di strategie di guerriglia urbana.
Impossibile qui elencarle tutte, ma quanto emerge dal dato storico è che occorrerà presto aggiornare il panorama di strategie belliche (che da Clausewitz al terrorismo globale, passando per l'evoluzione delle armi intercontinentali e le cyberguerre, ha mostrato come la tecnologia si evolva storicamente a partire dall'innovazione nei deterrenti bellici). La guerra, in occidente, è da tempo entrata in città.
Già il lungimirante saggio "Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione" di Qiao Liang e Wang Xiangsui (2001) anticipava il crollo di ogni possibile distinzione spaziale (e nelle prassi) tra momenti di guerra e momenti di pace.
Tuttavia, 15 anni fa, le discipline non erano ancora state coinvolte in questa liquida situazione di conflitto perenne.
In altre parole oggi sembra essere impossibile non solo distinguere i luoghi del conflitto bellico, ma anche quando il 'conflitto' sia a tutti gli effetti 'bellico'.
Quello che mi preme di sottolineare, qui, non è la (sciagurata) banalità dell'affermazione 'la globalizzazione è un conflitto perenne, sociale, economico, tecnologico e politico', quanto il fatto che il conflitto comincia ad utilizzare prassi disciplinari (mutuate anche da arte, architettura e urbanistica) come deterrenti politici e bellici 'preventivi'. Se questo è vero, allora vale la pena di chiedersi (come architetti e urbanisti, in primis) se e come sia possibile accettare questa ulteriore sudditanza delle nostre discipline. Era già evidente come esse fossero (forse da sempre) debitrici al capitalismo urbano (economico, culturale e politico) e al suo essere motore primo delle grandi trasformazioni (di sviluppo o gentrificazione), tuttavia il fatto che esse siano divenute esplicitamente strumenti di offesa nelle politiche territoriali internazionali ci dovrebbe spingere a riflessioni (appunto) politiche prima ancora che estetiche.
Oggi l'Huffington Post ha pubblicato un articolo in merito al lancio di un nuovo appalto per la costruzione di 450 nuove abitazioni nelle colonie in Cisgiordania (trovate l'articolo qui).
"Gli appalti riguardano gli insediamenti cisgiordani di Kiryat Araba (102 alloggi), Adam (114), Elkana (156), Alfei Menashe (78). Includono anche Maaleh Adumim ed Emmanuel, dove saranno costruiti un albergo e uffici vari. Separatamente, aggiunge Peace Now, nel rione ebraico di Ghilo (Gerusalemme est) sono inoltre in fase iniziale di progettazione altri 93 alloggi."Nelle vicinanze (tra la Giordania e il Kwait), qualche giorno prima, era apparsa la notizia di un progetto di un nuovo muro di confine (l'ennesimo, dopo il crollo del Muro di Berlino quasi 30 anni fa) tra Arabia Saudita e Iraq. Si tratterebbe di una misura cautelativa nei confronti del sanguinario vicino ISIS, di lunghezza pari a circa 600 miglia (se volete approfondire ecco qui il link).
Queste due notizie (riportate anche nelle timeline di chi, come il sottoscritto, legge solitamente notizie di architettura e urbanistica, non certo di politica o conflitti bellici) sono la minima parte di un insieme di azioni urbano-belliche che caratterizzano da lunghissimo tempo le strategie politiche negli equilibri mondiali. Perché mi preme sottolineare, quindi, la questione come novità?
Primo punto: architettura e urbanistica dovrebbero smettere di considerare l'utopia (o il bello) come fine reale dei propri ambiti disciplinari. Questa finzione poteva valere in ambito accademico, quando le università rappresentavano ancora un baluardo contro una paventata barbarie civile e culturale, ma la cruda realtà (che il compianto Lebbeus Woods aveva bene inteso) è che l'urbanità sarà sempre il luogo in cui lo scontro bellico mostrerà la sua spaventosa potenza ed efficacia culturale. Architettura e urbanistica dovrebbero smettere di ignorare disciplinarmente il nervo scoperto delle asimmetrie globali di cui sono (non unico, per carità) strumento.
Secondo punto: se il conflitto è il lascito della modernità, allora la condivisione (e la collaborazione) dovranno essere lo spunto per il post. Anche qui architettura e urbanistica potranno trovare la loro nuova prospettiva, rielaborando (come discipline) la progettazione come strumento di evoluzione territoriale condivisa. Uso 'progettazione' intendendo la capacità di sviluppare nuovi processi, inclusa l'attività di visioning (che ritengo il vero ineguagliabile core di architettura e urbanistica, la loro dote non trasmissibile).
Terzo punto: architettura e urbanistica, grazie alla loro capacità di vedere opportunità laddove in molti vedono solo degrado e abbandono, sono gli unici strumenti (se portati ad una versione 3.0, come in molti ci aspettiamo) in grado di aiutare i cittadini a non subire l'urbanità a venire.
Quarto (e ultimo) punto: parlando di crowdfunding coll'amico e collega Alessio Barollo abbiamo condiviso una riflessione sul sostrato tecnologico che permea le nostre vite. Internet (per dirla con Castells) è una sociotecnologia, e nulla vieta che anche architettura e urbanistica possano (definitivamente) esserlo.
mercoledì 5 marzo 2014
I LIMITI DELL'INNOVAZIONE
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| immagine tratta da http://catallassi.wordpress.com/tag/complessita/ |
La mente gioca strani scherzi, a volte. Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2014 io e l'amico Alessio Barollo discutevamo nella mia cucina, troppo stanchi per dormire e colmi di adrenalina per la prima edizione del Festival per l'Innovazione (FIRST), a cui avevamo lavorato a lungo (e che era ancora in corso).
Non aiutava certo l'eco delle parole di Giuseppe Longhi, sentito la mattina e col quale avevamo pranzato poche ore prima: l'ecosistema dell'innovazione non può crescere in un paese in cui le rendite di posizione sono prevalenti e determinano sia le politiche che le strategie industriali.
La bottiglia semivuota sul tavolo bianco liberava le menti, ma imbastardiva le lingue. Ci ritrovammo così su due posizioni diverse, similmente opposte.
Alessio, con un paradigma cibernetico di straordinaria positività, sosteneva (se non ricordo male) che la connettività avrebbe garantito non solo la ridistribuzione di valori (culturali ed economici), ma pure l'emergere di raddensamenti in grado di forzare al cambio di paradigma. Io, appesantito da anni di metafisiche e gerarchie storicistiche, ribadivo che il sistema-mondo non avrebbe potuto evolvere senza cedere alla rappresentanza (anche politica, e dunque gerarchica) il suo proprio ruolo di promotore e guida nella normalizzazione del sistema stesso.
Verso le due decidemmo che avevamo sprecato troppe parole, e ci salutammo.
Il Festival poi finì, e rimanemmo vagamente perplessi di fronte a quello che Alessio chiamò poi 'effetto LIKE': in molti si erano infatti prenotati per gli eventi del FIRST, ma più del 60% degli iscritti rimasero poi a casa propria, lasciando che le proposte culturali scivolassero indenni negli archivi e nei social network, pronti ad altri LIKE. Dal solo punto di vista quantitativo il FIRST funzionava on-line, mentre soffriva per partecipazione off-line. C'era qualcosa che non avevamo capito prima: le dinamiche dei sistemi (web e offline) sono differenti, non sono certo una la rappresentazione dell'altra. Ma come procedere quindi per l'edizione 2015? Su quali principi previsionali basare i nostri progetti futuri?
Mi venne in mente così, con un senso di vertigine, di quelle che ti spingono a cercare riparo dagli sguardi per collassare in silenzio, il limite del caos. Quel sottile diaframma che fa combaciare la confusione con un ordine estremamente complesso è di fatto l'ultima rappresentazione possibile. Ma è pure l'ultima rappresentazione del possibile, ovvero il limite estremo della previsione e del progetto, prima che l'intuizione collassi in un universo caotico di segni non più significativi. Il limite del caos è la punta estrema della temporalità umana, e forse non appartiene già più all'uomo. Perché nel limite del caos la potenza di calcolo necessaria è tale che solo i sistemi automatici sono in grado di rappresentare la dinamica del sistema: non esiste un prima o un dopo, non esistono stati di equilibrio, ma solo un flusso continuo di cambiamenti.
Il sabato mi ritrovai a dire ad Alessio che all'aumentare della connettività del sistema (e dunque della sua sensibilità al cambiamento) il ricircolo dei feedback avrebbe aperto la strada all'imprevedibile (oltre che all'imprevisto). Anche l'ordine rientrava in questa imprevedibilità (come caso particolare), al punto che (come dimostrano gli studi con gli automi cellulari) variabili infinitesimali potevano guadagnare pesi determinanti nel far evolvere il sistema dinamico in una direzione o in un'altra.
Certamente la connettività permette di opporre alla fissità del sistema delle rendite una capacità di aggregazione di significati e valori estremamente più interessante, ma questo non è sufficiente per passare dalla rappresentazione/lettura del sistema all'azione sul sistema (e sul paradigma).
Manuel Castells scrisse che: le nuove tecnologie dell'informazione della nostra epoca (...) hanno dato origine ad un nuovo paradigma tecnologico sulla base di tre importanti caratteristiche distintive:
- la loro capacità autoespansiva di elaborazione, nei termini di volume, complessità e velocità
- la loro capacità ricombinante
- la loro flessibilità distributiva
Nella mia mente si è così fissata l'idea che il paradigma di cui parla Castells sia la trasposizione di un in vitro (come era quello degli automi cellulari) nella realtà. Noi tutti (più o meno connessi, spesso in modo passivo) ci ritroveremmo così ad essere cellule di un sistema sempre più dinamicamente turbolento. La rassomiglianza è pure algoritmica: anche per gli automi cellulari valgono le semplici regole di vivere, mangiare e riprodursi, e su queste semplici premesse (ma in un elevato numero di interazioni) essi costruiscono (a volte) un ordine stabile.
Volete sapere qual è il primo nemico di una cellula di un automa cellulare? L'altra cellula. Perché entrambe agiscono in un ecosistema limitato, in cui lo spazio rappresenta la principale conquista e il primo alimento per crescere.
E così, di metafora in metafora, mi ritrovo a pensare alla situazione paradossale in cui ci troviamo: da un lato le rendite di posizione sono asimmetriche, ma garantiscono in un certo senso la tenuta dell'ecosistema, impedendo, con i loro monopoli, la proliferazione (incontrollata?) di innumerevoli cellule antagoniste; dall'altro lato senza differenze di potenziale (come la creatività e l'innovazione) le stesse rendite di posizione stanno comprendendo che la loro stessa esistenza ne verrebbe compromessa.
Ed ecco il quid ultimo della questione: le rendite di posizione sono utili per la loro capacità di mantenere intatta nel tempo la struttura del reale, ma solo in una quantità necessaria a questo fine specifico. La stessa cosa si può dire delle cellule (dinamiche, aggreganti e ricombinanti) che alimentano l'ecosistema dell'innovazione: esiste anche per esse un limite quantitativo.
Sono i due numeri di Reynolds del nostro attuale sistema globale, quelli che sanciscono il passaggio da un moto stratificato e gerarchizzato ad uno di tipo turbolento e imprevedibile. Se (per fare un esempio concreto) si superassero un numero x di acceleratori di impresa, probabilmente si innescherebbe tra loro una necessaria rivalità, che limiterebbe la loro stessa efficacia. Anche per innovatori e startupper si potrebbe dire lo stesso! Ecco che prima o poi sarebbe necessaria una stabilità lavorativa per togliere dall'arena molta parte di ex-innovatori, ormai stabilizzati e in grado di contribuire (nonostante eventuali differenze ideologiche) alla stabilità gerarchica dei bordi dell'arena stessa.
(Oppure una guerra, di vario tipo e genere. O una migrazione planetaria. O....)
E' un bel limite, non vi pare?
Io e Alessio avremmo dovuto finire quella bottiglia.
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