critics+practices in contemporary architecture and spatial planning - critica, teoria e prassi in architettura e pianificazione urbana
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lunedì 14 settembre 2015

COLLETTIVO #03 - civiche dell'educazione, beni comuni, open data, classe creativa

Continuo ad annotare in questi post alcuni materiali per 'Città (più) intelligenti e Cittadinanza attiva - cambiare il modo di cambiare", un mio piccolo contributo al 1° Meeting Didattica Amica a Padova.
Come sottolineavo negli altri post, questo è un lavoro in fase d'opera, per cui siate cortesemente pazienti.

Nel post Collettivo#02 ho incluso urbanità, funzioni, reti e norme; si tratta di un collettivo fragile, a cui competeva la convocazione, all'interno di piani e norme, di fatti sociali, cittadini, politiche, economie e nature. Ma questo Collettivo ha bisogno di un ulteriore compendio civico, che qui di seguito cercheremo di descrivere.

diagramma di Patrick Geddes.

Ecco, procedendo volutamente a ritroso (dunque partendo dall'architettura come fatto, appartenente al Collettivo#01) siamo così giunti al core dell'urbanità, così come ce l'aveva descritta Lefebvre. Il nostro è stato un percorso che ha cercato di aprire la scatola nera del fatto urbano (così l'ha chiamato, con pretestuoso realismo, un corposo corpo sociale di critici-accademici-storici italiani), inteso come manufatto spazio-temporale positivo. Abbiamo cercato di trascinare l'architettura fuori dal suo confortevole sistema di valori storico-morfologici consolidati da 50 anni di tradizione critica d'architettura. All'architettura razionale competevano solo alcune semantiche e alcune forme, che limitavano la capacità mediale dell'architettura stessa come materia civica.
Ci siamo accorti che l'architettura poteva quindi dire molto di più, se avesse avuto parola, al pari degli altri fatti scientifici. Poteva anche usare grammatiche e sintassi sbagliate, incomplete o eccessive, come accade a tutti gli attori che sono corpo senza mente, o mente senza corpo, o intelletto senza istinto, o burocrati senza creatività, o lingue senza orecchie...
E il nostro percorso ci ha condotti molto più in là dell'ontologia dell'architettura. Siamo arrivati a ritrovare nelle civiche il contesto dimenticato dalle critiche e dai linguaggi moderni, siamo arrivati a riscoprire il ruolo educativo della città e dei suoi fatti urbani. Intendiamo qui educazione nel suo senso più maieutico: la città attiva e potenzia soprattutto qualità inespresse del cittadino, il suo saper, saper fare e saper essere. Solo riuscendo a delineare fino in fondo questo network tra cittadini e città, superando le staticità dell'intelligere, l'alfabetizzazione degli spazi e tutti gli altri meccanismi di chiusura delle "scatole nere". Dobbiamo capire, superando la staticità di ogni autoreferenzialità critica.

COLLETTIVO#03
Da architetto e pianificatore, subisco una certa confusione ontologica di fronte alla realtà. Essendo (etimologicamente) l'archi-tettura legata a doppio filo con l'origine, non si è mai riusciti a capire se essa (l'architettura) la crei oppure la legga/interpreti. Questa confusione deriva, probabilmente, più da una mancanza che da arroganza culturale: ci è venuto a mancare (dal postmoderno in poi) la terra sotto i piedi, al punto che abbiamo trasformato l'estetica in realtà, il linguaggio in pensiero e la tecnica in (una) metafisica del progresso.

Subiamo dunque, per lo meno nel nostro comune senso estetico, gli stilemi (e i paradigmi) romantici e illuministici, al contempo. Come ciò sia possibile ho cercato di delinearlo nel post precedenti, rubando a piene mani da Latour l'analisi impietosa del nostro tempo e dei suoi conflitti antropologici, culturali e sociali. Quanto mi preme sottolineare, qui, è che, se analizziamo senza vezzi e paraocchi idealtipici le contraddizioni delle politiche, delle discipline e delle estetiche, troveremo senza eccessiva difficoltà innumerevoli analogie e sintomi del divide, impera et oblìa a cui ci hanno predisposti.
La stessa "caccia al colpevole" (tradimento spesso operato dalla critica a mistificazione dell'utilità progettuale dell'indagine) è un utile stratagemma di distrazione (anche di certa intellighenzia, forse smarrita nei ricorsi delle proprie discipline), ma senza un deus ex machina. E' il paradigma moderno stesso che produce indagini poliziesche piuttosto che filosofiche, è da ricondurre alla nostra incrollabile fede nel genio  (e nel capitano d'industria, oppure nel leader politico, o nel tecnico di paese) come massimi esponenti di una cultura unitaria (che in realtà unitaria non è), le ragioni per cui costruiamo artificiosamente anche un capro espiatorio dei processi. In altre parole, se c'è un leader illuminato che fa progredire un Paese, dovrà pure esisterne l'antitesi, ovvero un diavolo che distrae, creando false notizie, false piste, falso progresso. Il capro espiatorio (parafulmine delle politiche) e il genio (finto eroe delle nature) garantiscono, ciascuno per propria competenza, la verità dell'ignoranza e la bontà dell'immobilismo degli umani mediocri, ovvero di coloro che (si) occupano la posizione intermedia. Non solo capro espiatorio e genio non possono essere garanti dei processi, ma impediscono (involontariamente) l'inclusione (e gli appelli) del collettivo stesso.

Come faremo a riordinare questo groviglio senza trasformarci, ogni volta, in poliziotti epistemologici, pronti a garantire le gerarchie a scapito dell'inclusione? Come faremo a smettere di distrarre noi stessi dalla presa di coscienza del fatto che i paradigmi di derivazione moderna sono ormai quasi del tutto sgretolati? Dalla produzione e accumulo capitale, alle previsioni economiche e finanziarie, alla gestione delle politiche e degli stati, alla costituzione di federazioni internazionali, fino ai processi educativi: le nostre tradizionali certezze si stanno sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma occorre fare attenzione, perché non si tratta di una deflagrazione di valori o di fatti, quanto di un loro moltiplicarsi, esponenziale. Se ascoltiamo Foucault, allora quella che noi credevamo essere comprensione del mondo era in realtà la messa in disciplina del molteplice e delle sue differenze. Pensavamo che mettere in ordine significasse capire, mentre in realtà stavamo costruendo un bordo pericolosissimo, un confine cintato, che escludeva i processi (e i cambiamenti) impedendo loro di poter fare appello. Abbiamo così trasformato i nostri interni (i contenuti delle discipline, gli Stati, le Città, le Case e le Scuole) in fortezze per l'intelligenza. E queste fortezze si sono trasformate in prigioni, incapaci di pensare al cambiamento per paura di un'implosione delle proprie ontologie. Non è forse questo l'impensabile? Trovarsi di fronte ad un confine che non separa solamente territori, ma anche principi, valori, lettura dei fatti. Pensavamo che questi bordi proteggessero le identità (unica parola plurale che il moderno accetta, a quanto pare, visto che, di fatto, significa differenza). Le differenze (anche tra ontologie) al di qua e al di là dei bordi sono l'ultima e più esplicita rappresentazione delle strategie moderne di pensare e dominare il mondo. Al di là dei moti d'animo, delle ideologie religiose o laiche, siamo davvero convinti di riuscire a pensare un'identità differenziale, per cui due umani (morfologicamente identici da un lato e dall'altro del bordo) possano ragionevolmente avere istinti differenti?
L'illuminismo ci ha accecato, quindi. "Il Logos, infatti, non parla mai a voce chiara: cerca le parole, esita, balbetta, si corregge." [Latour]. Abbiamo preteso di svuotare il demos dalle sue emozioni, dai suoi tentativi, dai suoi gruppi informali, spesso delegando alla norma di fare pulizia espellendo l'illegale (illeggibile) dal demos stesso. E il vuoto, poi ha avuto bisogno (come sempre) di tecnica e scienza...
Solitamente infatti, in questi casi, ci si rivolge ai saggi, ai tecnici, agli anziani del villaggio: i primi mediano tra le generazioni, i secondi (in caso di necessità) adducono le ragioni incommensurabili della scienza, i terzi servono come memoria esperienziale e archetipica. Tutti loro riempiono il demos di cristalli, fatti per intasare i processi, generare muri in quelle che stavano diventando praterie, costruire burocrazie senza funzione...
Eppure questo meccanismo di continua espulsione pneumatica si è interrotto, ossidato. Da tempo sta emergendo un'antropologia (per lo meno nelle semantiche della crisi) della stessa modernità. Siamo oggetto di studio di noi stessi, ma non ne abbiamo ancora piena coscienza.

Questa situazione di stallo apre finalmente un varco. Soprattutto nelle discipline, la cui efficienza sta mostrando una profonda lacuna, che ho accennato più sopra: esse non sono in grado di accogliere l'appello degli esclusi dal moderno, non ancora, per lo meno. E non lo saranno se non si riformeranno in chiave extra-disciplinare, divenendo finalmente appassionate esploratrici del possibile, affiancando (senza ulteriore indugio) i pensatori eclettici e i civic hackers.
Si tratta, in estrema sintesi, di soggetti che hanno intrapreso la strada verso una riunificazione della teoria e della prassi, anzi, adesso possiamo dire dellE teoriE e dellE prassi!

Credo che, in termini di capacità predittiva, esca depotenziata da questa crisi (così lunga e profonda) la fisica sociale, sulla quale i produttori di smart tech basano la credibilità del proprio set di performance (predittività, decision making, gestione di risorse scarse, ecc...). Come sostiene Alex Pentland (professore al MIT, direttore del laboratorio Connection science e del MIT Media Lab) "se potessimo avere una visione onnipotente, cioè a 360°, potremmo arrivare a comprendere appieno tutti i meccanismi sociali e intervenire per risolverne i problemi" (corsivo mio). La fisica sociale ha tentato di dare forma alla società civile in termini di macchina produttiva, considerando l'umanità e la natura come caos da ordinare, per il bene stesso dell'umanità.

Non entrerò nel merito della valutazione filosofica della questione. Dal testo Il piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società (pubblicato da Comte nel 1822), sono passati quasi duecento anni, eppure abbiamo visto che alcuni propongono ancora una ricetta positivista per la cura della società. Nulla di errato in questo, tuttavia, se i laboratori e le discipline hanno effettivamente la responsabilità di tenere separate le nature dalle culture (e dunque dai fatti sociali e dalle politiche), in nome di una egemonia del soggetto-despota, allora dovremo dubitare anche di una certa semantica dell'innovazione, coi suoi eroi romantici (o sapienti illuminati) che salverebbero la società grazie a coraggio, spirito imprenditoriale, capacità di visione, ecc... Come dicevo: è difficile abbandonare la lettura eroica e geniale di matrice romantica che permea tutta la nostra lettura dei futuri possibili. Quella stessa lettura che rinuncia al collettivo dell'educazione per accettare di sottomettere l'idea stessa di capitale umano agli ingranaggi disciplinari illuministi (per i quali il compito indiscusso della scuola è ancora di formare lavoratori, travestiti da cittadini).



A questo punto vorremmo fare sintesi e chiarezza. Il vero errore, oggi, consisterebbe nel rinunciare al cambiamento per sostenere la sopravvivenza di pratiche e paradigmi socio-culturali. Ci pensiamo come parte agente di questi paradigmi, ma in modo subordinato. Paura che la società crolli? Paura che l'estraneo invada i nostri confini? Paura che l'economia crolli? Paura delle bolle finanziarie? Diciamocelo: sì, abbiamo paura. Siamo così abituati a pensarci come elemento subordinato di una grande metafisica moderna (che mescola scienza, progresso, benessere, verità e cultura identitaria) da accettare di immolare le nostre esistenze in nome della sua sopravvivenza.

Bene, sappiate che le metafisiche nascono e muoiono ogni giorno, senza che voi possiate in alcun modo farci nulla. Quello che possiamo fare, invece, è ricostruire il collettivo delle civiche, il Collettivo#03, che sappia accogliere (anche) gli appelli dell'innovazione (quella vera, emanazione fragilissima dei teneri virgulti di cittadinanza attiva che spuntano sempre più frequenti).
Patrick Geddes (grande maestro del imparare facendo, frase sua) indagò a lungo il pensiero utopico per le città del primo dopo guerra (morì nel 1932), mostrando come educazione, sociologia, geografia e urbanità fossero attori di uno stesso scenario, teso alla formalizzazione continua del delicato rapporto tra rappresentazione e progetto del reale. Le civiche di Geddes sono collettive, sia dal punto di vista disciplinare che di apertura dei processi e della quantità di attori (si veda qui un interessante articolo di Francesco Careri che ne parla ampiamente). Nelle civiche si incontrano e ibridano tutte le discipline e arti urbane, per dare luogo e disponibilità di connessione tra urbanologia (lettura) e pianificazione (scrittura e progetto).
Anche qui, dopo quasi un secolo, le arti civiche sono cresciute per influenza, complessità e partecipazione. La classe creativa (teorizzata da Richard Florida e Charles Laundry), algoritmo produttivo delle città post-industriali, le reti informatiche (che Manuel Castells ha definito socio-tecnologie), l'enorme produzione giornaliera di big-data da parte dei device portabili (smartphone, tablet, notebook, ma anche automobili), le cartografie dell'open-mapping e la blogosfera (coi suoi miscugli tra informazione, creatività, progetti, processi, analisi, narrazione, rappresentazione) stanno attendendo una nuova generazione di cittadini attivi. Mi piacerebbe, in omaggio a Latour, chiamarli cittadini-attivi, per mostrare come 'attivi' non sia semplicemente un attributo (nel qual caso cittadini acquisirebbe tutto il valore della proposizione), ma al contempo una strategia e una finalità.

I cittadini-attivi sono esploratori del possibile. Per questo necessitano di:
- mappe
- strumenti di posizionamento
- strumenti di registrazione e valutazione
- meta-paradigmi di lettura (da buoni antropologi)
Chiaramente i cittadini-attivi fanno parte del Collettivo#03, dovendosi continuamente sottoporre ad educazione per 'trarre fuori' da sé i sintomi e le letture simultanee della realtà (cosa ho visto? quali connessioni ha ciò che vedo ora con ciò che ho visto?). I ricettori dei cittadini-attivi sono una fonte inestesa di realtà, ciò che (forse) consentirà alle discipline di tornare sulla terra per aiutarci a scoprire il migliore dei mondi comuni.
Questa la ragione per cui le civiche dell'educazione saranno così determinanti nel prossimo (e immediato) futuro. Potranno infatti contribuire a spegnere un po' di Illuminismo per riuscire a vedere il nostro domani




giovedì 10 settembre 2015

COLLETTIVO #02 - urbanità, funzioni, reti, norme

Continuo ad annotare in questi post alcuni materiali per 'Città (più) intelligenti e Cittadinanza attiva - cambiare il modo di cambiare", un mio piccolo contributo al 1° Meeting Didattica Amica a Padova.
Nel post Collettivo#01 ho incluso architettura, tecnica, composizione, corpo, tentando di mostrare come gli ibridi in architettura, per quanto fragili e prototipali (come il recente Steam Ring Generator proposto da BIG Architecture per Copenhagen) costituiscano un primo sintomo del ruolo mediale dell'antropos nel panorama contemporaneo.


Foto dalla conferenza di Kyoto, 1997.
COLLETTIVO#02
Come ci ricorda Latour, l'incontro di Kyoto del 1997 ha mostrato al mondo che occorreva ricostruire il mondo. Ma la vera emergenza non era tanto l'estinzione (rispetto alla quale non abbiamo fatto quasi nulla, per le ragioni che vedremo qui di seguito) quanto il fatto che le discipline e i poli della modernità (Scienza e Politica) non erano più in grado di progettare e comprendere il mondo in modo efficace.
Nel 2008, accadrà anche ad Alan Greenspan (allora direttore della Federal Reserve, convinto neoliberista) di ammettere, di fronte al Commitee on Oversight and Government Reform della Camera bassa del Congresso USA, "... ho trovato una pecca nel modello che consideravo la struttura di funzionamento cruciale che definisce come va il mondo (...)". Questo errore ha prodotto la più grande crisi finanziaria mondiale dal 1929. Il fatto più interessante è che siamo abituati a considerare le scienze e le discipline come paradigmi distinguibili mentre assistiamo (al contempo) a letture improprie della realtà fatte da paradigmi egemoni (come è accaduto per l'entropia o per l'homo oeconomicus propugnato da Gary Becker), e la cosa non ci scandalizza.
Torniamo a Kyoto, ora. Per la prima volta a Kyoto si è realizzato l'impensabile:
- raccogliere in un'unica assemblea la Scienza (in rappresentanza della Natura) e la Politica (in rappresentanza della Società)
- dare ascolto anche ai non umani (il buco dell'ozono, i cambiamenti climatici, l'energia, la CO2, ecc...) per mezzo (anche) di tecniche di democrazia partecipativa (come il Confronto Creativo). Questo punto è interessante, poiché rappresenta una valida alternativa al Confronto Parlamentare, basato invece sul diritto di parola. Sembra che i non umani non abbiano bisogno di avere parola quanto piuttosto di avere ascolto. A Kyoto sembra si siano consapevolmente piantati i semi del mondo futuro, delle nuove alleanze, dei nuovi assemblaggi e dei nuovi collettivi.

Kyoto ha mostrato come per cambiare il mondo occorreva cambiare il modo di cambiare. La ricostruzione di una civiltà con un futuro (o, se preferite, di una ecologia politica dei collettivi di umani e non umani) passa per una nuova articolazione dei rapporti tra valori, fatti, assemblee e cose.
Come avrete notato abbiamo appena mescolato differenti ambiti semantici: quello delle economie (valori), con quelli delle scienze (fatti), della società (assemblee) e della tecnica (cose).

Come accadeva per il Collettivo#01, anche qui possiamo tentare di convocare, in un ulteriore Collettivo#02, gli 'oggetti' di queste semantiche. Per i valori convocheremo l'urbanità (nel senso datole da Henry Lefebvre), per le scienze convocheremo le norme, per la società chiameremo le funzioni e per la tecnica le reti.
In questo Collettivo#02 si dibatterà, tra umani e non umani, principalmente di come, nelle smart city, si possano articolare nuove nature, nuove tecniche, nuove norme e nuove funzioni. Una parte del Collettivo#02 (l'urbanità) sosterrà certamente il ruolo centrale (nel senso di mediale) dell'umano.

Quello che dovremmo fin da subito sottolineare è che ai non umani spetta un ruolo altrettanto importante, e che dagli equilibri nel rapporto tra cittadini e tecniche (ubiquos computing, reti wireless, apps, ecc...) dipenderà molto della futura forma urbana. Da Kyoto, le smart technologies hanno preso il carattere di emergenza (con un rapido susseguirsi di 'punti di non ritorno' ecologici, oltre i quali non sarebbe possibile garantire il self-healing del pianeta), principalmente per garantirsi numerosi investimenti e nuovi mercati planetari.
Ecco qual'è il punto di emissioni di CO2 al 2012:



Ebbene, Anthony Townsend, nel suo splendido Smart Cityes - big data, civic hackers and the quest for a new utopia (2013), dopo aver indagato fenomeni a tutte le scale (dal villaggio alla megalopoli) e nei principali contesti del pianeta, pone alcune serie questioni sulle smart technologies, e ve le riassumo qui di seguito:
- le tecnologie smart potrebbero non garantire abbastanza efficienza. Basti pensare alla crescita esponenziale della richiesta di energia elettrica da parte delle metropoli più avanzate (la richiesta globale di energia è cresciuta del 50% dal 1980 al 2005, e il trend indica che crescerà di un ulteriore 50% entro il 2030). Anche ad Amsterdam (leader nella sostenibilità urbana) le emissioni di CO2 ancora crescono dell'1% all'anno (Townsend, 2013). Naturalmente le tecnologie smart sono esse stesse causa della crescita nella domanda di energia elettrica. Pare infatti che rispetto ad una concentrazione di 280 mila parti per milione (soglia pre-industrializzazione) siamo arrivati a 400 mila parti, con 31,6 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera nel solo 2011. Per questo assume un senso civico (oltre al coup du teatre del mirabolante arch. B. Ingels) il cerchio di vapore che sarà emesso nei cieli di Copenhagen dalla ciminiera dell'inceneritore. Progettato da BIG, sarà una monito per i cittadini, poiché rappresenterà l'emissione di 1 tonnellata di CO2 nell'atmosfera della città;
- le tecnologie smart potrebbero creare conurbazioni a rischio di implosione sociale (aumento di criminalità, ecc..), implementando l'appeal urbano per le popolazioni suburbane. La questione demografica (e le geografie dei transiti planetari), come vediamo in questi giorni, non può essere nè sottovalutata nè affrontata con nuovi recinti. Essa è semplicemente incommensurabile ai vecchi sistemi di separazione e gestione dello stato nazionale, è al contempo molto più vecchia e molto più avanzata dello statalismo moderno;
- le tecnologie smart potrebbero, poi, arrivare (ovvero venire applicate) semplicemente troppo tardi. Implementare l'urbanità esistente con nuove tecnologie (e nuovi processi) può essere questione di decenni (si veda i casi citati da Towsend di Singapore e Londra);
- le tecnologie smart sono costose, e in un'economia planetaria stagnante come la nostra è probabile che esse siano appannaggio solo di multinazionali in cerca di uno dei più grandi monopoli dopo quello delle risorse energetiche fossili;
- le tecnologie smart potrebbero (quindi) portare ad asimmetrie planetarie (tra ricchi e poveri) in grado di limitare la nostra capacità di adattamento, introducendo dipendenza e fissità in nome (ancora) dell'efficienza e della predittività dei fenomeni.

Di fatto, mentre il progetto per un futuro possibile dovrebbe passare per una nuova concezione di ecologia politica, i residui della Modernità (tecnici, scienziati, istituzioni, centri di ricerca, multinazionali) faticano a ripensare il cambiamento. Il progresso (che ha mescolato sciaguratamente evoluzionismo, dialettica hegeliana e accumulazione capitalistica) è ancora il filo rosso che traspare dall'advertising che circola attorno alle New (Smart) Town del pianeta, ancora chiamate città anche se nate prima di avere cittadini.

Per queste ragioni questo nostro Collettivo#02 intende ricostruire il mondo ricostruendo il ruolo mediale del cittadino del mondo. La stella binaria attorno a cui gravita questo nuovo Collettivo sembra essere (per ora) il valore d'uso urbano unito alla capacità di innovare stabilmente le funzioni urbane. Al cittadino non compete solamente il rapporto servizievole nei confronti dell'urbano (che sta prendendo il sopravvento, esplodendo come una nana bianca in numerose bolle finanziarie planetarie - da Haussmann in poi l'accumulo del capitale si è riversano nelle città per moltiplicarsi liberamente, come in un terreno di coltura), ma, oggi più che mai, egli è divenuto hub tra prototipi urbani ibridi (che mescolano arte, architettura, tecnica, mondo fisico e tecnologie digitali).
Attenzione, però. Questi ibridi urbani (che si propongono al cittadino) sono sempre più fragili, diafani, temporanei. Hanno bisogno dell'aiuto dell'umano (glielo chiedono attraverso il crowdsourcing, il retweet, il like o, molto più semplicemente, tramite l'uso, per dimostrare quanto possono valere), e nessuna fisica sociale predittiva e deterministica potrà dirci (se non per autopromozione) a cosa porterà la nuova app o la nuova socio-tecnologia. In merito a questo le applicazioni economiche della sharing economy (nate con specifici business plan) stanno modificando il concetto stesso di cittadinanza, attraverso i processi e non per mezzo di teorie (come poteva accadere più di un secolo fa).

La fragilità di questo Collettivo#02 è peraltro più evidente di quella del Collettivo#01. Qui è in gioco la sopravvivenza di una cultura del piano, dell'opera urbana ibrida. Qui è possibile dipanare (poco) alcuni nodi che alcuni intenderebbero far tagliare da muri affilati e filo spinato appuntito. Primo fa tutti la possibilità di capire di non capire (che è differente dal sapere di non sapere). Non si tratta del sale della cultura, ma dell'afferrare di mano, di un'azione-teoria che procede molto più vicina all'istinto bergsoniano che alla fissità dell'intelligenza (che, per Bergson, può capire solo la fissità, non certo il movimento, i processi e le dinamiche). Ecco perché il Collettivo#02 è fragile, perché non potrà fondare stabilmente dipartimenti di ricerca o agenzie di pianificazione senza che ad esse venga affiancato un nuovo tipo di forma laboratoriale. Questi Laboratori Civici non elaboreranno apoditticamente verità universali (rivestendole della sacralità della Scienza e della Natura), ma avranno il compito di mediare tra i residui polari della Modernità. Ad essi competerà di convocare all'interno di piani e norme i fatti sociali, i cittadini, le politiche, le economie, le nature.

A questo punto dobbiamo chiederci: chi potrà condurre questi Laboratori Civici?
Occorrerà un nuovo Collettivo, il più fragile di tutti. Quello dedicato all'educazione.

"... something really big is booting up in the half-million-plus civic laboratories on planet Earth. Are you going to help to build it?" (A. M. Townsend)

mercoledì 9 settembre 2015

COLLETTIVO #01 - architettura, tecnica, composizione, corpo

Propongo, in questo post e in tutti quelli denominati COLLETTIVO, una piccola collana di riflessioni dedicate alla preparazione dei materiali per un meeting sulla didattica a cui sono stato invitato ad esporre alcune riflessioni sui rapporti tra città intelligenti e cittadini attivi.
Nello specifico, il titolo sarà: 'Città (più) intelligenti e Cittadinanza attiva - cambiare il modo di cambiare".
Il meeting si terrà a Padova il 3 ottobre 2015, e mi impone di focalizzare in punti una riflessione fin troppo aperta ed attuale. Ho intenzione di raccogliere qui i materiali e le idee che costituiscono il bordo esterno del tema, anche per mettere a disposizione di chi vorrà i miei appunti preliminari.

WARNING: se non amate la filosofia (o non siete interessati al tema del mio intervento) passate tranquillamente ad altro. Se poi non amate profondamente l'architettura (al punto di non sopportarne una visione non-eroica e non-positivistica, che tuttavia propongo in nome di una sua possibile rinascita) allora passate oltre.
Se invece continuate nella lettura (per una ragione qualsiasi) tenete conto che si tratta di riflessioni in corso d'opera.


FRAMEWORK
E' risultato indispensabile, prima di ogni altro passo, adottare una meta-teoria che permettesse di elaborare, apparentemente in modo riflessivo, il cambiamento del cambiamento.
In termini metaforici, per chi porta già gli occhiali è difficile capire se i propri sintomatici difetti della vista dipendano da condizioni ambientali (poca luce, foschia, ecc...), da una degenerazione fisiologica o da un difetto nelle lenti. Potrà capire cosa cambiare (nel sistema occhio-occhiali-realtà) solo ammettendo che il sistema occhio-occhiali-realtà è un sistema a efficienza relativa, passibile dunque di revisioni periodiche e di integrazioni e/o sistemazioni successive.
Sciaguratamente, fuor di metafora, capire cosa cambiare (e soprattutto come farlo) in un sistema così stratificato come quello dell'interazione tra società (dei soggetti) e natura (del mondo) è spesso complicato non solo dalla complessità (e dal numero di interazioni) ma anche da quelle fissità di pensiero che si sono incrostate nelle nostre facoltà (di giudizio e progettuali).

In sintesi, per dirla con Bergson, tutti noi pensiamo che esistano domande senza risposte, mentre si tratterebbe in realtà di risposte per le quali non siamo in grado di formulare domande adeguate. E questa incapacità (che permea sempre più l'idea di soggetto singolo) sembra poter essere superata grazie al lavoro di "collettivi".
Costruire domande adeguate è infatti la più grande sfida del nostro tempo. Più specificamente si tratterà di costruire domande aderenti alla realtà, che non nascondano più (invertendone sciaguratamente i termini) il vero obbiettivo di descrivere a loro volta il reale. La rappresentazione (così come la rappresentanza) sono interfacce sempre più fragili, poiché abbiamo affidato loro una responsabilità che non gli compete (rendere visibile una verità), a cui rispondono con mezzi sempre più semplificati dalla pressante simultaneità imperante. Le foto di Flickr o Instagram non sono le stesse di Nigel Henderson dell'Independent Group (1954), foto che raccoglievano durate fuori sincrono e in alcuni casi giungevano a distaccarsi dalla rappresentazione.


Le domande interessate davvero alla contemporaneità dovrebbero essere strumenti adeguati di indagine e progetto. La nuova contemporaneità che dovremmo comprendere quanto prima è proprio questa: indagine e progetto, al contempo.
Bergson già nel 1917, scriveva: "la filosofia non può essere altro che uno sforzo per fondersi di nuovo nel tutto. L'intelligenza, riassorbendosi nel suo principio, riavrà a ritroso la sua stessa genesi. Ma l'impresa non potrà più compiersi tutta in una volta; essa sarà necessariamente collettiva e progressiva". Vedremo in seguito (probabilmente nel Collettivo#03) come, seguendo la via bergsoniana di lettura dell'intelligenza e dell'istinto, è possibile giungere a svelare alcuni concetti legati all'innovazione e all'impulso teleologico verso il futuro.

Il sotterraneo confronto tra filosofi del soggetto e filosofi del collettivo non sembrava avere vincitori o vinti (Foucault e Deleuze ne furono le 'vittime' forse più note). Anche in questo caso in pochi si sono accorti che tutti erano al contempo sconfitti, ricadendo o in metafisiche o in relativismi di qualche genere. La corporazione disciplinare foucaultiana e il molteplice-1 deleuziana rimanevano ancora confinati in una sorta di presa di posizione: da un lato l'1 contro il Potere Statale, dall'altro il nomade che ne fuggiva in nome del suo non essere assogettabile. In entrambi i casi il problema era indicare un ritorno al sociale  dopo la prigionia  o  dopo la fuga, nell'impresa di ricostruire un altro mondo. 
La domanda era quindi probabilmente posta nel modo sbagliato, poiché si concentrava sul fine della filosofia (la verità, l'essere, il linguaggio, il senso, e tutto il resto, come direbbe D. Adams) piuttosto che proporre alla filosofia di indagare, senza timore, i grandi concetti costituenti della modernità: le sue polarità apodittiche, eppure così simili, le sue distinzioni fittizie per un mondo che si restringe sempre più velocemente. Le metafisiche di stampo platonico cominciavano già a mostrare la loro intima nudità, riguardando oramai i bordi del mondo, la sua parte minore. E noi, invece, dobbiamo ripensare ciò che sta nel mezzo, in quel campo di distruzione creatrice e confusione che le discipline non riescono quasi più a comprendere.

Riprendo quindi il lavoro di Bruno Latour del 1991, riguardante le garanzie della Costituzione della Modernità, copiando qui di seguito quelli che egli considera come fondamento della Modernità:
- GARANZIA DELLA NATURA: anche se siamo noi che costruiamo la natura, è come se non la costruissimo
- GARANZIA DELLA SOCIETA': anche se non siamo noi che costruiamo la società, è come se la costruissimo
- GARANZIA DELLA DISTINZIONE 'POLARE': natura e società devono rimanere assolutamente distinte, il lavoro di depurazione (ovvero di eliminazione degli ibridi e delle connessioni natura+società) deve restare assolutamente distinto da quello di mediazione (ovvero di accoglienza degli ibridi).

In radicale sintesi: per i praticanti della Modernità, la convinzione che la natura sia (al contempo) naturale (e quindi intoccabile) e fruibile/costruibile (e quindi oggetto di trasformazione) si accompagna alla convinzione che il sociale sia (al contempo) trascendente il soggetto e immanente al collettivo dei soggetti che la determinano. Nella Modernità, per ovviare agli inneschi di conflitti continui tra le opposizioni, queste 'polarità' devono rimanere separate, senza ibridarsi reciprocamente. Questo permetterebbe così a pochi individui (scienziati, capitani d'industria, critici, politici, ricercatori, artisti, architetti, et sim.) di muoversi modernamente e a proprio agio tra gli opposti, giustificando abilmente le proprie azioni/produzioni adducendo (a seconda dei casi) ragioni derivanti dai poli della natura e della società.
Lascio a voi la curiosità di approfondire il pensiero di Latour (Non siamo mai stati Moderni, 1991). Quanto mi preme qui è che il suo pensiero ci permette di ri-costruire un pensiero della contemporaneità, superando le aporie critiche della modernità (ma anche le sue fissità concettuali e critiche). Latour e il suo contributo all'Actor-Network ci permettono di adottare una meta-teoria molto flessibile, apparentemente relativistica, ma in realtà estremamente aderente alla realtà a noi contemporanea.
Nel panorama nonmoderno (ma contemporaneo!), pieno di ibridi (in cui raccogliamo provvisoriamente quasi-umani/umani/nonumani), che Latour descrive (e che ritroviamo, di fatto, tutto intorno a noi, alle prese con le Reti e IoT, mix-funzionali e tipologici diffusi), viene affidato all'antropos nonmoderno il ruolo più difficile, quello di scambiatore o miscelatore di morfismi (Latour, p. 180). L'antropos opera una mediazione continua, tra natura, cultura, società, immanenza, trascendenza. Ecco il suo compito, sia per una 'filosofia del contemporaneo' che per una costruzione continua di futuro. Per questo ci interessano il Collettivo e gli ibridi: per capire il nostro ruolo e per delineare, su di esso, quella cittadinanza attiva che andiamo cercando.
"Il collettivo si distingue innanzitutto da società, termine che rimanda ad una cattiva ripartizione dei poteri; cumula poi i vecchi poteri della natura e della società in una sola aula prima di essere di nuovo differenziato in poteri distinti (presa di considerazione, ordinamento, controllo). Malgrado l'uso al singolare, il termine non rimanda a una unità già fatta ma a una procedura per 'collettare', per mettere assieme le associazioni di umani e nonumani". (Latour, 1999).


COLLETTIVO #01
Superare la distinguibilità tra natura e società implica quindi affrontare una volta per tutte la loro distinzione. Tutti i miti fondativi dell'architettura a ben vedere raccontano una distinguibilità senza distinzione. Nella capanna originaria (M.A. Laugier, 1755) e nell'origine tessile dell'architettura non si hanno elementi, quanto degli elementali (i rami, le foglie, l'ordito e la trama) che nascondono in bella vista la Natura materica e l'Uomo artefice. Eppure, grazie alla mancanza di distinzione, la capanna originaria sarà il mito fondativo della struttura e della logo-tecnica (e dunque si racconterà di come l'Uomo addomestica la Natura con l'Architettura); parallelamente il tappeto-tessuto sarà il mito fondativo di un'architettura fattasi mimetica non per forme ma per dinamiche, fino agli studi sulle connessioni parametriche tra forme e contesti (e dunque si racconterà di come l'Architettura divenga una Seconda Natura che introduce ad una Seconda Umanità).

Frontespizio dell'Essai sur l'architecture ed 1755
A ben vedere, in un caso estremamente attuale, questa doppiezza (che vogliamo così distinguere dalla dualità, che invece permette e alimenta gli scambi espliciti tra i propri opposti) ci permette, per certa architettura, di ridurre la critica del transito o del biomorfismo-organicismo a termini molto più semplici. Riferendoci alle opere di Zaha Hadid, ad esempio, potremmo azzardare che si tratti di ibridi, non solo tra formalismi criticamente differenti (che divengono di fatto afferenti).
Si tratta di ibridi pur sempre parzialmente concettuali, nella misura in cui la loro produzione (di fatto) è ancora un assemblaggio di elementi discreti, ma nei quali si dimostra come la componente progettuale e immaginativa assorba ormai la quasi totalità dell'opera, al di là di considerazioni più materiali (modernamente naturali, dunque), come la realizzabilità, i costi di costruzione o l'efficacia funzionale.
Ecco perché propongo la prima aggiunta al Collettivo, che raccoglie (e ibrida) architettura, tecnica, composizione e corpo.
Questo Collettivo#01 (nome provvisorio) ha probabilmente l'arduo compito di costituire (e sostenere teoricamente e teleologicamente) gli ibridi in architettura. Ciascuno dei componenti (i principali, almeno) ha cercato, nella storiografia della disciplina, di sostenersi da sé, tentando la via dell'autoreferenzialità.
Ecco quelle che mi sembrano le consolidate (ma oramai inefficaci) garanzie di questa anelata autoreferenzialità:
- architettura: ha preteso di essere ontologia costruttiva, comportandosi come opera d'arte in rapporto diretto con una propria metafisica 'a geometria variabile' (la Storia, la Costruzione, la Tipologia, il Linguaggio)
- tecnica: ha spinto l'architettura verso la scienza e il suo assolutismo, dimenticando la sua incommensurabile dimensione di prototipo. La tecnica, tuttavia, ha dovuto al contempo nascondersi o palesarsi con violenza (mi riferisco a certa architettura high tech)
- composizione: la composizione è stata probabilmente il primo tentativo dell'architettura di divenire concetto assoluto, e, al contempo, antropocentrico. La triade vitruviana (utilità, solidità e bellezza) è di fatto composta a sua volta di sub-metafisiche rivali (la funzione, il tempo, l'estetica), solo l'autorità dell'architetto è in grado di mediare tra loro, traducendo il conflitto in universalità di forme.
- corpo: nel rapporto tra bios differenti (il corpo dell'utente e il corpo dell'architettura) si consuma tutto il confuso rapporto con la naturale artificialità dell'architettura, che si permea di corporeità e di naturalità (corpi vegetali) per celare la propria presenza, e, in alcuni casi, anche la propria assenza.

Nelle recenti opere di architettura (ad opera di architetti come Zaha Hadid, BIG e similari) le quattro componenti del Collettivo#01 interagiscono senza pudore alcuno per la Costituzione Moderna, generando ibridi che la critica cerca di riportare alle matrici interpretative della modernità, chiedendosi dov'è l'architettura? Dov'è la tecnica? Dov'è la composizione? Dove sono i corpi? Anzi, le domande che la critica moderna propone alimentano inconsapevolmente la Costituzione Nonmoderna, poiché, col suo ricordare tutti i tradimenti (e le incommensurabilità di informazione, networking, algoritmi, app, ecc...) in nome di principi, mostra la fragilità di questi ultimi.
Eppure è tutto assolutamente palese, ogni transito, ogni traduzione, come pure ogni tradimento costruttivo. E' tutto lì, senza più metafisiche a garantirne la solidità, l'utilità o (aiuto!) la bellezza.
"Si tratta di costruire i collettivi stessi su una scala ogni volta più grande. Ci sono differenze di taglia. Non esistono differenze di natura, e ancora meno di cultura" (Latour, p. 142).
Davvero possiamo leggere l'architettura cercandone i muri? O tentando di distinguere interno ed esterno? O limitandone le funzioni ad una visione fordista della realtà urbana (dividendo, ad esempio, il tempo libero della residenza e dei parchi da quello produttivo delle attività artigianali)? Davvero preferiamo non vedere piuttosto che non capire? Per dirla platonicamente: siamo fuori dalla caverna, lo siamo sempre stati. Non vivevamo nell'oscurità, ma con gli occhi semichiusi. E il chiacchiericcio era quello delle innumerevoli metafisiche rivali che ci sussurravano i loro advertisements.

Il caso, estremamente locale, dell'ampliamento dell'Hotel Santa Chiara a Venezia ha forse mostrato come la città lagunare non sia uno scrigno di storia, ma una straordinaria macchina urbana che genera, fin dalla fondazione,  ibridi tra natura e società, attingendo contemporaneamente al contesto morfologico (acqua e limo), alle prassi costruttive (briccole di consolidamento, pietra, tamponamento), ad un sostentamento socio-tecnico (dalla gestione dei pericoli - marinai, fuoco, preti -  alla raccolta e purificazione delle acque piovane con il sistema dei campielli e dei pozzi). Questa è la nonmodernità veneziana. Se accettiamo questa lettura forse comprenderemo perché il Ponte della Costituzione di Santiago Calatrava è stato 'espulso' dall'urbanità veneziana (esso voleva essere solo struttura senza finzione), oppure perché l'ampliamento del Santa Chiara sia stato così dileggiato (esso vuole essere completamente moderno, senza rendersi conto che non basta essere solamente composto e depurato da ogni ibridazione, non ).
Entrambe le opere hanno sacrificato la propria esistenza alla Costituzione Moderna e alle sue Istituzioni (la Soprintendenza, gli Ingegneri, i Giudici).

Nel prossimo post continuo la mia raccolta di collettivi (nonmoderni), nel tentativo di capire perché le smart cities non siano propriamente città intelligenti, e come, d'altro canto, l'intelligenza non sia la vera ricchezza degli ibridi. Solo così potremmo entrare più a fondo nella questione del rapporto tra smart city e cittadinanza attiva. Si tratta di un rapporto che ha bisogno di mediatori...