Negli ultimi anni le ristrutturazioni (progettate e realizzate) mi hanno insegnato parecchio, soprattutto nella fase iniziale del progetto, laddove si mettono faticosamente in dialogo tra loro la situazione esistente, quello che è possibile realizzare, quello che si intende realizzare e ciò che ci si può permettere di realizzare. Il vivificare nuovamente un edificio in disuso è una poetica particolare, rispetto alla quale il narcisismo del nuovo trova spesso poco spazio. Tuttavia spesso il dettaglio unico trova comunque la sua strada, e il risultato migliore è quello così naturalmente ovvio da divenire quasi anonimo di primo acchito. Poi, quando è trascorso abbastanza tempo dalla fine del travaglio della costruzione, solitamente si riconosce al progettista il ruolo di uomo ragionevole (e pure molto paziente).
Questi post MHM mostrano il carattere home made del farsi casa, poiché in alcuni casi le invenzioni esecutive rasentano il bricolage. Il modernismo total white si mescola con le due falde e con l'uso del verde (o di materiali caldi), ma solo per creare un micro-mondo a misura di committenza. Un lavoro di sartoria, insomma, anche se più costoso.
Il primo progetto (pro)post(o) (in collaborazione con l'arch. Barbara Meneghesso, autrice degli studi pubblicati qui di seguito) riguarda una vecchia bifamiliare degli anni '50, costruita su lotto molto stretto, in cui, tuttavia, è presente uno splendido giardino sul retro, fronteggiante un'area agricola. Il tema del progetto è stato quindi rivolgere le zone giorno verso il retro, il quale, come un orto concluso, è privilegio solamente dei residenti.
Piano terra e vedute di studio. |
Piano primo e vedute di studio. |
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